Incontro col patriarca Michel Sabbah

In questa pagina trovate riportato l'incontro della nostra comunità di pellegrini con il patriarca Michel Sabbah. Ho riportato l’intervista attenendomi il più possibile al filmato. Le imprecisioni grammaticali sono perciò dovute all’immediatezza del linguaggio parlato (mi sono limitato ad aggiungere la punteggiatura, evitando di modificare le frasi, non sempre chiarissime, per non rischiare di alterarne il significato originario) - Francesco Del Carlo.

Don Franco: presentazione del gruppo.

Patriarca – La nostra Chiesa di Gerusalemme è una piccola Chiesa; è la Chiesa madre, ma Gerusalemme è rimasta sempre una chiesa piccola, mai grande (la Chiesa grande è Roma). Gerusalemme rimane una piccola chiesa, e quasi sempre una chiesa vicino alla Croce. Oggi siamo alla croce per gli eventi politici che viviamo. Dunque piccola perché abbiamo 400.000 cristiani su una popolazione di 15 milioni fra Israele, Palestina e Giordania (sono 5 milioni in Giordania, 3 milioni in Palestina e 7 milioni in Israele), e su tutta la popolazione siamo 400.000. Qui a Gerusalemme siamo 13 Chiese, 13 capi di chiese (vescovi, arcivescovi e patriarchi): abbiamo 6 chiese cattoliche (latini, melchiti di rito bizantino, maroniti, siriani, armeni e caldei; i caldei sono gli iracheni); le chiese ortodosse sono 5: greci, armeni, siriani, copti ed etiopici e le chiese protestanti sono 2: anglicani e luterani. Dunque siamo 13, ciascuno di noi ha la stessa giurisdizione sui tre territori: Giordania, Palestina e Israele. I rapporti fra tutti noi, grazie a Dio, sono buoni: ci incontriamo spesso, quasi una volta al mese ci troviamo tutti e 13 per riflettere insieme, per discutere insieme su tutto quello che riguarda gli interessi dei nostri cristiani in Terra Santa.

 

 

D. F. – Sono tante le cose che vediamo soltanto nell’aspetto più acuto, come quello della guerra. Qui c’è gente che vive la testimonianza della fede in modo difficile, come possiamo vivere questo argomento?

Patr. – È precisamente non essere lontani; non essere lontani vuol dire avere coscienza e sapere bene che questa Terra Santa e la sua responsabilità non è solo dei cristiani che vivono qui, ma sono tutti i cristiani del mondo che sono responsabili di quello che accade qui. E questa responsabilizzazione della coscienza comincia proprio a livello della parrocchia e dei parrocchiani e poi sale fino alle più alte gerarchie.

F. Grasselli – Far arrivare nei nostri paesi, alla nostra gente le informazioni sulla situazione: ecco, io lavoro in una casa editrice, ma pubblicare, per esempio, un diario di […] sarebbe impossibile, ed altre cose che ho scelto. Per informare di più anche la popolazione della Chiesa che cosa si può fare e che cosa si fa? [..]

Patr. – Bisogna avere un’informazione diretta, che non passa altrimenti, perché i media sono ancora sotto occupazione. Il bisogno comunque sarebbe, a livello della parrocchia, di coscientizzazione, ma non coscientizzare contro qualcuno, non contro Israele, non contro il Palestinese, ma nel senso di aiutare i due alla riconciliazione, perché bisogna sempre insistere che non siamo contro nessuno, non siamo contro Israele se ci sono alcune critiche su Israele, ma siamo per poter avvicinare i due e rendere la riconciliazione fra di loro possibile.

Francesco I. – Eminenza, lei ha detto che Gerusalemme è la madre di tutte le chiese, però è una piccola chiesa, ed è una cosa che mi è piaciuta moltissimo. Ha detto: “La sua caratteristica è che è vicina al Calvario”. Gesù ha detto: “Quando sarò alzato da terra unirò tutti a me”. L’impressione che io ho avuto arrivando qui, tutte queste chiese, che sicuramente sono una lode a Dio… però vedo ancora tanta divisione, tante chiese […]. Non è anche questo che pregiudica, poi, diciamo, quest’azione di pace? Se non siamo uniti fra noi come chiese, ma veramente, totalmente, come possiamo poi annunziare un messaggio di pace politica, sociale?

Patr. – Questo è vero, che essere divisi è già un messaggio negativo, ma c’è un modo di vivere questa divisione ormai storica e anche culturale, ed è quello di praticare il cristianesimo, l’amore cristiano fra tutti noi per dare un messaggio positivo. Qui quello che facciamo, malgrado le divisioni che ci sono, è incontrarci e mandare un messaggio comune: l’altra settimana abbiamo mandato un messaggio comune per quanto riguarda lo sciopero dei prigionieri. Dunque la divisione c’è, ma bisogna sorpassare questo con l’amore cristiano, fraterno.

Marcella – Qual è il rapporto nell’azione missionaria? Perché oggi anche nei nostri paesi ci troviamo a vivere questo rapporto in modo difficile.

Patr. – Le cose sono differenti da voi e da noi: da noi musulmani e cristiani siamo un solo popolo, tutti figli della stessa terra, dello stesso Dio, da voi ora sono ospiti; diventeranno poco a poco cittadini, allora saranno cittadini. Ma qui siamo un sol popolo, dunque abbiamo gli stessi problemi, le stesse difficoltà, gli stessi sacrifici. I rapporti in generale sono buoni, al livello delle autorità religiose e civili sono ottimi. Nei rapporti fra la gente ci sono dei problemi, certo, specialmente a causa della confusione e anarchia che ci sono in questa società giovane palestinese. I problemi ci sono, sì. Ma ci sono genti, uomini, persone, validi cristiani, che quando c’è una difficoltà o un incidente insieme provano a limitare il male.

Fernanda – Solo una domanda […] noi oggi andiamo ad Ain Arik per incontrare la Piccola Famiglia dell’Annunziata […]. Mi chiedevo: lei ha detto prima “Voi passate […]”. Passeremo anche […]. Lei ci ha detto “Curate questi popoli così oppressi”; questi nostri fratelli cristiani, che ci vedono, sono consolati dalla nostra presenza, dal nostro venir qua, o ci vedono un po’ come degli estranei, osservatori…?

Patr. – No, no, no… il passaggio del pellegrino è molto importante. È il primo che dice a tutti che questa terra è cristiana, perché col conflitto israeliano-palestinese si rischia di dimenticare quasi che la terra è palestinese, è ebrea, è israeliana […] solo per il vostro passaggio che questa terra non è solamente israeliana, non è solamente palestinese, è anche cristiana, e questo è molto importante. E secondo il vostro passaggio, un appoggio morale ai cristiani, e poi un messaggio a tutti, musulmani, cristiani, ebrei, perché voi passate nei luoghi sacri a pregare, non a far la guerra. Perché musulmani, palestinesi, israeliani, a causa dei luoghi sacri fanno la guerra. E, appunto, voi dite a tutti “I vostri luoghi santi non devono essere una causa di guerra; sono luoghi di preghiera, dove si incontra Dio, e incontrando Dio si incontrano e si accolgono tutti i figli di Dio, di qualunque nazionalità o religione”. Anche il passaggio in teoria è molto importante, certo, anche se non avete contatti con tutti, a tutti coloro che vi vedono passare, veramente pellegrini e testimoni di fede e preghiera, […]

D. F. – […] comunità di ebrei veramente convertiti. Qual è la situazione della Chiesa ebraica?

Patr. – Ci sono, sì. C’è una Chiesa, diciamo, ebrea. Cioè sono persone ebree convertite; o sono altre, provenienti da matrimoni misti, o anche altri che provengono dall’Europa e vivono nella società israeliana. Adesso ci sono quattro comunità ebree. Non sorpassano le 400 persone, ma esistono. Poi adesso c’è anche il vescovo, a […] c’è un vescovo ebreo che […], cioè per tutto il mondo.

 

Ringraziamenti di don Franco da parte di tutti noi pellegrini e benedizione del patriarca.

 

Sabato
19 Maggio 2012

Lettura quotidiana:


Bazzano

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PARROCCHIA DI SANTO STEFANO

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