Tutto avvenga con dignità e ordine

Dic 14, 2019 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

1Cor 14,26-40

“Quindi … “. Paolo prosegue e … conclude. La “riunione” di cui si parla fa pensare più a un nostro gruppo del vangelo o a una veglia che alla Messa, detta Cena, per la quale Paolo aveva già dato precise disposizioni.

Dentro a questo tipo di riunioni, ci sta il canto/salmo, l’insegnamento, la rivelazione, il parlare in lingue sconosciute, l’interpretazione … Ebbene: “Tutto avvenga per l’edificazione, costruzione e crescita della comunità”.

Vengono indicazioni molto pratiche, tutte motivate dalla ricerca di uno stile “ordinato” (quindi … secondo ordini dati!). E’ interessante l’insistenza di Paolo nel dire che non bisogna sovrapporsi o contestarsi, ma che bisogna parlare/agire “uno dopo l’altro”. Poiché “Dio non vuole il disordine, ma la pace”.

C’è poi un’ultima parola detta per le donne/mogli. E’ una parola che richiama le consuetudini delle comunità giudaiche a Gerusalemme e anche nella diaspora.

E’ scritto: “Facciano silenzio nelle assemblee”. Fare silenzio vuol dire concretamente: non vogliano assumere un primato o regia nell’assemblea e non si impongano, ma stiano calme e sottomesse. Il dibattito/insegnamento avvenga nelle case, in comunione col marito, e non nelle assemblee. Alla donna/moglie, in genere e soprattutto nella tradizione giudaica, non era riconosciuto un ruolo pubblico autonomo dal marito, come afferma la legge di Mosè e la parola di Dio (predicazione apostolica) partita da Gerusalemme.

Conclusione di tutto il discorso e non tanto delle ultime frasi sulle donne/mogli. “Quanto vi scrivo (riguardo ai doni e all’amore) è comando del Signore”. Pertanto: “Desiderate di essere profeti e non impedite di parlare a chi si esprime in lingue sconosciute”. Il non impedire si riferisce anche alle donne/mogli, quindi queste (come tutti) … potevano parlare. L’apostolo conclude davvero: “Però tutto sia fatto con dignità e ordine”.

[L’impressione è che Paolo voglia semplicemente evitare disordini, contestazioni, dibattiti … che altererebbero la natura “edificante” dell’assemblea]

Pregherò anche con la mia intelligenza

Dic 13, 2019 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

1Cor 14,13-25

Paolo – che ha davanti una comunità viva ma anche turbolenta – insiste sul tema delle lingue. Dà precise indicazioni perché la comunità possa venire edificata/costruita bene..

Se uno parla in lingue sconosciute – dice – chieda anche di poterle interpretare, di modo che la preghiera sia utile per tutti e sono solo per lui.

“Pregare o cantare con lo Spirito” (un pregare “ispirato/intimo”) significa farsi capire soltanto dallo Spirito/Dio. “Pregare o cantare con la ma mente” (essere in comunicazione con … ) significa farsi capire dagli uomini.

Se io – dice Paolo – non mi faccio capire dagli uomini, come possono essi dire “Amen” al termine della preghiera? La preghiera era bella, ma essi non hanno capito niente, e così non hanno ricevuto beneficio.

Conclude in modo secco e comprensibile da tutti: “In assemblea preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza (quindi intelligibili) per istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila parole con il dono delle lingue (quindi incomprensibili).

“Fratelli, non ragionate da bambini”. Per quanto riguarda il male siate bambini (= non fate il male), ma per quanto riguarda il ragionare o valutare siate adulti. E, da adulti, bisogna ragionare così. La capacità di “parlare in lingue” sconosciute è un segno non per i credenti, ma per gli increduli. “Profetizzare” invece è un segno non solo per gli increduli, ma per i credenti.

La comunità ha bisogno di qualcosa che la faccia crescere e non di “spettacoli” che mettono in crisi gli estranei (entrando in assemblea potrebbero dire: sono tutti matti!). I non credenti e anche coloro che sono all’inizio della fede hanno bisogno di qualcosa che li porti a credere e poi a esclamare: “Dio è veramente tra voi”.

La pace, l’ordine, l’armonia che sono nella comunità sono la più bella “profezia” per il mondo.

Parlare agli uomini per l’edificazione

Dic 12, 2019 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

1Cor 14,1b-12

L’attenzione si sposta nuovamente dalla “strada” (che è la condotta vissuta nell’amore) ai “carismi” (doni spirituali vari). Ebbene, dice Paolo: “desiderate i doni dello Spirito, soprattutto la profezia”. Paolo spiega, con una lunga dissertazione, perché occorra preferire la profezia.

Come viene definita la profezia in questo particolare contesto? E’ un “parlare agli uomini (e non a Dio!) per la loro edificazione/crescita”. Quindi, il profeta non fa il bene soltanto a se stesso (questo è il caso invece di chi parla in lingue) ma fa crescere tutta la comunità. In questo senso, Paolo – pur accogliendo il dono delle lingue – può dire che il profeta “è più grande di chi parla in lingue (sconosciute)”. E’ più grande, perché è più utile agli altri.

Il caso che prospetta, ponendosi lui stesso come esempio esplicativo, è così descritto. Chi parla con lingue (parla in modo che solo Dio ascolta/capisce) dà un messaggio confuso che non è immediatamente utile alla comunità,  a meno che non ci sia uno che le “traduce” e le fa capire. E’ come che “parli al vento”. E così si resta “estranei/stranieri l’uno all’altro”. Meglio invece comunicare in modo chiaro “una rivelazione o una conoscenza o una profezia o un insegnamento”, come appunto fa il profeta.

Esortazione finale: “Voi che desiderate intensamente i doni dello Spirito, cercate di avere in abbondanza quelli che servono alla crescita della comunità”.

[Questo testo pone la domanda: parlo/agisco per me stesso o per la crescita della comunità? Sono soltanto un devoto che cerca gratificazioni personali contento di “parlare a Dio”, o sono piuttosto uno che si impegna a comunicare, a “parlare con gli uomini” per far crescere la comunità?]

Più grande di tutte è l’amore

Dic 11, 2019 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

1Cor 13,8-14

“La carità non avrà mai fine (non scadrà, non andrà in rovina: durerà per sempre)”. Anche qui potremmo esplicitare così: Colui che ama … non scadrà, non andrà in rovina, ma durerà per sempre.

L’esercizio degli altri doni cesserà, scomparirà. Nel senso che sono doni temporanei e parziali, sono doni “non perfetti”: non durano per sempre! L’amore invece è perfetto, completo, non mancante di nulla: dura per sempre.

“Ciò che è imperfetto (i vari doni)” costituisce certo la vita terrena, ma è legato solo al presente e dunque … scomparirà. Così come avviene per la vita di un bambino: l’infanzia lascia il posto alla maturità piena. Ma quando c’è la maturità piena l’infanzia deve o dovrebbe scomparire!

E’ illuminante, ricco di sapienza spirituale quello che dice Paolo alla fine: Adesso (nella vita presente) “vediamo”, ma in modo confuso. Adesso “conosciamo”, ma in modo imperfetto. Su cosa allora si può e si deve contare? Su fede, speranza e amore … “le tre cose che rimangono”.

Su una fede che dà di affidarsi, su una speranza che dà di attendere nella pazienza, ma … “sopra-tutto” su un amore che tutto compie e tutto rende fecondo, vero, duraturo. [E’ questo il senso dell’espressione “la carità è più grande di tutte”]

Ecco allora l’esortazione finale: “Aspirate alla carità”. [“Aspirate” traduce bene il termine greco diokete, nel senso però più forte di … inseguite, ricercate, bramate. Nel senso dunque di non lasciarsi mai appagare fino a che la cosa/persona non si è raggiunta]

Colui che ama

Dic 10, 2019 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

1Cor 12,31b-13,7

Paolo aveva invitato a “desiderare i carismi più grandi” [Il carisma più grande deve intendersi la profezia itinerante? Vedi 14,1b]

A me sembra che, ora, il discorso venga interrotto (versetto 31a) e che Paolo prosegua così: Adesso non vi parlo più dei carismi, ma voglio indicarvi la “strada per eccellenza”, cioè la condotta di vita al sommo grado. Condotta che tutti debbono avere, pena … l’essere niente, anche uno avesse i doni più grandi e spettacolari.

“Se non avessi la carità … “. Meglio tradurre col verbo e dire: “Se non amo … “. Se non amo …, avessi anche chissà quali doni “sarei un bronzo che rimbomba … sarei nulla … servirei a nulla”.

E’ possibile dunque avere tanti doni belli e nello stesso tempo … non amare! Nella corsa ai carismi si tenga conto di questo rischio sempre presente!

“La carità è … “. Anche qui preferisco il verbo, e dire “Colui che ama … “. Dunque, colui che ama è paziente (avremmo mai pensato che il primo frutto dell’amore fosse la pazienza o la grandezza d’animo?). Di qui viene la generosità o l’essere utile. Colui che ama non cerca il proprio interesse. Non tiene in conto i torti (che gli altri gli fanno). Non gode dell’ingiustizia e lui stesso, per primo, non la pratica.

Paolo (o l’inno che egli ha trovato nella tradizione liturgica) insiste sul perdono: colui che ama tutto scusa (= perdona); tutto crede (= è uno che ha fiducia fino al punto di … affidarsi); tutto spera e tutto sopporta (= è uno che non perde mai la speranza, perché sa sopportare).

Colui che ama

Dic 9, 2019 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

[Ho fatto un po’ di pasticci col calendario, a seguito della festa dell’Immacolata che è finita … erroneamente oggi. Inserisco lo stesso testo lunedì e martedì, così lo possiamo meditare meglio: è il famoso canto dell’amore!]

1Cor 12,31b-13,7

Paolo aveva invitato a “desiderare i carismi più grandi” [Il carisma più grande deve intendersi la profezia itinerante? Vedi 14,1b]

A me sembra che, ora, il discorso venga interrotto (versetto 31a) e che Paolo prosegua così: Adesso non vi parlo più dei carismi, ma voglio indicarvi la “strada per eccellenza”, cioè la condotta di vita al sommo grado. Condotta che tutti debbono avere, pena … l’essere niente, anche uno avesse i doni più grandi e spettacolari.

“Se non avessi la carità … “. Meglio tradurre col verbo e dire: “Se non amo … “. Se non amo …, avessi anche chissà quali doni “sarei un bronzo che rimbomba … sarei nulla … servirei a nulla”.

“La carità è … “. Anche qui preferisco il verbo e dire “Colui che ama … “. Dunque, colui che ama è paziente (avremmo mai pensato che il primo frutto dell’amore fosse la pazienza o la grandezza d’animo?). Di qui viene la generosità o l’essere utile. Colui che ama non cerca il proprio interesse. Non tiene in conto i torti (che gli altri gli fanno). Non gode dell’ingiustizia e non la pratica.

Paolo insiste sul perdono: colui che ama tutto scusa (= perdona); tutto crede (= è uno che ha fiducia e si affida); tutto spera e tutto sopporta (= è uno che non perde mai la speranza, perché sa sopportare).

Domenica 8 Dicembre 2019 – Immacolata Concezione

Dic 8, 2019 | Postato da Francesca Ospitali - Accompagnamento quotidiano

“Esulto e gioisco nel Signore,
l’anima mia si allieta nel mio Dio,
perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza,
mi ha avvolto con il manto della giustizia,
come una sposa adornata di gioielli. (Is 61,10)”

Prima Lettura: Gen 3,9-15.20

Salmo Responsoriale: Sal 97

Seconda Lettura: Ef 1,3-6.11-12

Vangelo: Lc 1,26-38

Per visualizzare la liturgia del giorno, clicca qui

La liturgia delle ore rimane quella della II domenica di Avvento

Desiderate ardentemente i doni più grandi

Dic 7, 2019 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

1Cor 12,28-31a

Perché non ci siano divisioni (schismi) Dio ha effuso doni nella comunità. Alcuni doni sono legati ai tempi e ai momenti. Sono suscitati dallo Spirito per il bene comune (lettura di ieri).

Alcuni invece hanno la nota della stabilità (è scritto: “Dio li ha posti”) e vanno accolti come ‘asse portante’ della chiesa in cammino. Questi doni sono così ordinati (gerarchizzati?).

In primo luogo gli apostoli: coloro che hanno visto il Signore risorto e ne sono testimoni.

In secondo luogo i profeti: coloro che attualizzano il disegno di Dio e la sua parola nella storia; essi sono fonte di consolazione.

In terzo luogo i maestri: sono gli incaricati di organizzare la Parola, facendone una fonte di insegnamento pratico e continuato.

Vengono poi altri doni … Anch’essi fanno parte della struttura della chiesa: la esprimono e l’accompagnano. Sono le potenze (miracoli?), le guarigioni, le assistenze, il governo … Doni che sono lasciati “aperti” ai tempi e ai momenti della storia della chiesa.

Alla fine, Paolo dice: “Desiderate ardentemente i doni più grandi”. Poi si permette di indicare, tra tutti questi doni, quello che a lui preme di più. Lo dirà avanti, ed è il dono della profezia itinerante.

Siamo un solo corpo

Dic 6, 2019 | Postato da don Franco Govoni - Accompagnamento quotidiano

1Cor 12,12-27

Paolo approfondisce il messaggio di accoglienza, amore, unità introducendo l’immagine/realtà del corpo umano.

“Come il corpo è uno solo e ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo”. Dicendo “il Cristo”, Paolo intende, non direttamente Gesù in se stesso preso in senso storico, ma “il Cristo capo”: capo della chiesa che è (appunto) il suo corpo.

Infatti, battezzati mediante un solo Spirito, siamo diventati un solo corpo, anche se rimaniamo storicamente e sociologicamente Giudei o Greci, schiavi o liberi.

Come nelle culture più aperte del tempo, l’immagine del ‘solo corpo’ e delle ‘tante membra’ porta ad affermare che bisogna non solo “sentirsi uno”, ma operare per aiutarsi, tutti quanti.

Ci sono infatti due rischi. Il primo è quello che, vedendosi diversi, (“se il piede dice: non sono mano … “) ci escludiamo dall’appartenenza all’unico corpo. Il secondo è quello di ‘sentirsi forti’ e quindi di non avere bisogno degli altri (“l’occhio non può dire alla mano: non ho bisogno di te”).

Anzi, conclude Paolo, Dio ha disposto nella comunità maggiore onore a chi è disprezzato. Così dobbiamo fare anche noi: partecipare alla vita degli altri, a partire da chi è più lontano, affaticato, dimenticato.

Dio vuole questo: che non ci siano divisioni (schismi) nel corpo = comunità.