Domenica 12 Luglio 2026 – XV Tempo Ordinario – Anno A

Lug 12, 2026 | Postato da Francesca Ospitali - Accompagnamento quotidiano

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ANTIFONA DI INGRESSO:

Nella giustizia contemplerò il tuo volto,
al mio risveglio mi sazierò della tua presenza. (Cf. Sal 16,15)

 

PRIMA LETTURA

Dal Libro del Profeta Isaia (Is 55,10-11)

Così dice il Signore:
«Come la pioggia e la neve scendono dal cielo
e non vi ritornano senza avere irrigato la terra,
senza averla fecondata e fatta germogliare,
perché dia il seme a chi semina
e il pane a chi mangia,
così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca:
non ritornerà a me senza effetto,
senza aver operato ciò che desidero
e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».

Parola di Dio

Salmo responsoriale: Sal 64

R. Tu visiti la terra, Signore, e benedici i suoi germogli.

Tu visiti la terra e la disseti,
la ricolmi di ricchezze.
Il fiume di Dio è gonfio di acque;
tu prepari il frumento per gli uomini. R.

Così prepari la terra:
ne irrìghi i solchi, ne spiani le zolle,
la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli. R.

Coroni l’anno con i tuoi benefici,
i tuoi solchi stillano abbondanza.
Stillano i pascoli del deserto
e le colline si cingono di esultanza. R.

I prati si coprono di greggi,
le valli si ammantano di messi:
gridano e cantano di gioia! R.

SECONDA LETTURA: Dalla lettera di San Paolo Apostolo ai Romani (Rm 8,18-23)
Fatelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.
La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.
Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.
Parola di Dio

 

Alleluja, Alleluja

Il seme è la parola di Dio,
il seminatore è Cristo:
chiunque trova lui, ha la vita eterna.

Alleluja

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13,11-23)

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Parola del Signore

Per la correzione voi state sopportando

Lug 11, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Ebrei 12,1-11

1 Anche noi dunque, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, 2tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. 3Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. 4Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato 5e avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli:

Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore
e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui;
6perché il Signore corregge colui che egli ama
e percuote chiunque riconosce come figlio.

7È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? 8Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli! 9Del resto noi abbiamo avuto come educatori i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre celeste, per avere la vita? 10Costoro infatti ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di farci partecipi della sua santità. 11Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.

 

“Anche noi, dunque, avendo un così gran numero di testimoni che ci circonda …”. L’autore dice che i cristiani (uditori del suo discorso) non sono in competizione coi personaggi biblici appena incontrati e a lungo ritratti, anzi, quei personaggi sono persone “attorno a noi”: sono vivi e abbiamo da imparare tanto da loro.

La prima cosa da imparare è che bisogna partecipare a una corsa [il testo parla di vera e propria “gara”, in greco: agòna]. Una gara richiede “perseveranza e pazienza”, non tanto scatti improvvisi e continui. Per “gareggiare” occorre essere leggeri: “deporre ogni peso e il peccato che ci intralcia”. Occorre, poi, un’altra cosa molto importante: “tenere fisso lo sguardo su Gesù, guida e perfezionatore della fede”. Fede che, qui, significa fedeltà. Gesù è stato fedele al Padre “fino al sangue”, fino alla morte, mettendo al primo posto il Padre e non se stesso con gioie e successi connessi che, pure, poteva rivendicare in quanto “figlio”. Ha accettato la “vergogna” della croce: essere cioè considerato un malfattore, un ribelle, un bestemmiatore. E non ha ritenuto un privilegio “la gioia posta dinnanzi”, cioè, l’essere “alla destra del Padre”. Se egli ha “pazientato” tanto, fino a morire, noi (peccatori!) siamo chiamati a seguirlo. Egli ha aperto una strada in quanto “guida”, ma dà anche la forza/pazienza di percorrerla in quanto “autore”.

Che questa strada o “gara” sia molto dura trova gli uditori d’accordo. Loro e noi facciamo fatica, però, ad accogliere la “correzione” qualora sbagliamo strada. “Tenere gli occhi vissi su Gesù” ci sostiene nella lotta e non ci fa perdere coraggio. Ma bisogna accogliere la “correzione” che proviene dal “amore di Dio”, di un Padre che corregge “perché ama”. Solo un “padre (vero)” può correggere un “figlio (vero)”. Se non si è corretti (l’immagine è riferita a Dio e non all’ordine umano) vuol dire che non siamo figli “veri”, ma “illegittimi”. E se accogliamo che i nostri padri terreni ci abbiano corretti “come sembrava loro giusto e per pochi giorni” (l’autore parla della sua esperienza passata),  egli (Dio) invece “lo fa per ciò che è utile, al fine di renderci partecipi della sua santità”.

L’autore parla della correzione come di un “allenamento” o “addestramento” e non come irata punizione. L’addestramento è in vista di qualcos’altro, qualcosa di veramente “utile”, cioè, non tanto di una vittoria mondana, ma di “un frutto di pace … un frutto di giustizia”: pace e giustizia. “Per la vostra correzione state sopportando”, come dire che la correzione è un’operazione dura con la quale Dio ci rialza, ci lavora e ci trasforma in veri, autentici figli suoi. È tutta qui la … “utilità” di questa operazione divina.

 

Noi e loro salvati in Cristo

Lug 10, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Ebrei 11,23-40


23Per fede, Mosè, appena nato, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché videro che il bambino era bello; e non ebbero paura dell’editto del re.
24Per fede, Mosè, divenuto adulto, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del faraone, 25preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere momentaneamente del peccato. 26Egli stimava ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto l’essere disprezzato per Cristo; aveva infatti lo sguardo fisso sulla ricompensa.
27Per fede, egli lasciò l’Egitto, senza temere l’ira del re; infatti rimase saldo, come se vedesse l’invisibile.
28Per fede, egli celebrò la Pasqua e fece l’aspersione del sangue, perché colui che sterminava i primogeniti non toccasse quelli degli Israeliti.
29Per fede, essi passarono il Mar Rosso come fosse terra asciutta. Quando gli Egiziani tentarono di farlo, vi furono inghiottiti.
30Per fede, caddero le mura di Gerico, dopo che ne avevano fatto il giro per sette giorni.
31Per fede, Raab, la prostituta, non perì con gli increduli, perché aveva accolto con benevolenza gli esploratori.
32E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti; 33per fede, essi conquistarono regni, esercitarono la giustizia, ottennero ciò che era stato promesso, chiusero le fauci dei leoni, 34spensero la violenza del fuoco, sfuggirono alla lama della spada, trassero vigore dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri. 35Alcune donne riebbero, per risurrezione, i loro morti. Altri, poi, furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione. 36Altri, infine, subirono insulti e flagelli, catene e prigionia. 37Furono lapidati, torturati, tagliati in due, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati – 38di loro il mondo non era degno! -, vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra.
39Tutti costoro, pur essendo stati approvati a causa della loro fede, non ottennero ciò che era stato loro promesso: 40Dio infatti per noi aveva predisposto qualcosa di meglio, affinché essi non ottenessero la perfezione senza di noi.

 

“Per fede Mosè … “. Qui l’autore considera la fede dei genitori di Mosè. Essi hanno apprezzato il “bimbo” Mosè come qualcosa/qualcuno di “bello/buono”, lo hanno conservato in vita e “non hanno avuto paura del decreto del re” che prescriveva morte. E poi viene Mosè “adulto”: ha rifiutato il suo status di “figlio della figlia di faraone”, e “preferì essere maltrattato con il popolo di Dio”. Come Abramo anche Mosè … guardava avanti con “occhi fissi sulla ricompensa”. La ricompensa non è la vita facile in Egitto, ma “l’obbrobrio di Cristo”: il suo disprezzo e la sua morte. “Per fede lasciò l’Egitto”: lottò contro faraone non temendo l’ira del re, e “rimase saldo come se vedesse (colui che è) l’Invisibile. La fede dà di “vedere” ciò che gli occhi terreni non vedono e di “rimanere saldi”. Nella fede “celebrò la Pasqua”: il sangue dell’agnello (prefigurazione del sangue di Cristo) tenne lontana la morte dei figli di Israele.

Vengono poi elencati i “prodigi”, gli atti di potenza del Signore: passaggio del Mar Rosso come fosse “terra asciutta”, mentre gli Egiziani vengono inghiottiti; la caduta delle mura di Gerico non per le armi, ma per una “processione” durata sette giorni; la prostituta (Raab) “non perì insieme agli increduli, avendo accolto in pace gli esploratori”.

“E che dirò ancora?”. Tipico approccio secondo retorica, per ricordare tanti che hanno camminato nella fede. Sono giudici, re e profeti, e anche donne. Alcuni hanno ottenuto successi terreni, altri rifiuti e morte su questa terra. Importante è la conclusione dell’autore: “Tutti costoro, pur essendo stati approvati a causa della loro fede, non ottennero ciò che era stato loro promesso”. Hanno, cioè, ricevuto successi e rifiuti, sempre però sul piano delle cose di “questo mondo”. In questo senso l’autore può dire: “Non ottennero la promessa”. Dio voleva dare “qualcosa di meglio, in modo che senza di noi essi non raggiungessero la perfezione”. Penso che “qualcosa di meglio” voglia richiamare Cristo. È in Cristo, noi e loro, che si ottiene la promessa: liberati e salvati, in un solo corpo.

Per fede, Abramo, messo alla prova ha offerto Isacco

Lug 9, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Ebrei 11,8-22


8Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
9Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. 10Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.
11Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. 12Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare.
13Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. 14Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. 15Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; 16ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città.
17Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, 18del quale era stato detto: Mediante Isacco avrai una tua discendenza. 19Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.
20Per fede, Isacco benedisse Giacobbe ed Esaù anche in vista di beni futuri.
21Per fede, Giacobbe, morente, benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe e si prostrò, appoggiandosi sull’estremità del bastone.
22Per fede, Giuseppe, alla fine della vita, si ricordò dell’esodo dei figli d’Israele e diede disposizioni circa le proprie ossa.

 

“Per fede Abramo … “. Consideriamo i frutti o opere della fede nella vita di Abramo. Innanzitutto, occorre dire che la fede è sempre risposta all’opera di Dio che si esprime in una chiamata. È scritto, infatti: “Per fede, Abramo, chiamato da Dio”.

Abramo è un “chiamato” che si apre ad un ascolto vero della parola, che vuol dire, obbedire alla parola. E lo fa, “uscendo verso un luogo che stava per ricevere in eredità”. Abramo esce per ricevere un dono, non per conquistare territori, cose o persone. Per sottolineare la fede/fiducia di Abramo, l’autore commenta: “uscì senza sapere dove stava andando”.

La fede/fiducia ha portato Abramo a “soggiornare … [Com’è bella e significativa, ma anche drammatica  questa parola, quante esperienze inquietanti evoca!]  … nella terra promessa come in terra straniera”. Soggiornare ha il suo corrispettivo nel “abitare nelle tende” in una vita nomade, e non in una città. Solo un nomade può attendere e sognare non un’altra tenda, ma … “la città che possiede le fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio”. Sara, sposa di Abramo ma sterile, “considera degno di fede colui che aveva fatto la promessa”. La fede viene a coincidere col “fidarsi e affidarsi” o come dice il testo “considerare Dio, degno di fede”. “Secondo la fede tutti questi (Abramo e Sara, Isacco, Giacobbe) morirono senza aver ricevuto i beni, ma li videro e salutarono da lontano, confessando di essere stranieri ed esuli sulla terra”. La fede vera non pretende nulla qui sulla terra, nemmeno una “cittadinanza”. Sa che comporta riconoscere lo stato di “straniero e emigrato”, ma … “aspira a una patria migliore, cioè quella celeste. Perciò Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha approntato, infatti, una città per loro”. Questo “loro”, sono gli stranieri e gli esuli, sono … cristiani! Ebbene, Dio è “Dio degli stranieri e degli esuli”. Non solo, ma “ha preparato per loro (stranieri e esuli) una città”.

“Per fede, Abramo, messo alla prova, ha offerto Isacco; e offriva il primogenito, lui che aveva ricevuto le promesse”. La fede di Abramo si concepisce e si elabora in questo ragionamento: quello che Dio promette lo mantiene, in altre parole, Dio è fedele. Se Dio dice una parola che va contro la promessa, cioè, dice di offrire/dare a morte Isacco, allora vuol dire che Dio (che è fedele alla sua promessa) risusciterà Isacco. Dio è fedele, e lo mostrerà con la risurrezione di Isacco … Un giorno lontano, lo mostrerà con la risurrezione di Gesù. Abramo pensava/credeva “che Dio è potente da far risuscitare anche dai morti, per questo egli lo ritenne anche come simbolo (di Gesù)”.

Anche Isacco ebbe fede: fede nei beni futuri, quando li invocò con la benedizione a Giacobbe ed Esaù. E così Giacobbe che “benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe”. Giuseppe stesso aveva avuto fede nell’annunciare l’esodo dei figli di Israele e … di se stesso, quando “diede disposizione a proposito delle sue ossa”.

La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede

Lug 8, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Ebrei 11,1-7

1 La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. 2Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio.
3Per fede, noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sicché dall’invisibile ha preso origine il mondo visibile.
4Per fede, Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, avendo Dio attestato di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora.
5Per fede, Enoc fu portato via, in modo da non vedere la morte; e non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via. Infatti, prima di essere portato altrove, egli fu dichiarato persona gradita a Dio. 6Senza la fede è impossibile essergli graditi; chi infatti si avvicina a Dio, deve credere che egli esiste e che ricompensa coloro che lo cercano.
7Per fede, Noè, avvertito di cose che ancora non si vedevano, preso da sacro timore, costruì un’arca per la salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e ricevette in eredità la giustizia secondo la fede.

La fede degli antichi. La parola “Cristo” (11,26) è posta al centro del discorso sulla fede e costituisce il fondamento del cammino di fede dei credenti, dai patriarchi ai cristiani in crisi a cui si rivolge l’autore. Il lungo excursus storico sulla fede dei padri prepara così all’incontro con Gesù, “autore e perfezionatore della fede dei credenti”. Per esortare i suoi uditori a una fede perseverante e coraggiosa in mezzo alle prime prove e tribolazioni del loro essere cristiani, il predicatore presenta degli esempi di fede eroica di tanti personaggi biblici.

Innanzitutto, dà una definizione programmatica di fede: “La fede è fondamento di ciò che si spera, e prova di ciò che non si vede”. Dunque, secondo l’autore, la fede è ciò che sta alla base dell’atto della speranza, è il fondamento del tendere del cristiano ai beni promessi da Dio, è la fiducia certa di … già possederli, anche se non in pienezza. La fede è anche una “prova”, un modo di “sperimentare”, quindi una “dimostrazione” che le realtà sperate esistono davvero. Le “cose invisibili” si rendono “visibili” in colui che crede e che ne dà testimonianza concreta.

L’autore mette davanti a noi realtà (i mondi) e personaggi (patriarchi e profeti). Da chi o da cosa “furono formati i mondi”? Li ha formati Dio “per mezzo della sua parola”. Così, “per fede”, possiamo conoscere che “dall’Invisibile (Dio e la sua parola) viene ciò che è “visibile” (i mondi). I mondi portano l’impronta di Dio e della sua parola. [L’autore non contesta altri modi o altre vie (che non siano la fede) capaci di “ragionare” sui mondi]

Quanto ai personaggi. L’espressione “per fede” intende riferirsi a fedeltàa Dio, quindi a un fidarsi e affidarsi, più che a un sapereche Dio”. a) Abele riceve “testimonianza di essere giusto”, poiché aveva offerto a Dio “un sacrificio migliore di quello di Caino”, cioè, aveva offerto con fiducia/fedeltà, senza interessi, ciò che gli era più prezioso: “i primogeniti del suo gregge e il loro grasso” (cf. Gen 4,3). Abele “parla ancora”, dunque, è vivo ed è prefigurazione di Cristo risorto. b) Enok “ricevette la testimonianza di essere gradito a Dio”. Per la sua fede/fedeltà non ha neppure sperimentato la morte. c) Noè. La fede di Noè si è manifestata nel fatto (costruzione dell’arca, ecc.) che ha agito a seguito dell’avviso di “cose che ancora non si vedevano”. Così “divenne erede della giustizia secondo la fede”: di fatto, nei fatti credette alla parola di Dio … anche se  il diluvio era soltanto annunciato, e non si vedeva!

“Senza fede è impossibile essere graditi (a Dio); colui che si avvicina a Dio, infatti, deve credere che egli esiste e che ricompensa coloro che lo cercano”. È affermazione difficile e complessa. Le espressioni avvicinarsi a Dio e cercarlo evocano un atto di culto, una offerta. Se offri qualcosa di prezioso o te stesso a Dio “devi credere che (almeno!) egli c’è, e avere fede/certezza che egli ricompensa”, vale a dire, devi … fidarti/affidarti, essere fiducioso/certo che darà grandi ricompense, beni “che non vedi ancora”. In questo e per questo, Dio gradisce te che ti fidi/affidi col tuo dono, testimonia che sei giusto per la fede/fedeltà. Tu (come Noè): “diventi erede della giustizia secondo la fede/fedeltà”.

Di perseveranza avete bisogno

Lug 7, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Ebrei 10,32-39 

32Richiamate alla memoria quei primi giorni: dopo aver ricevuto la luce di Cristo, avete dovuto sopportare una lotta grande e penosa, 33ora esposti pubblicamente a insulti e persecuzioni, ora facendovi solidali con coloro che venivano trattati in questo modo. 34Infatti avete preso parte alle sofferenze dei carcerati e avete accettato con gioia di essere derubati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e duraturi. 35Non abbandonate dunque la vostra franchezza, alla quale è riservata una grande ricompensa. 36Avete solo bisogno di perseveranza, perché, fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso.

37Ancora un poco, infatti, un poco appena,
e colui che deve venire, verrà e non tarderà.
38Il mio giusto per fede vivrà;
ma se cede, non porrò in lui il mio amore.

39Noi però non siamo di quelli che cedono, per la propria rovina, ma uomini di fede per la salvezza della nostra anima.

 

L’appello a un generoso impegno di vita di fede, speranza e amore  è fondato sul ricordo: “Ricordatevi dei primi giorni … “ che sono stati giorni di sofferenze. Essere passati alla vita cristiana (la “illuminazione” si riferisce alla parola ascoltata che ha portato alla fede e al battesimo) non ha significato un vivere “felici e contenti” sotto la protezione di Dio. No, “essi (voi, allora) hanno sopportato una grande lotta di patimenti”: in modo diretto (insulti e tribolazione) e anche indirettamente (solidarietà con chi soffriva).

Cristiani che hanno sperimentato la persecuzione con “spogliazione dei beni”. L’autore commenta così i fatti: “Avete accettato tutto sapendo di avere voi stessi un bene migliore e duraturo”. La vita eterna è l’eredità ben più grande e bella dei beni terreni che passano. Da un lato pare si voglia esprimere una felicitazione o augurio, dall’altro è una ammonizione fraterna a chi, in questi fatti, sta faticando: “Non abbandonate la vostra piena fiducia (parresìa) che ha una grande ricompensa”.

In concreto: “Di perseveranza (pazienza) avete bisogno”. Solo attraverso la perseveranza, che si esprime nel “compimento della volontà di Dio”, otterrete la promessa. L’autore non nasconde che il cammino sia difficile: c’è sempre “un poco, un poco appena” che ci separa dall’ottenimento della promessa. Questo “poco” va sostenuto e vissuto nella fede: “il mio giusto vivrà per fede”. Stia attento, però, questo cristiano: “se cede, io non mi compiaccio di lui” [citazione di Abacuc 2,4]. “Ma noi – conclude l’autore con fiducia/fierezza/fedeltà – non siamo persone che si sottraggono, per la rovina, ma persone di fede per l’acquisto della vita”. Vorremmo essere anche noi tra queste persone, pazienti lottatori nel cammino della fede che dona la vita vera (eterna).

Non abbandoniamo le nostre stesse riunioni

Lug 6, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Ebrei 10,19-31

19Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, 20via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, 21e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, 22accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. 23Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso.
24Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone. 25Non disertiamo le nostre riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare, ma esortiamoci a vicenda, tanto più che vedete avvicinarsi il giorno del Signore.
26Infatti, se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati, 27ma soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco che dovrà divorare i ribelli. 28Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni. 29Di quanto peggiore castigo pensate che sarà giudicato meritevole chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’alleanza, dal quale è stato santificato, e avrà disprezzato lo Spirito della grazia? 30Conosciamo infatti colui che ha detto: A me la vendetta! Io darò la retribuzione! E ancora: Il Signore giudicherà il suo popolo. 31È terribile cadere nelle mani del Dio vivente!

 

Questo brano è il cuore di tutta l’omelia e contiene un invito rivolto ai cristiani, chiamati qui “fratelli”, ad abbracciare le verità precedentemente esposte sul sacrificio di Cristo e la sua mediazione sacerdotale, nonché ad accogliere un nuovo programma di vita.

I cristiani, in virtù del sangue che Gesù ha versato sulla croce per la loro redenzione eterna, hanno la parresia, cioè la fiducia certa, la libertà o franchezza di avere accesso al “santuario vero”, di entrare nella “intimità di Dio” in tutta confidenza. Alla intimità di Dio si ha accesso per una “via nuova e vivente che Gesù ha inaugurato (realizzato) per noi attraverso la cortina (velo del santuario), cioè la sua carne (lui stesso nella croce). Dunque, non più la carne degli animali, ma la sua stessa carne = lui nella totalità del suo essere come noi, permette di incontrare Dio.  Gesù è “via” ed è “sacerdote grande sopra la casa di Dio”, diremmo: Gesù è vittima e sacerdote.

Quali atteggiamenti si richiedono per una novità così sorprendente? a) “Accostiamoci con cuore sincero, in pienezza di fede, (poiché siamo) perdonati dai nostri peccati”. b) “Manteniamo senza tentennamenti la professione della speranza”. c) “Facciamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci all’amore e alle opere buone”. [Possiamo vederci un richiamo alle tre virtù chiamate teologali: fede, speranza, amore]. d) “Non abbandoniamo le nostre riunioni”. Si tratta di incontri che sostengono fede, speranza e amore, cioè, legano la comunità come “corpo” che vive unito a Dio, in Cristo.

“Abbandonare le riunioni”, alla fine, porta all’allontanamento che può configurarsi come apostasia pratica: vero “peccato volontario” che contiene il disprezzo del Figlio di Dio, la profanazione del sangue dell’alleanza, cioè, il sacrificio di Cristo e lo Spirito della grazia. È abbandono di quel “gran bene”, di quel “gran dono” che si è ricevuto grazie alla misericordia di Dio e che ci aveva sottratti al giudizio di Dio. Abbandonare e disprezzare il Dono, riporta l’umanità “sotto il giudizio di Dio”, consegna a una “terribile attesa”. “Non rimane più alcun sacrificio per i peccati”: rimani tu col tuo peccato di fronte al Dio vivente!

Domenica 5 Luglio 2026 – XIV Tempo Ordinario – Anno A

Lug 5, 2026 | Postato da Francesca Ospitali - Accompagnamento quotidiano

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ANTIFONA DI INGRESSO:

O Dio, accogliamo il tuo amore nel tuo tempio.
Come il tuo nome, o Dio,
così la tua lode si estende sino ai confini della terra;
è piena di giustizia la tua destra. (Cf. Sal 47,10-11)

 

PRIMA LETTURA

Dal Libro del Profeta Zaccaria (Zac 9,9-10)
Così dice il Signore:
«Esulta grandemente, figlia di Sion,
giubila, figlia di Gerusalemme!
Ecco, a te viene il tuo re.
Egli è giusto e vittorioso,
umile, cavalca un asino,
un puledro figlio d’asina.
Farà sparire il carro da guerra da Èfraim
e il cavallo da Gerusalemme,
l’arco di guerra sarà spezzato,
annuncerà la pace alle nazioni,
il suo dominio sarà da mare a mare
e dal Fiume fino ai confini della terra».

Parola di Dio

Salmo responsoriale: Sal 144

R. Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.

O Dio, mio re, voglio esaltarti
e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.
Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre. R.

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature. R.

Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza. R.

Fedele è il Signore in tutte le sue parole
e buono in tutte le sue opere.
Il Signore sostiene quelli che vacillano
e rialza chiunque è caduto. R.

SECONDA LETTURA: Dalla lettera di San Paolo Apostolo ai Romani (Rm 8,9.11-13)
Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.
E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.
Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete.
Parola di Dio

 

Alleluja, Alleluja

Ti rendo lode, Padre,
Signore del cielo e della terra,
perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno.

Alleluja

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 11,25-30)

In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Parola del Signore

L’unico sacrificio: offrì se stesso

Lug 4, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Ebrei 10,1-18

1 La Legge infatti, poiché possiede soltanto un’ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose, non ha mai il potere di condurre alla perfezione per mezzo di sacrifici – sempre uguali, che si continuano a offrire di anno in anno – coloro che si accostano a Dio. 2Altrimenti, non si sarebbe forse cessato di offrirli, dal momento che gli offerenti, purificati una volta per tutte, non avrebbero più alcuna coscienza dei peccati? 3Invece in quei sacrifici si rinnova di anno in anno il ricordo dei peccati. 4È impossibile infatti che il sangue di tori e di capri elimini i peccati. 5Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice:

Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,
un corpo invece mi hai preparato.
6 Non hai gradito
né olocausti né sacrifici per il peccato.
7Allora ho detto: «Ecco, io vengo
– poiché di me sta scritto nel rotolo del libro –
per fare, o Dio, la tua volontà».

8Dopo aver detto: Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose che vengono offerte secondo la Legge, 9soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. 10Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.
11Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e a offrire molte volte gli stessi sacrifici, che non possono mai eliminare i peccati. 12Cristo, invece, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, si è assiso per sempre alla destra di Dio, 13aspettando ormai che i suoi nemici vengano posti a sgabello dei suoi piedi. 14Infatti, con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati. 15A noi lo testimonia anche lo Spirito Santo. Infatti, dopo aver detto:

16Questa è l’alleanza che io stipulerò con loro
dopo quei giorni, dice il Signore:
io porrò le mie leggi nei loro cuori
e le imprimerò nella loro mente,
dice:
17e non mi ricorderò più dei loro peccati e delle loro iniquità.

18Ora, dove c’è il perdono di queste cose, non c’è più offerta per il peccato.

 

La Legge di Mosè “non può mai rendere perfetti coloro che si avvicinano (a Dio, nel culto)”, in altre parole, “non può donare i beni futuri (della salvezza: comunione co Dio)”. L’ordinamento del culto non lo può, perché è soltanto “ombra” dei beni futuri, o “figura”. Non è, dunque, “la realtà stessa delle cose”. Dicendo ombra o figura si intende stabilire e sostenere un rapporto e non una rottura tra ombra e realtà: la realtà è sempre unita all’ombra e l’ombra è sempre unita alla realtà. Comunque è la realtà che crea, dà senso e porta a … compimento la figura, senza annullarla, piuttosto, includendola.

Questo processo (da ombra a realtà, da figura a immagine) processo che esige un “compimento”, lo si può rilevare a partire dal “sistema” di culto operante in Israele. a) i sacrifici si offrono ogni anno; b) gli offerenti, una volta purificati, debbono nuovamente essere purificati; c) coi sacrifici ogni anno “c’è il ricordo dei peccati”; d) “è impossibile che il sangue di tori e di capri cancelli i peccati”. Cosa si vuol dire con questo? Non che non ci sia il perdono dei peccati, ma che bisogna sempre “ripetere” i sacrifici per il perdono dei peccati che sono sempre … “ripetuti”. [Non c’è il perdono “una volta per tutte”]

Vediamo le cose, invece, nel loro compiersi in Cristo. a) citazione del salmo 40: “ (è l’orante che parla, ed è Cristo stesso) olocausti e sacrifici per il peccato non hai gradito”; b) Sono “tutte cose si soffrono secondo la Legge” di Mosè; c) “allora dissi: Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà”; d) “abolisce il primo per stabilire il secondo”; e) “Mediante quella volontà (volontà di Cristo) siamo stati santificati” (santificazione = appartenenza e unione); f) Santificati “attraverso l’offerta del corpo di Gesù Cristo”; g) “offerta una volta per tutte” … si muore una sola volta!; h) “Dopo aver offerto un solo sacrificio per i peccati, si è seduto (Cristo) per sempre alla destra di Dio”; i) Con una sola offerta ha reso perfetti per sempre coloro che vengono santificati”. Essere perfetti = appartenere ed essere uniti a lui: operazione che fa Cristo e che resta, operazione (sua obbedienza e morte che sono il suo sacrificio) che non può essere ripetuta; l) Santificazione che è Alleanza che dura: dura certamente in Cristo che “non ricorderà più le iniquità = perdonerà e rifarà la persona che crede in lui, ma dura anche in noi poiché avrà posto “le mie leggi sul loro cuore, le imprimerò sulla loro mente”, e così “dei loro peccati non mi ricorderò più”, perché … li ho già perdonati nella mia morte; m) Può essere come una momentanea conclusione di questo grande processo. È scritto: “Dove c’è il perdono di queste cose, non c’è più offerta per il peccato”. Attenzione: non dice che non ci saranno più peccati, ma che non c’è più offerta per i peccati … nel senso che nella sua morte sono già stati perdonati. Il peccato esige una “offerta/sacrificio per il peccato”, ma questa offerta è già sta fatta una volta per tutte con la morte di Gesù, quindi … i nostri peccati sono già stati perdonati: basta solo che li riconosciamo e li confessiamo davanti a Lui.

Entrato nel cielo stesso Cristo intercede a nostro favore

Lug 3, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Ebrei 9,24-28


24Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. 25E non deve offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui: 26in questo caso egli, fin dalla fondazione del mondo, avrebbe dovuto soffrire molte volte. Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. 27E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, 28così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.

 

Ritorna ancora la parola “figura”. Il “santuario fatto da mani d’uomo (tempio di Gerusalemme)” è figura o anticipazione/immagine del santuario “vero”, che è … “il cielo stesso”. Nella sua vita terrena Gesù è andato tante volte al tempio, ma non è mai “entrato” nel luogo santo: vi poteva entrare solo il sommo sacerdote, come abbiamo visto. Cristo, invece, è entrato nel “cielo stesso”.

Con la sua morte e risurrezione, Cristo è entrato “nel cielo per presentarsi al cospetto di Dio in nostro favore”. In questo modo Cristo ha realizzato una mediazione salvifica unica e definitiva, a differenza del sommo sacerdote che nella liturgia del Kippur entrava ogni anno nel Santissimo e non con il proprio sangue, ma con quello delle vittime animali che non aveva alcuna efficacia salvifica.

Ora, Cristo è il Risorto dai morti che non muore più; alla fine dei secoli, apparirà una seconda volta nel mondo senza alcuna relazione con il peccato, cioè con una umanità glorificata e non più rivestita della debolezza di chi si era fatto carico delle conseguenze disastrose dei peccati degli uomini. Cristo non deve più vivere e morire per espiare (questo è avvenuto la prima volta nella sua incarnazione), ma vivere e rendere partecipi della sua gloria coloro che nella speranza lo attendono per la salvezza piena (v. 28).