Conserviamo la franchezza e la fierezza della speranza

Ebrei 3,1-6

1 Perciò, fratelli santi, voi che siete partecipi di una vocazione celeste, prestate attenzione a Gesù, l’apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo, 2il quale è degno di fede per colui che l’ha costituito tale, come lo fu anche Mosè in tutta la sua casa. 3Ma, in confronto a Mosè, egli è stato giudicato degno di una gloria tanto maggiore quanto l’onore del costruttore della casa supera quello della casa stessa. 4Ogni casa infatti viene costruita da qualcuno; ma colui che ha costruito tutto è Dio. 5In verità Mosè fu degno di fede in tutta la sua casa come servitore, per dare testimonianza di ciò che doveva essere annunciato più tardi. 6Cristo, invece, lo fu come figlio, posto sopra la sua casa. E la sua casa siamo noi, se conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo.

 

Lo sguardo viene progressivamente, sempre più centrato su Gesù: chiamato “apostolo e sommo sacerdote della nostra professione (di fede)”. Comincia, qui, una sezione che arriva fino a 5,10. La si può dividere in due parti: la prima (3,1-4,14) su Gesù sommo sacerdote degno di fede nei rapporti con Dio; la seconda (4,15-5,10) su Gesù sommo sacerdote misericordioso verso gli uomini.

Il predicatore si era rivolto agli uditori in modo impersonale, ora in 3,1 li interpella: “Perciò, fratelli santi”. A loro è detto che “sono partecipi di una vocazione celeste”, vale a dire, associati al rendimento di grazie di Gesù che è nei cieli, alla destra di Dio e partecipi della natura divina (= santi). È detto anche: “Considerate l’apostolo e sommo sacerdote della nostra professione, Gesù”. Riflessione e preghiera, mente e cuore degli uditori vengono impegnati nell’ascolto di un fatto: Gesù. Un “Gesù” da ricordare non in modo biografico ma come evento, precisamente nel suo evento pasquale. Gesù: come “apostolo” parla ai credenti in nome di Dio e con ciò rende possibile la loro fede, come “sommo sacerdote” fa pervenire a Dio la confessione di fede dei cristiani. La fede, infatti, è un dono e un impegno, perché viene da Dio (dono) e ritorna a Dio mediante Gesù (professione di fede in lui).

L’autore si sofferma sul tema riguardante Gesù come colui che è “degno di fede”. È Dio che ha costituito Gesù degno di fede (credibile), e quindi degno di gloria (da lodare, accanto a Dio). Anche Mosè è stato costituito degno di fede, ma ci sono due differenze: Mosè è servitore, mentre Gesù è figlio; la casa di Israele è stata costruita da Mosè, mentre la casa/chiesa (noi) è stata costruita da Dio. Qui, Dio va inteso riferito a Gesù, in quanto possiede la dignità di un Dio.

Tutti questi ragionamenti scritturistici (secondo uno stile tipicamente rabbinico, cui noi non siamo abituati) per dire cosa? Lo dice bene il versetto 6: “La sua casa siamo noi, se conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo”. La finalità dell’essere “degno di fede” di Gesù e del suo essere “misericordioso” è … a vantaggio nostro. E il “vantaggio” si ha nel lasciarsi costruire da Gesù sommo sacerdote e misericordioso. Cosa che può avvenire solo se “conserviamo la franchezza (parresia) e la fierezza della speranza”. Tradotto: se ci fidiamo e ci affidiamo a Cristo … in santa pazienza! [Speranza e pazienza sono sorelle gemelle che si richiamano in un cammino solidale]