Ho deciso di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia

Qoelet 1,12-18

 Io, Qoèlet, fui re d’Israele a Gerusalemme. Mi sono proposto di ricercare ed esplorare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo. Questa è un’occupazione gravosa che Dio ha dato agli uomini, perché vi si affatichino. Ho visto tutte le opere che si fanno sotto il sole, ed ecco: tutto è vanità e un correre dietro al vento. Ciò che è storto non si può raddrizzare e quel che manca non si può contare.

Pensavo e dicevo fra me: «Ecco, io sono cresciuto e avanzato in sapienza più di quanti regnarono prima di me a Gerusalemme. La mia mente ha curato molto la sapienza e la scienza». Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, e ho capito che anche questo è un correre dietro al vento. Infatti: molta sapienza, molto affanno; chi accresce il sapere aumenta il dolore.

 

L’autore si presenta come “re su Israele a Gerusalemme”: Salomone, il più sapiente dei re della terra. [Abbiamo ricordato all’inizio che l’autore è un saggio di Gerusalemme che scrive attorno al 250/30 a.C. Si tratta dunque, per quanto riguarda il nome, di una comune e usata finzione per dare “peso” al testo]

Da questo momento l’autore, Salomone, parla in prima persona e dice la sua esperienza. Non fa trattati di filosofia, teologia, biologia, storia ecc. ma dice la sua esperienza, quindi, il suo lavoro, la sua ricerca, il suo proposito, i suoi desideri e le sue delusioni … A un certo punto, pare che tiri delle “conclusioni”. In realtà sono soltanto delle “evidenze” inoppugnabili: evidenze, però, che non chiudono il discorso e la ricerca, ma sollecitano a “riflettere sull’esperienza” e non a vagheggiare sui “grandi principi”. [In due momenti soltanto del suo libro (e lo vedremo) indicherà con chiarezza e onestà teologica dove porta una seria riflessione sugli eventi che si compiono “sotto il sole”, vale a dire, “in questo nostro mondo”].

Cosa si è proposto Salomone? Dice: “Ho dedicato tutto me stesso a cercare e a esaminare con sapienza (non dilettantisticamente, non in modo salottiero!) tutto ciò che si fa sotto il cielo”. E dà subito un giudizio su questo suo proposito: “E’ un impiego gravoso che Dio ha dato agli uomini perché in esso si tormentino”. Secondo Salomone questa ricerca non dà felicità, ma solo “tormento”: tormento perché ci si avvede che tutto sta dentro a quello che lui chiama “soffio o inseguire il vento”, cioè, tutto è effimero, evanescente, nel senso di non compiuto. Attenzione, non dice che tutto è cattivo o che fa male. Un proverbio popolare definisce questa situazione di incompiutezza … che mai si compie: “Ciò che è storto non può essere raddrizzato e ciò che manca non può essere contato”.

Salomone (uso il termine Salomone, ma dobbiamo pensare all’autore vero) dialoga con se stesso e si fa dei … complimenti: Sono il più sapiente dei re a Gerusalemme, ho fatto tanta strada … In questa strada mi sono dedicato completamente alla conoscenza e scienza (“le ho dato il mio cuore”), come anche alla stoltezza e alla follia (con questo vuol dire che la ricerca non ha avuto limiti, si è avvicinata a tutto, ma non vuole dire che è diventato matto) … Cosa “ha capito” con questa esperienza di totalità, esperienza a 360 gradi? Un altro proverbio popolare gli viene in aiuto: “Molta sapienza, molto affanno; chi accresce il sapere aumenta il dolore”. Il saggio soffre più dello stolto perché ha una maggiore, più profonda conoscenza della realtà, delle cose, del mondo, della vita. Soffrire di più non è un male, anzi. Allora … perché tutto finisce nell’affanno e nella sofferenza?