L’amore fraterno resti saldo

Lug 15, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Ebrei 13,1-15

1 L’amore fraterno resti saldo. 2Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli. 3Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere, e di quelli che sono maltrattati, perché anche voi avete un corpo. 4Il matrimonio sia rispettato da tutti e il letto nuziale sia senza macchia. I fornicatori e gli adùlteri saranno giudicati da Dio.
5La vostra condotta sia senza avarizia; accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: Non ti lascerò e non ti abbandonerò. 6Così possiamo dire con fiducia:

Il Signore è il mio aiuto, non avrò paura.
Che cosa può farmi l’uomo?


7Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio. Considerando attentamente l’esito finale della loro vita, imitatene la fede. 8Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre! 9Non lasciatevi sviare da dottrine varie ed estranee, perché è bene che il cuore venga sostenuto dalla grazia e non da cibi che non hanno mai recato giovamento a coloro che ne fanno uso. 10Noi abbiamo un altare le cui offerte non possono essere mangiate da quelli che prestano servizio nel tempio. 11Infatti i corpi degli animali, il cui sangue viene portato nel santuario dal sommo sacerdote per l’espiazione, vengono bruciati fuori dell’accampamento. 12Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, subì la passione fuori della porta della città. 13Usciamo dunque verso di lui fuori dell’accampamento, portando il suo disonore: 14non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura. 15Per mezzo di lui dunque offriamo a Dio continuamente un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome.

 

Proseguono le esortazioni. Richiamandosi ai “nostri padri” che hanno camminato nella fede e che ci stanno attorno (vedi capitolo 11) l’autore … prosegue, esprimendo la finalità di tutto il cammino: “(Per fede) l’amore fraterno resti saldo”. Come deve restare salda la fede/fedeltà, così deve restare saldo l’amore fraterno, cioè non deve mai venir meno, in qualsiasi situazione e con qualsiasi persona. L’amore è l’unica storia che non tramonta.

L’amore fraterno (in greco: filadelfìa) si coniuga e si esprime concretamente nella ospitalità: “Non dimenticate l’ospitalità”. Noi non lo percepiamo fisicamente, ma in realtà chi offre ospitalità accoglie degli angeli. [Forse, qui, abbiamo un riferimento storico concreto anche a cristiani evangelizzatori itineranti]

“Ricordatevi dei carcerati e di quelli che sono maltrattati”. Riflettete sul fatto che siete un “corpo solo”, e quindi … soffrite con loro. “Il matrimonio sia onorato in tutto”. Ai figli è chiesto di “onorare il padre e la madre”, ma anche gli sposi debbono onorarsi, e lo faranno se il loro letto sarà “incontaminato”. Attenzione, perché: “Dio giudica le persone sessualmente immorali e gli adulteri”. Invita poi a tenere una “condotta che non sia attaccata al denaro: soddisfatti (invece) di quello che avete”. Solo così si sperimenta concretamente che il tuo aiuto è il Signore (e non … il denaro).

“Ricordatevi delle vostre guide”. Chi sono?  Sono “quelli che vi hanno annunciato la parola di Dio”. In un certo senso vero, con l’annuncio essi sono diventati dei “padri”. Ebbene, seguiteli … “imitando la loro fede/fedeltà”. Tuttavia … principio e fondamento della fede/fedeltà è Gesù Cristo: fedele lo è stato “ieri, oggi e in eterno”. In precedenza, avevamo sentito questa frase: “Gesù è guida e perfezionatore della fede” (12,2). Se Gesù Cristo è guida della fede, dobbiamo stare attenti a “non farsi trasportare da dottrine diverse ed estranee”. Dottrine che confluiscono in tradizioni umane, come … “religiose osservanze alimentari” che non giovano alla vita spirituale.

Non giovano a noi, perché … “noi abbiamo un altare dal quale non hanno potere di mangiare coloro che prestano servizio alla tenda” [Si intende il sacerdozio ebraico, che ha osservanze tutte sue. Il sacerdozio di Cristo non chiede più di essere legati a queste osservanze e a questo sistema.] Sistema o ordine tradizionale che prevedeva, quanto al rito di espiazione per il peccato, che il sangue degli animali venisse portato dal sommo sacerdote nel luogo santo, mentre i corpi degli animali venivano bruciati fuori dell’accampamento. L’autore fissa l’attenzione sul fatto che Gesù “per santificare il popolo mediante il proprio sangue, soffrì fuori della porta”. [Il Calvario, allora, era fuori dalla città] Così facendo, Gesù è “uscito” dall’ordine ebraico antico e ha realizzato o “compiuto” un nuovo ordine.

L’autore scrive: “Usciamo dunque verso di lui, fuori dell’accampamento, portando il suo obbrobrio … Per mezzo di lui [dunque] eleviamo a Dio continuamente un sacrificio di lode, cioè un frutto di labbra che confessano il suo nome”. Non più il sacrificio di corpi di animali, ma sacrificio di lode, cioè, ringraziamento (eucaristia) per la salvezza ottenuta.

Fate attenzione a non rifiutare colui che parla dai cieli

Lug 14, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Ebrei 12,18-29


18Voi infatti non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, 19né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola. 20Non potevano infatti sopportare quest’ordine: Se anche una bestia toccherà il monte, sarà lapidata. 21Lo spettacolo, in realtà, era così terrificante che Mosè disse: Ho paura e tremo. 22Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa 23e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, 24a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore, che è più eloquente di quello di Abele.
25Perciò guardatevi bene dal rifiutare Colui che parla, perché, se quelli non trovarono scampo per aver rifiutato colui che proferiva oracoli sulla terra, a maggior ragione non troveremo scampo noi, se volteremo le spalle a Colui che parla dai cieli. 26La sua voce un giorno scosse la terra; adesso invece ha fatto questa promessa: Ancora una volta io scuoterò non solo la terra, ma anche il cielo. 27Quando dice ancora una volta, vuole indicare che le cose scosse, in quanto create, sono destinate a passare, mentre rimarranno intatte quelle che non subiscono scosse. 28Perciò noi, che possediamo un regno incrollabile, conserviamo questa grazia, mediante la quale rendiamo culto in maniera gradita a Dio con riverenza e timore; 29perché il nostro Dio è un fuoco divorante.

 

Che sia pressoché impossibile tornare indietro dopo aver “venduto la primogenitura” con la benedizione connessa (qui sta l’apostasia di cui parlavamo ieri) lo dimostra bene l’inizio del brano di oggi. Brano che richiama un evento fondante del popolo di Israele: l’accostarsi al “fuoco”, immagine del Dio vivente, al Sinai. Per aver rifiutato il Dio che si era rivelato nel “fuoco” (fulmini, terremoto … ) gli Israeliti “non trovarono scampo”.

Fate grande attenzione, dice l’autore ai cristiani: “Voi non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile, fuoco, tempesta, spettacolo folgorante … Voi, invece, vi siete accostati al monte Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste … all’assemblea di primogeniti … a Dio giudice di tutti … a un mediatore di una alleanza nuova, Gesù, e al sangue di aspersione che parla in modo migliore di quello di Abele”. In una parola, semplificando questo magnifico e solenne testo, tutte le immagini o espressioni udite annunciano profeticamente il mistero pasquale di Gesù Cristo. Nel battesimo, il cristiano ha aderito a Cristo in una alleanza nuova creata dal mistero pasquale.

Dunque: “State attenti, non rifiutate colui che parla (non più sulla terra come avvenne con Mosè) ma che parla dai cieli”. Cristo mediatore e sacerdote è “alla destra di Dio nei cieli” e … parla. “Non voltiamo le spalle a colui che parla dai cieli”. L’autore fa un passaggio improvviso richiamandoci una “promessa” che suona così: “Ancora una volta io scuoterò non solo la terra, ma anche il cielo”. E poi spiega: “Ora, l’espressione ancora una volta indica la rimozione delle cose che sono scosse in quanto create, perché rimangano le cose che non sono scosse”. [Modo di commentare tipico rabbinico, che noi capiamo poco]. Il predicatore spiega che ci sarà una rimozione delle realtà che vengono scosse e che riguardano la prima creazione. Alla fine, rimarranno quelle definitive e incrollabili della nuova creazione. Dinanzi a un regno incrollabile che già ora ricevono nella fede, i cristiani sono esortati al dovere della gratitudine mediante la quale possono rendere un culto davvero gradito a Dio.

 

Cercate la pace con tutti e la santificazione

Lug 13, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Ebrei 12,12-17

12Perciò, rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche 13e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire.

14Cercate la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore; 15vigilate perché nessuno si privi della grazia di Dio. Non spunti né cresca in mezzo a voi alcuna radice velenosa, che provochi danni e molti ne siano contagiati. 16Non vi sia nessun fornicatore, o profanatore, come Esaù che, in cambio di una sola pietanza, vendette la sua primogenitura. 17E voi ben sapete che in seguito, quando volle ereditare la benedizione, fu respinto: non trovò, infatti, spazio per un cambiamento, sebbene glielo richiedesse con lacrime.

 

Quali conclusioni tirare dal discorso sulla “correzione” operata dal Signore? La correzione del Signore è in vista di un “raddrizzamento”. E, allora … “raddrizzate le mani inerti e le ginocchia vacillanti, preparate piste diritte per i vostri piedi, perché colui che zoppica non vada fuori strada, ma piuttosto guarisca”. Si tratta di una metafora: “mani” indicano l’agire, “piedi” il camminare. Agire (mani) e camminare bene (piedi) è via di guarigione e di salute. “Perseguite la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà il Signore”. Come si entra in “rapporto col Signore” o, che è lo stesso, come si diventa “santi”? Cercando e perseguendo “la pace con tutti”. Senza questo non vediamo (ora) e non vedremo (in cielo) il Signore. Bisogna fare in modo che nessuno sia privo di questo dono, “privo della grazia di Dio”.

Nell’esortazione che fa l’autore c’è anche il rovescio della medaglia. “Che nessuna radice amara, crescendo, provochi danno e a causa sua molti siano contagiati”. La “radice amara” è l’apostasia: volontario rifiuto del Signore e della comunità. L’apostasia è qui chiamata “fornicazione” o “profanazione”: abbandono di un rapporto, di una alleanza per aprirsi ad altro o ad altri (idoli). L’immagine plastica è quella di Esaù che “vendette la sua primogenitura, in cambio di una sola pietanza”. Da certi cambiamenti (vedi apostasia) è pressoché impossibile tornare indietro!

Domenica 12 Luglio 2026 – XV Tempo Ordinario – Anno A

Lug 12, 2026 | Postato da Francesca Ospitali - Accompagnamento quotidiano

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ANTIFONA DI INGRESSO:

Nella giustizia contemplerò il tuo volto,
al mio risveglio mi sazierò della tua presenza. (Cf. Sal 16,15)

 

PRIMA LETTURA

Dal Libro del Profeta Isaia (Is 55,10-11)

Così dice il Signore:
«Come la pioggia e la neve scendono dal cielo
e non vi ritornano senza avere irrigato la terra,
senza averla fecondata e fatta germogliare,
perché dia il seme a chi semina
e il pane a chi mangia,
così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca:
non ritornerà a me senza effetto,
senza aver operato ciò che desidero
e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».

Parola di Dio

Salmo responsoriale: Sal 64

R. Tu visiti la terra, Signore, e benedici i suoi germogli.

Tu visiti la terra e la disseti,
la ricolmi di ricchezze.
Il fiume di Dio è gonfio di acque;
tu prepari il frumento per gli uomini. R.

Così prepari la terra:
ne irrìghi i solchi, ne spiani le zolle,
la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli. R.

Coroni l’anno con i tuoi benefici,
i tuoi solchi stillano abbondanza.
Stillano i pascoli del deserto
e le colline si cingono di esultanza. R.

I prati si coprono di greggi,
le valli si ammantano di messi:
gridano e cantano di gioia! R.

SECONDA LETTURA: Dalla lettera di San Paolo Apostolo ai Romani (Rm 8,18-23)
Fatelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.
La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.
Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.
Parola di Dio

 

Alleluja, Alleluja

Il seme è la parola di Dio,
il seminatore è Cristo:
chiunque trova lui, ha la vita eterna.

Alleluja

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13,11-23)

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Parola del Signore

Per la correzione voi state sopportando

Lug 11, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Ebrei 12,1-11

1 Anche noi dunque, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, 2tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. 3Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. 4Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato 5e avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli:

Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore
e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui;
6perché il Signore corregge colui che egli ama
e percuote chiunque riconosce come figlio.

7È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? 8Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli! 9Del resto noi abbiamo avuto come educatori i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre celeste, per avere la vita? 10Costoro infatti ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di farci partecipi della sua santità. 11Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.

 

“Anche noi, dunque, avendo un così gran numero di testimoni che ci circonda …”. L’autore dice che i cristiani (uditori del suo discorso) non sono in competizione coi personaggi biblici appena incontrati e a lungo ritratti, anzi, quei personaggi sono persone “attorno a noi”: sono vivi e abbiamo da imparare tanto da loro.

La prima cosa da imparare è che bisogna partecipare a una corsa [il testo parla di vera e propria “gara”, in greco: agòna]. Una gara richiede “perseveranza e pazienza”, non tanto scatti improvvisi e continui. Per “gareggiare” occorre essere leggeri: “deporre ogni peso e il peccato che ci intralcia”. Occorre, poi, un’altra cosa molto importante: “tenere fisso lo sguardo su Gesù, guida e perfezionatore della fede”. Fede che, qui, significa fedeltà. Gesù è stato fedele al Padre “fino al sangue”, fino alla morte, mettendo al primo posto il Padre e non se stesso con gioie e successi connessi che, pure, poteva rivendicare in quanto “figlio”. Ha accettato la “vergogna” della croce: essere cioè considerato un malfattore, un ribelle, un bestemmiatore. E non ha ritenuto un privilegio “la gioia posta dinnanzi”, cioè, l’essere “alla destra del Padre”. Se egli ha “pazientato” tanto, fino a morire, noi (peccatori!) siamo chiamati a seguirlo. Egli ha aperto una strada in quanto “guida”, ma dà anche la forza/pazienza di percorrerla in quanto “autore”.

Che questa strada o “gara” sia molto dura trova gli uditori d’accordo. Loro e noi facciamo fatica, però, ad accogliere la “correzione” qualora sbagliamo strada. “Tenere gli occhi vissi su Gesù” ci sostiene nella lotta e non ci fa perdere coraggio. Ma bisogna accogliere la “correzione” che proviene dal “amore di Dio”, di un Padre che corregge “perché ama”. Solo un “padre (vero)” può correggere un “figlio (vero)”. Se non si è corretti (l’immagine è riferita a Dio e non all’ordine umano) vuol dire che non siamo figli “veri”, ma “illegittimi”. E se accogliamo che i nostri padri terreni ci abbiano corretti “come sembrava loro giusto e per pochi giorni” (l’autore parla della sua esperienza passata),  egli (Dio) invece “lo fa per ciò che è utile, al fine di renderci partecipi della sua santità”.

L’autore parla della correzione come di un “allenamento” o “addestramento” e non come irata punizione. L’addestramento è in vista di qualcos’altro, qualcosa di veramente “utile”, cioè, non tanto di una vittoria mondana, ma di “un frutto di pace … un frutto di giustizia”: pace e giustizia. “Per la vostra correzione state sopportando”, come dire che la correzione è un’operazione dura con la quale Dio ci rialza, ci lavora e ci trasforma in veri, autentici figli suoi. È tutta qui la … “utilità” di questa operazione divina.

 

Noi e loro salvati in Cristo

Lug 10, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Ebrei 11,23-40


23Per fede, Mosè, appena nato, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché videro che il bambino era bello; e non ebbero paura dell’editto del re.
24Per fede, Mosè, divenuto adulto, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del faraone, 25preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere momentaneamente del peccato. 26Egli stimava ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto l’essere disprezzato per Cristo; aveva infatti lo sguardo fisso sulla ricompensa.
27Per fede, egli lasciò l’Egitto, senza temere l’ira del re; infatti rimase saldo, come se vedesse l’invisibile.
28Per fede, egli celebrò la Pasqua e fece l’aspersione del sangue, perché colui che sterminava i primogeniti non toccasse quelli degli Israeliti.
29Per fede, essi passarono il Mar Rosso come fosse terra asciutta. Quando gli Egiziani tentarono di farlo, vi furono inghiottiti.
30Per fede, caddero le mura di Gerico, dopo che ne avevano fatto il giro per sette giorni.
31Per fede, Raab, la prostituta, non perì con gli increduli, perché aveva accolto con benevolenza gli esploratori.
32E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti; 33per fede, essi conquistarono regni, esercitarono la giustizia, ottennero ciò che era stato promesso, chiusero le fauci dei leoni, 34spensero la violenza del fuoco, sfuggirono alla lama della spada, trassero vigore dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri. 35Alcune donne riebbero, per risurrezione, i loro morti. Altri, poi, furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione. 36Altri, infine, subirono insulti e flagelli, catene e prigionia. 37Furono lapidati, torturati, tagliati in due, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati – 38di loro il mondo non era degno! -, vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra.
39Tutti costoro, pur essendo stati approvati a causa della loro fede, non ottennero ciò che era stato loro promesso: 40Dio infatti per noi aveva predisposto qualcosa di meglio, affinché essi non ottenessero la perfezione senza di noi.

 

“Per fede Mosè … “. Qui l’autore considera la fede dei genitori di Mosè. Essi hanno apprezzato il “bimbo” Mosè come qualcosa/qualcuno di “bello/buono”, lo hanno conservato in vita e “non hanno avuto paura del decreto del re” che prescriveva morte. E poi viene Mosè “adulto”: ha rifiutato il suo status di “figlio della figlia di faraone”, e “preferì essere maltrattato con il popolo di Dio”. Come Abramo anche Mosè … guardava avanti con “occhi fissi sulla ricompensa”. La ricompensa non è la vita facile in Egitto, ma “l’obbrobrio di Cristo”: il suo disprezzo e la sua morte. “Per fede lasciò l’Egitto”: lottò contro faraone non temendo l’ira del re, e “rimase saldo come se vedesse (colui che è) l’Invisibile. La fede dà di “vedere” ciò che gli occhi terreni non vedono e di “rimanere saldi”. Nella fede “celebrò la Pasqua”: il sangue dell’agnello (prefigurazione del sangue di Cristo) tenne lontana la morte dei figli di Israele.

Vengono poi elencati i “prodigi”, gli atti di potenza del Signore: passaggio del Mar Rosso come fosse “terra asciutta”, mentre gli Egiziani vengono inghiottiti; la caduta delle mura di Gerico non per le armi, ma per una “processione” durata sette giorni; la prostituta (Raab) “non perì insieme agli increduli, avendo accolto in pace gli esploratori”.

“E che dirò ancora?”. Tipico approccio secondo retorica, per ricordare tanti che hanno camminato nella fede. Sono giudici, re e profeti, e anche donne. Alcuni hanno ottenuto successi terreni, altri rifiuti e morte su questa terra. Importante è la conclusione dell’autore: “Tutti costoro, pur essendo stati approvati a causa della loro fede, non ottennero ciò che era stato loro promesso”. Hanno, cioè, ricevuto successi e rifiuti, sempre però sul piano delle cose di “questo mondo”. In questo senso l’autore può dire: “Non ottennero la promessa”. Dio voleva dare “qualcosa di meglio, in modo che senza di noi essi non raggiungessero la perfezione”. Penso che “qualcosa di meglio” voglia richiamare Cristo. È in Cristo, noi e loro, che si ottiene la promessa: liberati e salvati, in un solo corpo.

Per fede, Abramo, messo alla prova ha offerto Isacco

Lug 9, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Ebrei 11,8-22


8Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
9Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. 10Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.
11Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. 12Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare.
13Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. 14Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. 15Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; 16ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città.
17Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, 18del quale era stato detto: Mediante Isacco avrai una tua discendenza. 19Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.
20Per fede, Isacco benedisse Giacobbe ed Esaù anche in vista di beni futuri.
21Per fede, Giacobbe, morente, benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe e si prostrò, appoggiandosi sull’estremità del bastone.
22Per fede, Giuseppe, alla fine della vita, si ricordò dell’esodo dei figli d’Israele e diede disposizioni circa le proprie ossa.

 

“Per fede Abramo … “. Consideriamo i frutti o opere della fede nella vita di Abramo. Innanzitutto, occorre dire che la fede è sempre risposta all’opera di Dio che si esprime in una chiamata. È scritto, infatti: “Per fede, Abramo, chiamato da Dio”.

Abramo è un “chiamato” che si apre ad un ascolto vero della parola, che vuol dire, obbedire alla parola. E lo fa, “uscendo verso un luogo che stava per ricevere in eredità”. Abramo esce per ricevere un dono, non per conquistare territori, cose o persone. Per sottolineare la fede/fiducia di Abramo, l’autore commenta: “uscì senza sapere dove stava andando”.

La fede/fiducia ha portato Abramo a “soggiornare … [Com’è bella e significativa, ma anche drammatica  questa parola, quante esperienze inquietanti evoca!]  … nella terra promessa come in terra straniera”. Soggiornare ha il suo corrispettivo nel “abitare nelle tende” in una vita nomade, e non in una città. Solo un nomade può attendere e sognare non un’altra tenda, ma … “la città che possiede le fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio”. Sara, sposa di Abramo ma sterile, “considera degno di fede colui che aveva fatto la promessa”. La fede viene a coincidere col “fidarsi e affidarsi” o come dice il testo “considerare Dio, degno di fede”. “Secondo la fede tutti questi (Abramo e Sara, Isacco, Giacobbe) morirono senza aver ricevuto i beni, ma li videro e salutarono da lontano, confessando di essere stranieri ed esuli sulla terra”. La fede vera non pretende nulla qui sulla terra, nemmeno una “cittadinanza”. Sa che comporta riconoscere lo stato di “straniero e emigrato”, ma … “aspira a una patria migliore, cioè quella celeste. Perciò Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha approntato, infatti, una città per loro”. Questo “loro”, sono gli stranieri e gli esuli, sono … i cristiani! Ebbene, Dio è “Dio degli stranieri e degli esuli”. Non solo, ma “ha preparato per loro (stranieri e esuli) una città”.

“Per fede, Abramo, messo alla prova, ha offerto Isacco; e offriva il primogenito, lui che aveva ricevuto le promesse”. La fede di Abramo si concepisce e si elabora in questo ragionamento: quello che Dio promette lo mantiene, in altre parole, Dio è fedele. Se Dio dice una parola che va contro la promessa, cioè, dice di offrire/dare a morte Isacco, allora vuol dire che Dio (che è fedele alla sua promessa) risusciterà Isacco. Dio è fedele, e lo mostrerà con la risurrezione di Isacco … Un giorno lontano, lo mostrerà con la risurrezione di Gesù. Abramo pensava/credeva “che Dio è potente da far risuscitare anche dai morti, per questo egli lo ritenne anche come simbolo (di Gesù)”.

Anche Isacco ebbe fede: fede nei beni futuri, quando li invocò con la benedizione a Giacobbe ed Esaù. E così Giacobbe che “benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe”. Giuseppe stesso aveva avuto fede nell’annunciare l’esodo dei figli di Israele e … di se stesso, quando “diede disposizione a proposito delle sue ossa”.

La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede

Lug 8, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Ebrei 11,1-7

1 La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. 2Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio.
3Per fede, noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sicché dall’invisibile ha preso origine il mondo visibile.
4Per fede, Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, avendo Dio attestato di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora.
5Per fede, Enoc fu portato via, in modo da non vedere la morte; e non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via. Infatti, prima di essere portato altrove, egli fu dichiarato persona gradita a Dio. 6Senza la fede è impossibile essergli graditi; chi infatti si avvicina a Dio, deve credere che egli esiste e che ricompensa coloro che lo cercano.
7Per fede, Noè, avvertito di cose che ancora non si vedevano, preso da sacro timore, costruì un’arca per la salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e ricevette in eredità la giustizia secondo la fede.

La fede degli antichi. La parola “Cristo” (11,26) è posta al centro del discorso sulla fede e costituisce il fondamento del cammino di fede dei credenti, dai patriarchi ai cristiani in crisi a cui si rivolge l’autore. Il lungo excursus storico sulla fede dei padri prepara così all’incontro con Gesù, “autore e perfezionatore della fede dei credenti”. Per esortare i suoi uditori a una fede perseverante e coraggiosa in mezzo alle prime prove e tribolazioni del loro essere cristiani, il predicatore presenta degli esempi di fede eroica di tanti personaggi biblici.

Innanzitutto, dà una definizione programmatica di fede: “La fede è fondamento di ciò che si spera, e prova di ciò che non si vede”. Dunque, secondo l’autore, la fede è ciò che sta alla base dell’atto della speranza, è il fondamento del tendere del cristiano ai beni promessi da Dio, è la fiducia certa di … già possederli, anche se non in pienezza. La fede è anche una “prova”, un modo di “sperimentare”, quindi una “dimostrazione” che le realtà sperate esistono davvero. Le “cose invisibili” si rendono “visibili” in colui che crede e che ne dà testimonianza concreta.

L’autore mette davanti a noi realtà (i mondi) e personaggi (patriarchi e profeti). Da chi o da cosa “furono formati i mondi”? Li ha formati Dio “per mezzo della sua parola”. Così, “per fede”, possiamo conoscere che “dall’Invisibile (Dio e la sua parola) viene ciò che è “visibile” (i mondi). I mondi portano l’impronta di Dio e della sua parola. [L’autore non contesta altri modi o altre vie (che non siano la fede) capaci di “ragionare” sui mondi]

Quanto ai personaggi. L’espressione “per fede” intende riferirsi a fedeltà … a Dio, quindi a un fidarsi e affidarsi, più che a un sapere … che Dio”. a) Abele riceve “testimonianza di essere giusto”, poiché aveva offerto a Dio “un sacrificio migliore di quello di Caino”, cioè, aveva offerto con fiducia/fedeltà, senza interessi, ciò che gli era più prezioso: “i primogeniti del suo gregge e il loro grasso” (cf. Gen 4,3). Abele “parla ancora”, dunque, è vivo ed è prefigurazione di Cristo risorto. b) Enok “ricevette la testimonianza di essere gradito a Dio”. Per la sua fede/fedeltà non ha neppure sperimentato la morte. c) Noè. La fede di Noè si è manifestata nel fatto (costruzione dell’arca, ecc.) che ha agito a seguito dell’avviso di “cose che ancora non si vedevano”. Così “divenne erede della giustizia secondo la fede”: di fatto, nei fatti credette alla parola di Dio … anche se  il diluvio era soltanto annunciato, e non si vedeva!

“Senza fede è impossibile essere graditi (a Dio); colui che si avvicina a Dio, infatti, deve credere che egli esiste e che ricompensa coloro che lo cercano”. È affermazione difficile e complessa. Le espressioni avvicinarsi a Dio e cercarlo evocano un atto di culto, una offerta. Se offri qualcosa di prezioso o te stesso a Dio “devi credere che (almeno!) egli c’è, e avere fede/certezza che egli ricompensa”, vale a dire, devi … fidarti/affidarti, essere fiducioso/certo che darà grandi ricompense, beni “che non vedi ancora”. In questo e per questo, Dio gradisce te che ti fidi/affidi col tuo dono, testimonia che sei giusto per la fede/fedeltà. Tu (come Noè): “diventi erede della giustizia secondo la fede/fedeltà”.

Di perseveranza avete bisogno

Lug 7, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Ebrei 10,32-39 

32Richiamate alla memoria quei primi giorni: dopo aver ricevuto la luce di Cristo, avete dovuto sopportare una lotta grande e penosa, 33ora esposti pubblicamente a insulti e persecuzioni, ora facendovi solidali con coloro che venivano trattati in questo modo. 34Infatti avete preso parte alle sofferenze dei carcerati e avete accettato con gioia di essere derubati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e duraturi. 35Non abbandonate dunque la vostra franchezza, alla quale è riservata una grande ricompensa. 36Avete solo bisogno di perseveranza, perché, fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso.

37Ancora un poco, infatti, un poco appena,
e colui che deve venire, verrà e non tarderà.
38Il mio giusto per fede vivrà;
ma se cede, non porrò in lui il mio amore.

39Noi però non siamo di quelli che cedono, per la propria rovina, ma uomini di fede per la salvezza della nostra anima.

 

L’appello a un generoso impegno di vita di fede, speranza e amore  è fondato sul ricordo: “Ricordatevi dei primi giorni … “ che sono stati giorni di sofferenze. Essere passati alla vita cristiana (la “illuminazione” si riferisce alla parola ascoltata che ha portato alla fede e al battesimo) non ha significato un vivere “felici e contenti” sotto la protezione di Dio. No, “essi (voi, allora) hanno sopportato una grande lotta di patimenti”: in modo diretto (insulti e tribolazione) e anche indirettamente (solidarietà con chi soffriva).

Cristiani che hanno sperimentato la persecuzione con “spogliazione dei beni”. L’autore commenta così i fatti: “Avete accettato tutto sapendo di avere voi stessi un bene migliore e duraturo”. La vita eterna è l’eredità ben più grande e bella dei beni terreni che passano. Da un lato pare si voglia esprimere una felicitazione o augurio, dall’altro è una ammonizione fraterna a chi, in questi fatti, sta faticando: “Non abbandonate la vostra piena fiducia (parresìa) che ha una grande ricompensa”.

In concreto: “Di perseveranza (pazienza) avete bisogno”. Solo attraverso la perseveranza, che si esprime nel “compimento della volontà di Dio”, otterrete la promessa. L’autore non nasconde che il cammino sia difficile: c’è sempre “un poco, un poco appena” che ci separa dall’ottenimento della promessa. Questo “poco” va sostenuto e vissuto nella fede: “il mio giusto vivrà per fede”. Stia attento, però, questo cristiano: “se cede, io non mi compiaccio di lui” [citazione di Abacuc 2,4]. “Ma noi – conclude l’autore con fiducia/fierezza/fedeltà – non siamo persone che si sottraggono, per la rovina, ma persone di fede per l’acquisto della vita”. Vorremmo essere anche noi tra queste persone, pazienti lottatori nel cammino della fede che dona la vita vera (eterna).

Non abbandoniamo le nostre stesse riunioni

Lug 6, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Ebrei 10,19-31

19Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, 20via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, 21e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, 22accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. 23Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso.
24Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone. 25Non disertiamo le nostre riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare, ma esortiamoci a vicenda, tanto più che vedete avvicinarsi il giorno del Signore.
26Infatti, se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati, 27ma soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco che dovrà divorare i ribelli. 28Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni. 29Di quanto peggiore castigo pensate che sarà giudicato meritevole chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’alleanza, dal quale è stato santificato, e avrà disprezzato lo Spirito della grazia? 30Conosciamo infatti colui che ha detto: A me la vendetta! Io darò la retribuzione! E ancora: Il Signore giudicherà il suo popolo. 31È terribile cadere nelle mani del Dio vivente!

 

Questo brano è il cuore di tutta l’omelia e contiene un invito rivolto ai cristiani, chiamati qui “fratelli”, ad abbracciare le verità precedentemente esposte sul sacrificio di Cristo e la sua mediazione sacerdotale, nonché ad accogliere un nuovo programma di vita.

I cristiani, in virtù del sangue che Gesù ha versato sulla croce per la loro redenzione eterna, hanno la parresia, cioè la fiducia certa, la libertà o franchezza di avere accesso al “santuario vero”, di entrare nella “intimità di Dio” in tutta confidenza. Alla intimità di Dio si ha accesso per una “via nuova e vivente che Gesù ha inaugurato (realizzato) per noi attraverso la cortina (velo del santuario), cioè la sua carne (lui stesso nella croce). Dunque, non più la carne degli animali, ma la sua stessa carne = lui nella totalità del suo essere come noi, permette di incontrare Dio.  Gesù è “via” ed è “sacerdote grande sopra la casa di Dio”, diremmo: Gesù è vittima e sacerdote.

Quali atteggiamenti si richiedono per una novità così sorprendente? a) “Accostiamoci con cuore sincero, in pienezza di fede, (poiché siamo) perdonati dai nostri peccati”. b) “Manteniamo senza tentennamenti la professione della speranza”. c) “Facciamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci all’amore e alle opere buone”. [Possiamo vederci un richiamo alle tre virtù chiamate teologali: fede, speranza, amore]. d) “Non abbandoniamo le nostre riunioni”. Si tratta di incontri che sostengono fede, speranza e amore, cioè, legano la comunità come “corpo” che vive unito a Dio, in Cristo.

“Abbandonare le riunioni”, alla fine, porta all’allontanamento che può configurarsi come apostasia pratica: vero “peccato volontario” che contiene il disprezzo del Figlio di Dio, la profanazione del sangue dell’alleanza, cioè, il sacrificio di Cristo e lo Spirito della grazia. È abbandono di quel “gran bene”, di quel “gran dono” che si è ricevuto grazie alla misericordia di Dio e che ci aveva sottratti al giudizio di Dio. Abbandonare e disprezzare il Dono, riporta l’umanità “sotto il giudizio di Dio”, consegna a una “terribile attesa”. “Non rimane più alcun sacrificio per i peccati”: rimani tu col tuo peccato di fronte al Dio vivente!