Fino a quando su di me prevarrà il nemico?

Salmo 13

1 Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.

2 Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi?
Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?

3 Fino a quando nell’anima mia addenserò pensieri,
tristezza nel mio cuore tutto il giorno?
Fino a quando su di me prevarrà il mio nemico?

4 Guarda, rispondimi, Signore, mio Dio,
conserva la luce ai miei occhi,
perché non mi sorprenda il sonno della morte,

5 perché il mio nemico non dica: «L’ho vinto!»
e non esultino i miei avversari se io vacillo.

6 Ma io nella tua fedeltà ho confidato;
esulterà il mio cuore nella tua salvezza,
canterò al Signore, che mi ha beneficato.

 

Altra espressione che incontreremo spesso: “Fino a quando?” (ripetuto quattro volte in questo salmo). Parola che rivela un rapporto molto aperto col Signore, spesso chiamato dall’uomo a … rendere conto!

È la parola di un credente e non di un bestemmiatore. Un credente che si chiede: “Fino a quando continuerai a dimenticarmi … mi nasconderai il tuo volto … si tormenterà l’anima mia … su di me trionferà il nemico?”. Si tratta di un “grido esistenziale” e non di un dibattito teologico scolastico. Il fatto è che io – dice il credente – sono tormentato e il male sta prevalendo su di me. In Genesi risuonava la domanda di Dio: “Adamo, dove sei?”. Potremmo rovesciare la domanda che Dio ha fatto all’uomo e dire: “Signore, dove sei? Perché ti nascondi? Sono caduto nel sonno della morte.” Con audacia da credente, il salmista dice: “Guarda, rispondimi, Signore mio Dio … ho perso la strada, perché mi manca la luce degli occhi”.

Come spesso avviene nei salmi, è il salmista che “deve” trova la risposta. E la trova nella fede/fiducia o confidenza nel Signore: un Signore che ama la persona che grida e sta per cadere. Infatti è scritto “Ma io nella tua misericordia ho confidato”.

Allora, finisce tutto bene? Notiamo la singolare posizione dei tempi verbali, in un intreccio paradossale, eppure armonico, tra futuro e passato: “Esulterà il mio cuore nella tua salvezza, (cioè) canterò (futuro) al Signore che mi ha beneficato (passato)”. In genere, è scritto che si è salvati e … poi si canta; qui, invece, si canterà (futuro) per il fatto che … si è stati salvati (passato).

Il lamento/protesta (“fino a quando?”) si mescola col canto (“esulterò”) per una salvezza già data, ma ancora non compiuta. Nel cuore del credente, lamento e canto stanno “insieme”. Non ha importanza chi viene prima: importante è che non venga meno … la confidenza nell’amore del Signore.