Morire per il nome del Signore Gesù

 

Atti 21,8-16

La nuova fermata si ha a Cesarea, sempre sulla costa.

Qui trovano Filippo “uno dei Sette” (vedi 6,5). Mentre noi tendiamo a chiamarlo diacono (come per Stefano), la Scrittura lo dice evangelista, cioè evangelizzatore.

I discepoli vengono ospitati nella sua casa, dove stanno quattro figlie vergini che avevano il dono della profezia. Leggevano cioè il disegno di Dio nella Scrittura e cercavano di realizzarlo nella vita quotidiana della chiesa. Erano di grande aiuto nella comunità.

Nel profeta Agabo, sceso dalla Giudea, vediamo invece un altro aspetto della profezia: quello di leggere e anticipare con un segno il disegno di Dio nella storia di un uomo. E’ lo Spirito Santo che presiede alla vera profezia. Ebbene, lo Spirito dice che Paolo a Gerusalemme sarà imprigionato e consegnato ai pagani (come Gesù!).

Anche i compagni di Paolo (come i compagni di Gesù!) pregano Paolo di non salire a Gerusalemme. Egli risponde: “Sono pronto a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù”. Tutta la comunità si affida al Signore dicendo: “Sia fatta la volontà del Signore”. Non è rassegnazione, ma accoglienza del disegno di Dio, … proprio come fece Gesù nell’orto.

Salimmo a Gerusalemme. L’arrivo a Gerusalemme mostra molto bene come ci si muoveva e come avveniva l’ospitalità: a) accompagnare e condurre le persone, b) trovare chi accoglie (Mnasone di Cipro, uno straniero e immigrato, lui stesso!), c) ospitare.

“Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35).