La scoperta degli idoli portò alla corruzione della vita

Gen 21, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Sapienza 14,12-21

 Infatti l’invenzione degli idoli fu l’inizio della fornicazione, la loro scoperta portò alla corruzione della vita. Essi non esistevano dall’inizio e non esisteranno in futuro. Entrarono nel mondo, infatti, per la vana ambizione degli uomini, per questo è stata decretata loro una brusca fine.
Un padre, consumato da un lutto prematuro, avendo fatto un’immagine del figlio così presto rapito, onorò come un dio un uomo appena morto e ai suoi subalterni ordinò misteri e riti d’iniziazione; col passare del tempo l’empia usanza si consolidò e fu osservata come una legge.
Anche per ordine dei sovrani le immagini scolpite venivano fatte oggetto di culto;
alcuni uomini, non potendo onorarli di persona perché distanti, avendo riprodotto le sembianze lontane, fecero un’immagine visibile del re venerato, per adulare con zelo l’assente, come fosse presente. A estendere il culto anche presso quanti non lo conoscevano, spinse l’ambizione dell’artista. Questi infatti, desideroso senz’altro di piacere al potente, si sforzò con l’arte di renderne più bella l’immagine; ma la folla, attratta dal fascino dell’opera, considerò oggetto di adorazione colui che poco prima onorava come uomo. Divenne un’insidia alla vita il fatto che uomini, resi schiavi della disgrazia e del potere, abbiano attribuito a pietre o a legni il nome incomunicabile.

” L’invenzione degli idoli (l’idea di costruire statue sacre) fu l’inizio della fornicazione (porneia), la loro scoperta portò alla corruzione della vita”. Comprendiamo ormai che “fornicazione” è una parola che, oltre la sregolatezza sessuale), indica “infedeltà/tradimento” e alla fine “peccato di idolatria”.

“Essi (gli idoli) non c’erano all’inizio e certo non ci saranno sempre”. Come dire, non fanno parte della creazione uscita dalle mani di Dio. Lo stesso era stato detto della morte (vedi 1,13). “Entrarono nel mondo per la vana ambizione degli uomini (per la manìa degli uomini)”, ma finirà bruscamente perché Dio l’ha deciso”. “Bruscamente” non si riferisce al fatto che gli uomini un giorno si convertiranno (questo lo si può e si deve sperare), ma che sarà Dio stesso a farli scomparire … nell’ultimo giorno!

I versetti 15-21 narrano come nasce e si sviluppa l’idolatria. A) La pratica greco-romana della “apoteosi” di bambini defunti può portare alla “divinizzazione” e poi alla “venerazione o culto” del bimbo defunto. L’autore chiama “empia” questa usanza diventata legge. B) “Culto delle statue”. L’imperatore o il re o una persona influente non potendo essere presente ovunque, peraltro pretendendo l’ossequio, installava la sua statua e chiedeva di adorarla, dal momento che rappresentava la sua persona.  C) “Vanagloria dell’artista”. Per piacere al committente (in genere un sovrano) l’artista faceva un’immagine “ancora più bella” della persona. Presto, quella statua non solo era ammirata, ma visitata e adorata.

L’autore sintetizza l’origine dell’idolo in questo modo: “Divenne un’insidia alla vita (un inizio di corruzione) il fatto che uomini, resi schiavi della disgrazia e del potere, abbiano attribuito a pietre o a legni il nome incomunicabile”. Dunque, la disgrazia (morte prematura del figlio per un padre), il potere (pretese dell’imperatore) e anche l’interesse (vanagloria dell’artista) possono rendere schiavi gli uomini, al punto di “attribuire a pietre o a legni o a persone il nome incomunicabile, cioè, il Signore stesso ((YHWH). [Pagina che ci fa riflettere anche sul giusto culto dei nostri morti, sulle immagini, sulle statue, sulla pubblicità, sulle divinità del momento, sui beni …].

Chi si dispone a navigare è salvato da un piccolo legno

Gen 20, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Sapienza 14,1-11

Anche chi si dispone a navigare e a solcare onde selvagge invoca un legno più fragile dell’imbarcazione che lo porta. Questa infatti fu inventata dal desiderio di guadagni e fu costruita da una saggezza artigiana; ma la tua provvidenza, o Padre, la pilota, perché tu tracciasti un cammino anche nel mare e un sentiero sicuro anche fra le onde, mostrando che puoi salvare da tutto, sì che uno possa imbarcarsi anche senza esperienza. Tu non vuoi che le opere della tua sapienza siano inutili; per questo gli uomini affidano la loro vita anche a un minuscolo legno e, avendo attraversato i flutti su una zattera, furono salvati.
Infatti, anche in principio, mentre perivano i superbi giganti, la speranza del mondo, rifugiatasi in una zattera e guidata dalla tua mano, lasciò al mondo un seme di nuove generazioni. Benedetto è il legno per mezzo del quale si compie la giustizia, maledetto invece l’idolo, opera delle mani, e chi lo ha fatto; questi perché lo ha preparato, quello perché, pur essendo corruttibile, è stato chiamato dio.
Perché a Dio sono ugualmente in odio l’empio e la sua empietà; l’opera sarà punita assieme a chi l’ha compiuta. Perciò ci sarà un giudizio anche per gli idoli delle nazioni, perché fra le creature di Dio sono diventati oggetto di ribrezzo, e inciampo per le anime degli uomini, e laccio per i piedi degli stolti.

 

Dopo l’approccio con “l’artigiano” e la sua preghiera (visto ieri), l’autore viene a parlare dell’attività e della preghiera dell’uomo “navigatore” o “commerciante” o “imprenditore”. Chi si dispone a navigare “invoca un legno più fragile dell’imbarcazione che lo porta (è la statuetta che è posta a prua del battello)”.

La nave “è stata inventata dal desiderio di guadagni e costruita da una saggezza artigiana”, ma è Dio (qui, chiamato “Padre”) a sostenerla, pilotarla e a “salvarla” dalle onde. [Le onde sono una potenza cosmica invincibile!] Con questo (commenta l’autore) si vuol mostrare che “tu, Padre, puoi salvare da tutto, sicché anche un inesperto può imbarcarsi”, percorrendo le “strade” che tu hai predisposto anche nel mare. [Noi siamo i fragili navigatori nel grande e minaccioso mare della storia, ma saremo salvati se percorreremo le “strade” che Dio ha preparato, facendo uso dei mezzi (“legno da poco/zattera”) che Dio ha predisposto, e non fidandoci degli idoli fatti da noi]]

L’autore antico, che ha la consapevolezza della stragrande potenza dell’oceano e ne ha paura o addirittura venerazione, si mostra felicemente sorpreso che un “piccolo legno o legno da poco” possa salvare dal minaccioso mostro che è l’oceano. Dio Padre vuole che “le opere della tua sapienza (le navi) non siano inutili”. “Per questo gli uomini affidano la loro vita anche a un minuscolo legno e, avendo attraversato i flutti su una zattera, furono salvati”.

L’insistenza sul “piccolo legno o legno da poco” rimanda ai fatti di Noè (chiamato “speranza del mondo”). Un tempo quando il mondo stava per scomparire a causa della sua malvagità e per questo fu aggredito dal diluvio (oceano), “la speranza del mondo (Noè), rifugiatasi in una zattera e guidata dalla tua mano, lasciò al mondo un seme di nuove generazioni”. “Benedetto il legno per mezzo del quale si compie la giustizia”, cioè la volontà di Dio. [Oltre che pensare alla nave di Noè, noi cristiani non possiamo non pensare al … legno della croce]

Dunque, c’è un legno che dà salvezza. Ma … “maledetto l’idolo, opera delle mani, e chi lo ha fatto”. C’è una comunione forte (simbiosi) tra l’idolo e colui che l’ha fatto, tanto che la Scrittura arriva a dire: “a Dio sono ugualmente in odio l’empio e la sua empietà”. Noi sappiamo bene che Dio non odia nessuno: qui, odiare significa giudicare. Dio non odia, ma … giudica l’idolo e chi l’ha prodotto. Producendolo, l’uomo ne ha fatto una fonte di guadagno, ma nello stesso tempo ha dovuto farsi schiavo dell’idolo e così … allontanare Dio dal suo cuore. [La Scrittura e anche il Vangelo descrivono spesso questa operazione con la parola “odio” … i sentimenti non c’entrano niente, meno che meno quando ci si riferisce a Dio!]

Chiamarono dèi le opere di mani d’uomo

Gen 19, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Sapienza 13,10-19


Infelici anche coloro le cui speranze sono in cose morte e che chiamarono dèi le opere di mani d’uomo, oro e argento, lavorati con arte, e immagini di animali, oppure una pietra inutile, opera di mano antica.
Ecco un falegname: dopo aver segato un albero maneggevole, ha tagliato facilmente tutta la corteccia intorno e, avendolo lavorato abilmente, ha preparato un oggetto utile alle necessità della vita; raccolti poi gli avanzi del suo lavoro, li consuma per prepararsi il cibo e saziarsi. Quanto avanza ancora, buono proprio a nulla, legno contorto e pieno di nodi, lo prende e lo scolpisce per occupare il tempo libero; con l’abilità dei momenti di riposo gli dà una forma, lo fa simile a un’immagine umana oppure a quella di un animale spregevole. Lo vernicia con minio, ne colora di rosso la superficie e ricopre con la vernice ogni sua macchia; quindi, preparatagli una degna dimora, lo colloca sul muro, fissandolo con un chiodo. Provvede perché non cada, ben sapendo che non è in grado di aiutarsi da sé; infatti è solo un’immagine e ha bisogno di aiuto.
Quando prega per i suoi beni, per le nozze e per i figli, non si vergogna di parlare a quell’oggetto inanimato, e per la sua salute invoca un essere debole, per la sua vita prega una cosa morta, per un aiuto supplica un essere inetto, per il suo viaggio uno che non può usare i suoi piedi; per un guadagno, un lavoro e un successo negli affari, chiede abilità a uno che è il più inabile con le mani.

 

Altra ”proposizione” è questa: ”Infelici anche coloro le cui speranze sono in cose morte e che chiamarono dèi le opere di mani d’uomo, oro e argento, lavorati con arte, e immagini di animali, oppure una pietra inutile, opera di mano antica”.

I toni e le parole si fanno più pesanti: “infelici o miserabili” vengono chiamati “coloro che sperano in cose morte e chiamarono dèi le opere delle loro mani”. Le cose morte diventate dèi sono gli avanzi (cose morte) delle attività dell’uomo. L’autore parla a lungo del “falegname (gr. tekton)”. [Ricordiamo che Giuseppe sposo di Maria era tekton = carpentiere, artigiano] Viene descritta l’opera dell’artigiano dall’inizio (taglio dell’albero) fino al compimento (quando sistema il simulacro alla parete).

Notiamo quanta “cura”, quanto “tempo” e quanto “impegno” ci mette l’uomo nel “fare” l’idolo! Ci mette più tempo e impegno a fare l’idolo che a fare ciò di cui ha veramente bisogno! Leggete con calma e curiosità il testo. Seguite i movimenti di un “fabbricatore di dei”: le sue pensate, le sue scelte, i risultati, le sue preghiere … Riscrivo soltanto i versetti 17-19. ”Quando prega per i suoi beni, per le nozze e per i figli, non si vergogna di parlare a quell’oggetto inanimato, e per la sua salute invoca un essere debole, per la sua vita prega una cosa morta, per un aiuto supplica un essere inetto, per il suo viaggio uno che non può usare i suoi piedi; per un guadagno, un lavoro e un successo negli affari, chiede abilità a uno che è il più inabile con le mani”. Qui subentra una certa magia che si sostiene con gli inganni (idolatria del succcesso), certe nostre devote pratiche (idolatria di consolazione), certe operazioni economiche o militari (idolatria di denaro e potere), e anche certe scelte e stili di vita abituali (idolatria di evasione che schiavizza e anestetizza).

Domenica 18 Gennaio 2026 – II Tempo Ordinario – Anno A

Gen 18, 2026 | Postato da Francesca Ospitali - Accompagnamento quotidiano

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ANTIFONA DI INGRESSO

A te si prostri tutta la terra, o Dio.
A te canti inni, canti al tuo nome, o Altissimo. (Cf. Sal 65,4)

 

PRIMA LETTURA: Dal libro del profeta Isaia (Is 49, 3.5-6)
Il Signore mi ha detto:
«Mio servo tu sei, Israele,
sul quale manifesterò la mia gloria».
Ora ha parlato il Signore,
che mi ha plasmato suo servo dal seno materno
per ricondurre a lui Giacobbe
e a lui riunire Israele
– poiché ero stato onorato dal Signore
e Dio era stato la mia forza –
e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo
per restaurare le tribù di Giacobbe
e ricondurre i superstiti d’Israele.
Io ti renderò luce delle nazioni,
perché porti la mia salvezza
fino all’estremità della terra».
Parola di Dio
Salmo Responsoriale: Sal 39

 

Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.

Ho sperato, ho sperato nel Signore,
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
una lode al nostro Dio.

Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo».

«Nel rotolo del libro su di me è scritto
di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero;
la tua legge è nel mio intimo».

Ho annunciato la tua giustizia
nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai.

SECONDA LETTURA: Dalla Prima Lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi  (1Cor 1,1-3)

Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!

Parola di Dio

ALLELUJA, ALLELUJA, ALLELUJA

Il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
a quanti lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio.

ALLELUJA, ALLELUJA, ALLELUJA

VANGELO: Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,29-34)

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Parola del Signore

 

S’ingannano cercando Dio e volendolo trovare

Gen 17, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Sapienza 13,1-9

Davvero vani per natura tutti gli uomini che vivevano nell’ignoranza di Dio, e dai beni visibili non furono capaci di riconoscere colui che è, né, esaminandone le opere, riconobbero l’artefice. Ma o il fuoco o il vento o l’aria veloce, la volta stellata o l’acqua impetuosa o le luci del cielo essi considerarono come dèi, reggitori del mondo.
Se, affascinati dalla loro bellezza, li hanno presi per dèi, pensino quanto è superiore il loro sovrano, perché li ha creati colui che è principio e autore della bellezza. Se sono colpiti da stupore per la loro potenza ed energia, pensino da ciò quanto è più potente colui che li ha formati. Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro autore.
Tuttavia per costoro leggero è il rimprovero, perché essi facilmente s’ingannano cercando Dio e volendolo trovare. Vivendo in mezzo alle sue opere, ricercano con cura e si lasciano prendere dall’apparenza perché le cose viste sono belle. Neppure costoro però sono scusabili, perché, se sono riusciti a conoscere tanto da poter esplorare il mondo, come mai non ne hanno trovato più facilmente il sovrano?

 

Nella narrazione dell’Esodo che stiamo seguendo, c’è stata una prima digressione che presentava la filantropia divina: “Dio che ama gli uomini, Dio filantropo” (11,15-12,27). Ora abbiamo una seconda digressione che è: il discorso contro l’idolatria (13,1-15,19).

L’autore presenta con forza, lucidità e potenza di sintesi questa proposizione: “Davvero vani per natura tutti gli uomini che vivevano nell’ignoranza di Dio, e dai beni visibili non furono capaci di riconoscere colui che è, né, esaminandone le opere, riconobbero l’artefice. Ma o il fuoco o il vento o l’aria veloce, la volta stellata o l’acqua impetuosa o le luci del cielo essi considerarono come dèi, reggitori del mondo.” L’autore sta parlando di uomini che, “dilettandosi della bellezza delle cose nel creato, le hanno prese per dèi”. Riflessione o digressione razionale, ma nello stesso tempo teologica: “considerino quanto è loro superiore il dominatore, poiché è colui che è all’origine della bellezza che li ha creati”. Se poi si parla di potenza o energia, è la stessa cosa: “pensino quanto è più potente colui che li ha creati”.

Queste argomentazioni apologetiche o dimostrative, che prendono forza dalla teologia più che dalla ragione o dalla scienza, procedono … “per analogia”. Il procedimento è questo: “Dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro autore”. È un passaggio “naturale” per le persone che riconoscono Dio come Creatore. Per chi non fa questo passaggio ma si ferma alle creature … Bene: “per costoro leggero è il rimprovero, perché essi facilmente si ingannano”. Cercano Dio, ma si fermano “alla vista”, e la vista delle cose li affascina, perché le cose fatte da Dio sono “tanto belle”. Per queste persone l’autore ha un “rimprovero leggero”, ma conclude: “Neppure costoro sono scusabili”, perché hanno esplorato il mondo, ma “non ne hanno trovato il dominatore”. [Parola benevola e incoraggiante, rivolta soprattutto a scienziati, ricercatori, filosofi, viaggiatori, innamorati … Che possano essere affascinati da Colui che ha fatto le cose belle, buone, sane]

Hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini

Gen 16, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Sapienza 12,15-27

Tu, essendo giusto, governi tutto con giustizia. Consideri incompatibile con la tua potenza condannare chi non merita il castigo. La tua forza infatti è il principio della giustizia, e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti. Mostri la tua forza quando non si crede nella pienezza del tuo potere, e rigetti l’insolenza di coloro che pur la conoscono. Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere.

Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini, e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento. Se infatti i nemici dei tuoi figli, pur meritevoli di morte, tu hai punito con tanto riguardo e indulgenza, concedendo tempo e modo per allontanarsi dalla loro malvagità, con quanta maggiore attenzione hai giudicato i tuoi figli, con i cui padri concludesti, giurando, alleanze di così buone promesse! Mentre dunque correggi noi, tu colpisci i nostri nemici in tanti modi, perché nel giudicare riflettiamo sulla tua bontà e ci aspettiamo misericordia, quando siamo giudicati.
Perciò quanti vissero ingiustamente con stoltezza tu li hai tormentati con i loro stessi abomini. Essi si erano allontanati troppo sulla via dell’errore, scambiando per dèi gli animali più abietti e più ripugnanti, ingannati come bambini che non ragionano. Per questo, come a fanciulli irragionevoli, hai mandato un castigo per prenderti gioco di loro. Ma chi non si lascia correggere da punizioni derisorie, sperimenterà un giudizio degno di Dio. Infatti, soffrendo per questi animali, s’indignavano perché puniti con gli stessi esseri che stimavano dèi, e capirono e riconobbero il vero Dio, che prima non avevano voluto conoscere. Per questo la condanna suprema si abbatté su di loro.

 

Dio “modula” il potere con giustizia perché la sua natura va contro l’ingiustizia e si oppone a ogni forma di parzialità nella sentenza e nella comminazione della pena. Tale forza è il principio che anima la sua giustizia, e la sua potenza sconfinata è la ragione dell’indulgenza: “La tua forza infatti è il principio della giustizia, e il tuo dominio su ogni cosa ti fa indulgente verso tutti”. Al contrario, è scritto: “Mostri la tua forza quando non si crede nella pienezza del tuo potere”. Infatti, quando si verificano “incredulità e insolenza”, Dio smette le vesti del “misericordioso”.

Da tutto questo viene un grande insegnamento per gli uomini, per noi. “Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini (greco: essere filantropo), e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento”. In modo chiaro e perentorio si afferma quest’altro insegnamento: “Quando noi giudichiamo, riflettiamo sulla tua bontà e (così) ci aspettiamo misericordia, quando siamo giudicati”.

C’è una seconda conclusione riferita ai pagani vissuti ingiustamente: “Perciò quanti vissero ingiustamente con stoltezza tu li hai tormentati con i loro stessi abomini”. Questi uomini sono considerati come “fanciulli irragionevoli” (noi diremmo “bulli”) che non si lasciano correggere da “punizioni derisorie” e allora “sperimenteranno un giudizio degno di Dio”. Con queste parole si apre la polemica contro l’idolatria che considereremo nei capitoli 13 e 14.

Un Dio che si prende cura di tutte cose, per questo è indulgente

Gen 15, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Sapienza 12,1-14

Poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose. Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato, perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore.

Tu hai odiato gli antichi abitanti della tua terra santa, perché compivano delitti ripugnanti, pratiche di magia e riti sacrileghi. Questi spietati uccisori dei loro figli, divoratori di visceri in banchetti di carne umana e di sangue, iniziati in orgiastici riti, genitori che uccidevano vite indifese, hai voluto distruggere per mezzo dei nostri padri, perché la terra a te più cara di tutte ricevesse una degna colonia di figli di Dio.
Ma hai avuto indulgenza anche di costoro, perché sono uomini, mandando loro vespe come avanguardie del tuo esercito, perché li sterminassero a poco a poco. Pur potendo in battaglia dare gli empi nelle mani dei giusti, oppure annientarli all’istante con bestie terribili o con una parola inesorabile, giudicando invece a poco a poco, lasciavi posto al pentimento,  sebbene tu non ignorassi che la loro razza era cattiva e la loro malvagità innata, e che la loro mentalità non sarebbe mai cambiata, perché era una stirpe maledetta fin da principio; e non perché avessi timore di qualcuno tu concedevi l’impunità per le cose in cui avevano peccato.
E chi domanderà: «Che cosa hai fatto?», o chi si opporrà a una tua sentenza? Chi ti citerà in giudizio per aver fatto perire popoli che tu avevi creato? Chi si costituirà contro di te come difensore di uomini ingiusti? Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto. Né un re né un sovrano potrebbero affrontarti in difesa di quelli che hai punito.

“Il tuo spirito è in tutte le cose” [spirito sta ad indicare il tuo soffio vitale, non direttamente lo Spirito Santo] Come dire, sei tu che sostieni e fai vivere tutte le cose. Quindi, sei tu che “correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato, perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore”. [“credere” significa aderire a te, lasciarsi guidare da te, dal “tuo soffio”]

Tuttavia, da parte degli uomini, è impossibile “allontanarsi da ogni malizia”. L’esempio è dato dai popoli che compivano “delitti ripugnanti, pratiche di magia e riti sacrileghi”. Popoli che tu “odiavi”: in realtà Dio odiava le loro pratiche orrende, non i popoli stessi. [Questi popoli rappresentano l’umanità intera e non una parte di essa. Rappresentano gli uomini senza Dio, come potremmo essere noi, cfr Gen 6,5]. Dio cercava di condurli a sé “giudicandoli a poco a poco con indulgenza”. Detto altrimenti: “Tu volevi dare anche a loro (anche a noi) l’occasione di cambiare vita”. Se, poi, non ci fosse conversione, altro non resta che il giudizio (per loro, come per tutti noi!). E nessuno dovrebbe chiedersi: “Ma cosa hai fatto?”.

In realtà e in conclusione di un brano che mette in discussione il nostro “buon senso”, va sottolineata questa affermazione: “non c’è altro Dio che si prenda cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto”. È vero, il nostro Dio è un Dio che si prende cura di tutte le cose, in primis, di noi. Ma a noi, non sempre va bene il “suo modo” di prendersi cura! Egli si prende cura correggendoci, che è un “raddrizzarci”, che è un … “salvarci”. Va sottolineata anche quest’altra affermazione: “Eppure sei stato indulgente anche con costoro (sono i nemici idolatri Cananei, o noi quando fossimo idolatri) perché erano uomini”. Dunque: basta essere e riconoscersi tutti … “uomini (anthropoi)” e “uomini ingiusti”, per essere perdonati e accolti da Dio!

Signore, amante della vita

Gen 14, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Sapienza 11,15-26

In cambio dei ragionamenti insensati della loro ingiustizia, in cui, errando, rendevano onori divini a rettili senza parola e a bestie spregevoli, tu inviasti contro di loro come punizione una moltitudine di animali irragionevoli, perché capissero che con le cose con cui uno pecca, con quelle viene punito.
Non era certo in difficoltà la tua mano onnipotente, che aveva creato il mondo da una materia senza forma, a mandare loro una moltitudine di orsi o leoni feroci o bestie molto feroci, prima sconosciute e create da poco, che esalano un alito infuocato o emettono un crepitìo di vapore o sprizzano terribili scintille dagli occhi, delle quali non solo l’assalto poteva sterminarli, ma lo stesso aspetto terrificante poteva annientarli. Anche senza queste potevano cadere con un soffio, perseguitati dalla giustizia e dispersi dal tuo soffio potente, ma tu hai disposto ogni cosa con misura, calcolo e peso. Prevalere con la forza ti è sempre possibile; chi si opporrà alla potenza del tuo braccio? Tutto il mondo, infatti, davanti a te è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra.

Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza? Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue,  Signore, amante della vita.

 

Il Signore mandò contro gli Egiziani “animali irragionevoli”, perché “irragionevoli” erano i loro ragionamenti, i loro pensieri nel servire/venerare i loro dèi. Così capirono che “con le stesse cose con cui uno pecca, con quelle viene punito”. [Una sorte di boomerang! Il salmo 7 dice: “L’empio scava un pozzo profondo e cade nella fossa che ha fatto”]

“Prevalere con la forza ti è sempre possibile”. Dio poteva punire gli Egiziani inviando animali feroci, potenze squassanti capaci di annientare ogni avversario. Così non ha fatto. Perché? “Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita”. Tu sei amante non solo dell’umanità, ma di tutto ciò che vive ed è vita … sei amante di tutto il cosmo! Tutte le cose e tutti noi siamo “voluti” da Dio, da lui “chiamati all’esistenza”, da lui “amati”. In vista del pentimento, questo amore del Signore aspetta. Dio che può tutto, aspetta! Aspetta per amore! Solo Dio, il nostro Dio, sa aspettare con amore!

[Non riesco a dire di più su questo testo (vv. 21-26) che apre orizzonti di un amore infinito. Dico solo che questo (e non un altro o altri) è il nostro Dio! Fermiamoci un po’, meditiamo e lasciamoci commuovere! Proviamo anche a cambiare pensieri e vita: qui sta la vera conversione]

Un padre che corregge, un re severo che condanna

Gen 13, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Sapienza 11,1-14

La sapienza favorì le loro imprese per mezzo di un santo profeta. Attraversarono un deserto inospitale, fissarono le tende in terreni impraticabili, resistettero agli avversari, respinsero i nemici. Ebbero sete e ti invocarono e fu data loro acqua da una rupe scoscesa, rimedio alla sete da una dura roccia.
Ciò che era servito a punire i loro nemici, per loro, nel bisogno, fu strumento di favori. Invece dello sgorgare perenne di un fiume, reso torbido da putrido sangue in punizione di un decreto infanticida, contro ogni speranza tu desti loro acqua abbondante, mostrando attraverso la sete di allora come avevi punito i loro avversari. Difatti, messi alla prova, sebbene puniti con misericordia, compresero come gli empi, giudicati nella collera, erano stati tormentati; perché tu provasti gli uni come un padre che corregge, mentre vagliasti gli altri come un re severo che condanna. Lontani o vicini erano ugualmente tribolati, perché li colse un duplice dolore e un sospiro per i ricordi del passato. Quando infatti seppero che dal loro castigo quelli erano beneficati, si accorsero della presenza del Signore; poiché colui che prima avevano esposto e poi deriso, al termine degli avvenimenti dovettero ammirarlo, dopo aver patito una sete ben diversa da quella dei giusti.

L’uscita dall’Egitto può e deve considerarsi una “impresa”. Ebbene, è la Sapienza che ha operato questo, come è scritto: “La Sapienza fece riuscire con successo le loro imprese”, e lo fece “per mezzo di un profeta”. [Il profeta è Mosè]

Il racconto delle “imprese” è molto significativo, non dal punto di vista storico, ma teologico e catechetico. All’autore preme ricordare non solo ciò che Dio ha fatto, ma come e in che modo Dio ha fatto. Il lettore deve prepararsi ad ascoltare un midrash, cioè, un commento teologico spirituale o una omelia o una catechesi. Pertanto, se rinuncia alla domanda “ma com’è possibile una cosa del genere (le cose successe nell’esodo)” e passa subito al genere catechetico “edificazione” che il testo si propone, al genere di “apprendimento” per la sua vita spirituale …, allora la lettura sarà veramente feconda. Diversamente, in un primo momento sarà stupito per la fantasiosa ricostruzione dell’esodo, ma poi si annoierà e forse chiuderà.

Spiritualmente parlando (leggendo), anche noi “attraversiamo un deserto inospitale, fissiamo le tende in terreni impraticabili, resistiamo agli avversari, respingiamo i nemici”. Troveremo – come è scritto-  che il Signore mette alla prova, corregge/punisce con misericordia gli ebrei, perché “comprendano come gli empi (egiziani) giudicati nella collera erano stati tormentati”. Noi, dunque, dobbiamo comprendere che subiamo le prove di tutti gli uomini perché sentiamo la solidarietà con loro e così possiamo “capirli”. Invece di giudicarli, possiamo ringraziare il Signore perché usa misericordia, verso di noi, come un padre.

Per stare al racconto. Gli egiziani sono stati travolti da un “fiume (Nilo) reso torbido da putrido sangue”. Gli ebrei, invece: “ebbero sete e ti invocarono e fu data loro acqua da una dura roccia”. Tutti hanno sete, ma a te il Signore dà acqua dalla roccia (che è lui stesso) senza alcun tuo merito, per pura misericordia. Per quanto riguarda gli egiziani, “i ricordi del passato (castigo delle “piaghe”) li portano ad “accorgersi del Signore”: percepiscono la sua presenza in tutto quello che è capitato loro e, dopo tutto quello che hanno sentito che succede nel deserto, dovettero “ammirare Mosè”. C’è dunque una via di ravvedimento e di salvezza in extremis, anche per gli Egiziani, anche per gli empi?

La Sapienza aveva aperto la bocca dei muti, la lingua degli infanti

Gen 12, 2026 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

Sapienza 10,10-21

Per diritti sentieri ella guidò il giusto in fuga dall’ira del fratello, gli mostrò il regno di Dio e gli diede la conoscenza delle cose sante; lo fece prosperare nelle fatiche e rese fecondo il suo lavoro. Lo assistette contro l’ingordigia dei suoi oppressori e lo rese ricco; lo custodì dai nemici, lo protesse da chi lo insidiava, gli assegnò la vittoria in una lotta dura, perché sapesse che più potente di tutto è la pietà.

Ella non abbandonò il giusto venduto, ma lo liberò dal peccato. Scese con lui nella prigione, non lo abbandonò mentre era in catene, finché gli procurò uno scettro regale e l’autorità su coloro che dominavano sopra di lui; mostrò che i suoi accusatori erano bugiardi e gli diede una gloria eterna.

Ella liberò il popolo santo e la stirpe senza macchia da una nazione di oppressori. Entrò nell’anima di un servo del Signore e con prodigi e segni tenne testa a re terribili. Diede ai santi la ricompensa delle loro pene, li guidò per una strada meravigliosa, divenne per loro riparo di giorno e luce di stelle nella notte. Fece loro attraversare il Mar Rosso e li guidò attraverso acque abbondanti; sommerse invece i loro nemici e li rigettò dal fondo dell’abisso. Per questo i giusti depredarono gli empi e celebrarono, o Signore, il tuo nome che è santo, e lodarono concordi la tua mano che combatteva per loro, perché la sapienza aveva aperto la bocca dei muti e aveva reso chiara la lingua dei bambini.

 

” Per diritti sentieri ella guidò il giusto in fuga dall’ira del fratello … “. Si parla di Giacobbe. È appropriato il verbo guidare, perché la vita di Giacobbe è un cammino, quasi una fuga. Lo ha guidato per vie complicate, ma Giacobbe si è mostrato giusto. Come per sintetizzare tutta la sua vita, è scritto: “Gli mostrò il regno di Dio e gli diede la conoscenza delle cose sante”. [Vedi il “sogno” fatto a Betel]. Più in particolare: “Lo fece prosperare nelle fatiche e rese fecondo il suo lavoro (la sua vita a Carran presso Labano, padre della sua sposa Rachele). “Lo custodì dai suoi nemici” che sono …i suoi parenti! “Gli assegnò la vittoria in una dura lotta (quella con l’angelo del Signore al passaggio del fiume) e imparò che più potente di tutto è la pietà”. La lotta è come una preghiera, nella quale vince chi è devoto, fedele.

“Ella non abbandonò il giusto venduto (si tratta di Giuseppe in Egitto) e lo preservò dal peccare”. Nella vita di Giuseppe, che si trova da solo in Egitto, si vede bene che la Sapienza si fa sempre vicina, compagna: “Scese con lui nella prigione … gli procurò uno scettro regale … gli diede una gloria eterna”.

“Ella liberò il popolo santo da una nazione di oppressori”. Questa affermazione di “liberazione” apre al racconto dell’Esodo col cammino nel deserto. Mosè, chiamato “servo del Signore”, è “inabitato” dalla Sapienza che lo guida e gli dà di compiere prodigi “per tenere testa a re terribili (Faraone e suoi ministri)”. Si passa subito al popolo santo. Popolo che ha sofferto molto, ma che per questo ha sperimentato la protezione del Signore giorno e notte. “Fece loro attraversare il Mar Rosso … sommerse invece i loro nemici”.

Un commento dell’autore (vv. 20-21) ci aiuta a tenere desta l’attenzione per cogliere il filo o il senso di una narrazione così nuova e originale. Il narratore non è uno storico, ma un “contemplativo” che vede i fatti come evidenza di un “mistero” o di un “senso” che solo la fede/fiducia può cogliere. La narrazione, dunque, diventa “inno al tuo nome che è santo” (v. 20), diventa “lode all’unisono alla forza che combatte per loro”. La Sapienza stessa “ha aperto la bocca dei muti e ha reso chiara la lingua dei bambini”. Dunque, quelli che parlano, narrano, testimoniano e lodano (autore compreso!) sono “muti” ai quali la Sapienza ha “aperto la bocca”, sono “infanti” ai quali la Sapienza ha “sciolto la lingua”. Il racconto che esce e che stiamo seguendo è inno e lode alla Sapienza, è celebrazione e testimonianza di fede di un popolo salvato. Non è un verbale o una cronaca del passato, ma lode che sgorga da una fede che legge la storia con gli occhi di Dio.