“IL CAMMINO DELL’ESODO”
(Egitto – Sinai – Giordania)
5 / 12 ottobre 2005

 

Diario di Don Franco

 

 

Mercoledì 5 ottobre 2005. Primo giorno

Bazzano Bologna in pullman. E’ freddo e umido. All’aeroporto Marconi ci congiungiamo con alcuni pellegrini di Corporeno (Ferrara). Sono parenti miei e amici dei parenti. Il primo approccio, come sempre un po’ guardingo, cederà il posto ad una simpatica e feconda integrazione. Siamo in 36 persone. Tina dell’Agenzia Petroniana Viaggi disbriga gli adempimenti tecnico/pratici.

Bologna Francoforte. Francoforte Cairo. Non c’è la possibilità materiale per pregare comunitariamente. Forse qualcuno l’ha fatto per conto suo … nei momenti di turbolenza di volo!

Cairo. Ci accoglie una città di circa 18.000.000 di abitanti. C’è tempo solo per vedere dal pullman case e case, cittadelle, caserme, cimiteri, il grande Nilo e tante, tante persone. E poi auto che corrono all’impazzata! Non ci sono semafori. Creerebbero troppi incidenti, ci dicono. E per attraversare la strada? Per loro è un gioco! Per noi stranieri non basta nemmeno il vigile di turno! Il cielo è tutto sereno, ma prevale il grigio dello smog. La sensazione è opprimente. L’albergo è un’isola di pace e di lusso: piscina, buffet, camere, televisione, orchestrina fino ad ora tarda! Un errato calcolo di fuso orario ci dona un’ora in più. Chi si avventura per strada, chi resta in camera, chi va in piscina. Io ho dimenticato a casa il costume da bagno! Non ho altra scelta che ritirarmi in camera e pregare … brontolando con me stesso per aver dimenticato un bene così essenziale come il costume da bagno! Che sia questa la schiavitù dalla quale debbo chiedere di essere liberato? Alcune donne (guarda un po’) trovano il tempo per i primi acquisti.

Apprendiamo che alle 17,15 di ogni giorno termina il Ramadan per i musulmani: a quell’ora si può mangiare. E allora tutti si raccolgono in casa scambiandosi visite e regali. Poi si riversano fuori come sciami di api. La stragrande maggioranza degli egiziani è di fede musulmana. Ci sono anche dei cristiani. Sono 6 o sette milioni. Si chiamano copti. Spesso hanno da tribolare per conservare e vivere la loro fede. Non li abbiamo cercati e quindi non li abbiamo incontrati. Il nostro progetto è di arrivare presto al Sinai.

 

Giovedì 6 ottobre. Secondo giorno

Ci aspettano le Piramidi. Sono segni di grande potenza. Sono anche una sfida alla morte! Che forza, che cultura, che orgoglio doveva avere questa civiltà! Quando Mosè disse a Faraone: “Dice il Signore, Dio d’Israele: Lascia partire il mio popolo”, il Faraone rispose: “Chi è il Signore? Non conosco il Signore e neppure lascerò partire Israele” (Esodo 5,2). Non mi meraviglio che abbia risposto così, lui così grande, a uno che rappresentava un povero popolo di pastori!

In pullman abbiamo potuto celebrare le Lodi di Dio che “ha visitato e redento il suo popolo”. Solo lui infatti può liberare da morte. E non con l’imbalsamazione del corpo, con gli oggetti, i cibi, i monumenti funerari, ma con la morte del suo Figlio Gesù. Comunque … che spettacolo queste piramidi, costruite 2500 anni avanti Cristo! E la famosa Sfinge? E’ un guardiano (piedi da leone e testa da uomo) che vuole incutere terrore a chi entra in questa zona sacra. Ma è un guardiano morto!

Ci dirigiamo verso il Sinai.

Incomincia l’Esodo! Quale via percorreremo? Quella tradizionale che porta paradossalmente lontano dalla Terra promessa! Andiamo infatti verso sud est. La guida e gli altri quattro accompagnatori si piazzano davanti nel pullman e non dicono una parola. La guida ufficiale è una persona intelligente e professionalmente valida, ma molto avulsa dal nostro viaggio. Ho avuto l’impressione che non prendesse sul serio le mie richieste di avere a disposizione un’ora per la Messa. Gli autisti erano bravissimi. Molto simpatici i due accompagnatori: Ahmet (o giù di lì) è un archeologo senza fisso lavoro; Kaleb (o giù di lì) è un ingegnere pure senza lavoro fisso. Si sono dati da fare per noi. Erano musulmani. Toccante per me era il momento del pranzo, quando mi abbuffavo come un animaletto e loro stavano a guardare in un angolo! E’ Ramadan: digiuno da cibo, da acqua, da fumo, da donna … fino alle 17,15.

La guida professionale non dice nulla per tutto il viaggio! Si scalda soltanto quando racconta della vita quotidiana dei musulmani. Allora parlo un po’ io illustrando le possibili vie dell’Esodo storico. Una via costeggia il Meditarraneo; una attraversa il deserto fino ad Aqaba; una infine costeggia il Mar Rosso e va verso il Monte Sinai. E’ quella che facciamo noi. Al di là delle ipotesi sulle piste del deserto, l’importante è riconoscere che Dio ha liberato il suo popolo per la via “impossibile” del deserto. Passiamo il Mar Rosso senza accorgercene! Infatti, percorso un tunnel inaugurato da soli venticinque anni, ci troviamo … oltre il mare! Alcune oasi ci ricordano il cammino di Israele. Incontriamo (forse) la località biblica di Mara. Oggi si chiama Ain Musa (Pozzi di Mosè): poche palme, alcuni alberi alti e nodosi sui quali si divertono felicissimi tre o quattro bambini. Le loro sorelle e le loro mamme ci propongono acquisti da favola! Alcune nostre pellegrine cedono (e non sarà l’ultima volta!). Ci raccogliamo attorno ad un pozzo antichissimo che dà acqua a intermittenza. Abbiamo fretta! Io ricordo velocemente l’episodio di Esodo 15,22-26: l’acqua che da amara diventa potabile. Ricordo anche che qui Dio fa risuonare il primo invito ad ascoltare la sua voce, a fidarsi di lui. Ma come si fa quando non c’è acqua e cibo? Il popolo, dunque, vive nella prova!

Arriviamo ad un ristorante posto lungo il mare, uno dei tanti villaggi turistici di cui si avvalgono soprattutto gli egiziani facoltosi nei fine settimana. Primo contatto con l’acqua del Mar Rosso … e con le lentezze del servizio! Mi innervosisco immaginando che forse si dovrà saltare anche oggi la Messa. Ma non mi lamento. Nell’attesa guardo gli accompagnatori egiziani che stanno davanti a me. Mentre loro digiunano non è proprio il caso di lamentarsi che il servizio pasto è in ritardo! In pullman sonnecchiamo un po’ tutti. Ci dà il buon esempio la guida! Incontriamo una località petrolifera abitata da operai alloggiati in belle case tutte uguali. Si chiama Abu Rudeis. Un tempo (prima dell’Islam) era un’importante Arcidiocesi. Come cambiano le cose!

Si fa tardi e il Sinai è ancora molto lontano. E la Messa? Era stata prenotata nell’oasi di Feiran. Ma è già buio e la si dovrebbe dire all’aperto; e poi le monache del monastero sono di confessione ortodossa, un po’ antipatiche… Così mi stava dicendo la guida che forse aveva voglia di tirare avanti! Ho deciso lo stesso di fermarmi. Il portiere è stato gentile, così pure le suore. Abbiamo celebrato sotto un portico romantico, proprio alle pendici del Sinai, in una gola affascinante. Nell’omelia improvvisata credo d’aver detto che Dio viene incontro a chi soffre (vita nel deserto). Al momento opportuno dona il pane e l’acqua. Basta chiedere! Ma il senso della liberazione e del cammino nel deserto è l’alleanza, cioè la comunione con Dio sposo attraverso l’ascolto della parola. Dopo la Messa, sommessamente cantata per non indispettire nessuno dei vicini (gli accompagnatori mangiavano e le monache pregavano), siamo stati ricevuti nella cappella del monastero. La sua origine è del quarto secolo dopo Cristo. Il monastero dipende dai monaci del Sinai che nella domenica vengono anche a celebrare la Messa. Le monache sono di lingua greca, ortodosse quanto alla confessione. Chi ci spiega tutto è una giovane monaca originaria di Atene. Il suo inglese sembra imparato a Casalecchio! Luca traduce. Poi ci fanno vedere un bellissimo negozio incastonato in un giardino pulito e accogliente. Peccato non essere arrivati prima! Anche qui comperiamo qualcosetta. Le icone sono bellissime!

Non arriviamo mai al Sinai? La strada in molti punti è sterrata e in costruzione. Le auto spesso tengono i fari spenti: nessun problema! Continui sono i posti di blocco da parte della polizia egiziana. Siamo finalmente al Sinai! Ma non si vede proprio niente, se non un albergo a casette. Sono rustiche, ma ben amalgamate col paesaggio della grande piana dove il popolo d’Israele ha adorato il vitello d’oro. Il clima è da sogno. Ci buttiamo a letto perché il giorno dopo c’è la grande e attesa salita al santo Monte di Mosè.

 

Venerdì 7 ottobre. Terzo giorno

Una e trenta sveglia! Io ho dormito due ore soltanto, ma bene. Altri hanno avuto problemi con insetti vari o con la digestione! Alle due in pullman. The, caffè e poi si parte a piedi. Due persone soltanto sono rimaste in albergo. Dopo un altro controllo della polizia, ci avviamo veloci (un po’ troppo, dice qualcuno). Davanti stanno il beduino e don Franco. In mezzo un accompagnatore. In coda l’altro accompagnaotore. Chi si è attrezzato da scalata al Cervino ripone tutto l’armamentario nello zaino e se lo porta … in cima! Costeggiamo il monastero di Santa Caterina. Il buio ce lo fa vedere ancora più maestoso. Inizia la salita. Cammello, cammello! A long way! Tre ore! Venti “oro” (il loro modo di dire euro)…! I beduini sembrano scoraggiarci, o forse hanno capito molto bene quali camminatori siamo!. Alcune donne accettano il passaggio. Altre si fanno dare una mano (non senza lautissimo compenso!) nei momenti difficili. Posti di ristoro aiutano nella salita. Le stelle ci guardano, anzi ci sembra di toccarle. E’ un cielo veramente a … “cinque stelle”! Dio aveva detto ad Abramo: “Guarda le stelle del cielo. Così sarà la tua discendenza”. Aveva detto anche: “Io chiamo le stelle per nome”. Qualcuno di noi non ha smesso di individuarle e chiamarle estasiato. Che regalo grande questa notte: silenzio, pace, aura lieve, fatica tanta; assieme all’odore ovunque espanso di mitissimi cammelli! Confesso che io non ho pregato durante la salita. Tutte le volte è sempre così. Prevale in me la paura di non farcela. E invece anche questa volta ce l’ho fatta! Ho voluto contare gli ultimi gradini, a mo’ di giaculatorie: 748, 749, 750 …. e sono in vetta! Sono a 2285 metri! Piano piano arrivano tutti, ognuno col fardello della sua fatica, ma trasportato da un’immensa gioia. Ora si incomincia a vedere il panorama. Ovunque giri lo sguardo vedi monti variamente sagomati. Minuto dopo minuto il sole li illumina, li dipinge, li “mette a fuoco”. Arte geniale e realtà ad un tempo. Appoggiati ai ruderi di una piccolissima moschea, di fronte ad una cappellina ortodossa, leggiamo le dieci parole che il Signore ha proclamato (lui stesso ha proclamato, e non Mosè!): “Il tuo Dio sono io, il Signore!”. Leggo con emozione. Mentre il sole dipinge i monti … la mano di Dio scrive nei cuori! Qual’è lo spettacolo più bello? Qual’è il vero miracolo?

Purtroppo bisogna scendere. Arriva il sole e il caldo. Io scelgo la via chiamata “emergency” o “via del monastero”. Mi distacco dai miei dieci compagni, prego un po’ guardando ancora quello spettacolo sempre più luminoso e abbagliante. Nel mio vagare fuori strada scopro un bellissimo posto, una piattaforma a terrazza, quasi una chiesa cosmica pronta per … celebrare la Messa. Chissà, un’altra volta, se Dio vorrà!… Attraverso la piana di Elia: due casette e qualche alberello. Qui il grande profeta entrò nella Caverna. Il Signore gli parlò: non nel vento, non nel fuoco, non nel terremoto … ma con “voce di un silenzio lieve” (1 Re 19,12). Con la forza di quel sussurro riprese il suo cammino. Anch’io ho ripreso a scendere nel gran canalone che ripido punta verso il Monastero (sono migliaia di gradoni!). Mi soffermo sotto l’antichissimo arco del monaco Stefano. C’è una curiosa scritta (recente) in ebraico. Non riesco a decifrare, in compenso mi immortala Valeria con una foto da primato! In questo posto il monaco Stefano sostava e confessava i pellegrini che salivano al monte. Non era una passeggiata allora andare sulla cima, ma un atto penitenziale. Bisognava purificarsi. Giovanni Climaco, monaco di S. Caterina, ha scritto “La scala del Paradiso”. Immagina che la scala sia di 33 gradini (umiltà, purezza, disciplina …): gli ultimi tre gradini sono l’amore. E allora si incontra Dio che è amore!

Al ritorno siamo tutti veramente distrutti e ognuno pensa ai suoi guai. Io penso che si è compiuto un miracoletto: ci siamo tutti, sani e salvi e contentissimi! Dopo una salutare doccia ci sembra di essere rinati. La gioia di una mattinata così bella ci fa mandar giù il fatto che il Monastero di S. Caterina (fondato nel 530 d.C.) non apra: è venerdì, festa dei musulmani. Niente da fare! Allora immaginiamo le bellissime icone (le più antiche del mondo), la biblioteca (che comunque non si può vedere) con oltre duemila manoscritti, la chiesetta della Trasfigurazione con una stupenda iconostasi, la copia del manoscritto della Sacra Scrittura detto Sinaitico e risalente al 400 d. C., l’arbusto dietro la chiesetta (il roveto ardente) e il pozzo di Mosè. Anche oggi la Messa si va a far benedire! Bisogna essere puntuali al traghetto, dice la guida. Allora chiamo le persone nella “mia camera”, una casetta a due letti e ingresso! Celebriamo le lodi. Dico loro che le Dieci parole del Signore sono state date al popolo d’Israele senza la mediazione di Mosé. Dio le ha dette e le continua a dire ad ognuno: le dice al cuore di ognuno come parole di vita. Mosè è il mediatore del resto dell’alleanza (riti, culto, purità, sacrifici ….) quella parte che ora non dobbiamo più osservare perché è venuto Gesù Cristo. Ma le dieci parole rimarranno per sempre. Ho detto anche di non tradire mai il Signore con l’idolatria: furba o sciocca che sia. Parlavo dove Israele ha adorato il vitello d’oro. Attenti dunque!

Il passaggio del Mar Rosso in battello, da Nuweiba (Egitto) ad Aqaba (Giordania), è stato riposante. Come riposante è stato l’alloggio in Aqaba a Coral bay, un villaggio lungo il mare. Un sogno! Coralli, mare blu, aura lieve e piacevole, belle camere, piscina! Ahimè, non ho il costume! Questa volta però il mio “grido” ha trovato ascolto. Di fatto mi è giunto (chissà come) un bellissimo costume made in Aqaba. Fine della mia “mormorazione!” Diciamo il Vespro sulla spiaggia. E’ difficile non ringraziare il Signore per una giornata così ricca di doni! Impariamo che a Bologna, particolarmente a Cento, è emergenza pioggia. Sembra impossibile!

 

Sabato 8 ottobre. Quarto giorno

Appuntamento di alcuni eroi alle 6,30 per un grande bagno nel mare! Tira vento, le barriere coralline impongono di andare al largo … Un ragazzo ci guarda con compassione e dice: Se foste dei veri nuotatori potreste buttarvi dal molo e andare al largo! Qualcuno mette il piedino in acqua, altri preferiscono dar da mangiare ai pesci. In buon ordine ci ritiriamo e per non far brutta figura del tutto facciamo un tuffetto in piscina! La mattinata è incantevole: tutti sono svegli prestissimo e passeggiano lungo il mare. Diciamo le lodi in un clima che più sereno non si può!

Ziad (significa Massimo) è la nostra guida in Giordania. E’ una persona sposata, ha un figlio piccolo, vive nella città di Madaba, è cattolico, ha due fratelli preti , e suo cugino (già Arcivescovo di Tunisi) è stato nominato ausiliare con diritto di successione del patriarca di Gerusalemme Michel Sabah. Mi porterà via il mestiere, mi sono detto! E’ allegro, simpatico, intelligente, dinamico. Lasciamo l’Arabia Saudita alle nostre spalle, l’Egitto con Taba di fronte a noi, Eilat israeliana alla nostra sinistra e ci addentriamo nella Giordania andando verso nord est. Seguiamo per un tratto la ferrovia ottomana che va in direzione della Mecca e che è stata costruita disboscando la florida regione attorno. Una tempo (al vederla oggi non sembrerebbe) la Giordania era boscosa. Facciamo all’incontrario il cammino di Lawrence d’Arabia e arriviamo a Wadi Ram. Camionette degli anni prima guerra mondiale ci portano su e giù per vallate e gole. E’ impossibile descrivere quello che abbiamo visto! Sabbia rosa, cielo blu, roccia modellata dal vento e dall’acqua. La Scrittura dice che Dio si è divertito a plasmare il mondo. L’uomo e la donna sono il suo grande capolavoro, ma a Wadi Ram le “prove di creazione” gli sono riuscite veramente bene! I beduini ci aspettano al varco per un the e per qualche oggetto che vogliono vendere. Un giretto in cammello? Perché lasciarselo scappare! C’è chi ha pagato per salire e ancor più per discendere immediatamente!… Una bella e spaziosa tenda di beduini ci attendeva per la celebrazione della Messa. Finalmente le cose incominciano a funzionare! Allo spirare di una brezza ristoratrice si è svolta la nostra Eucaristia nel deserto. Abbiamo dovuto astrarre dall’idea romantica di deserto avuta col giro in camionetta sui luoghi di Lawrence e ci siamo concentrati sulla fatica, sulla prova che il deserto impone. A Dio piace il deserto! Perché? Perché solo nel deserto (privazione) si vede quello che c’è nel nostro cuore: se ci fidiamo o no di Dio. Nel deserto si vede se noi viviamo di “ogni parola che esce dalla bocca di Dio”, cioè se lo accogliamo come Padre e ne compiamo amorevolmente la volontà. Lì si capisce cos’è che fa veramente vivere: non i beni in se stessi, ma la comunione con Dio nell’accoglienza della sua parola. Bellissima questa giornata nel deserto! E’ stata riposante. Ora ci aspettano le catene montagnose attorno a Petra. Le osserviamo dall’altro, poi scendiamo a circa mille metri. Siamo all’albergo. Solito rito: riposo e piscina. Roberta Guaraldi intrattiene fragorosamente la compagnia: un po’ di carnevale non guasta. Il Vespro mette tutti in fila!

 

Domenica 9 ottobre. Quinto giorno

Petra! E’ la famosa città dei Nabatei (la abitarono almeno dal sesto secolo avanti Cristo). E’ una città funeraria: templi, luoghi di sepoltura, edicole per le divinità … il tutto scavato e modellato nella roccia rosa, venata da mille colori. Che opere, che maestria! Poi la città è diventata un centro commerciale pieno di vita: anfiteatro, negozi, templi, grandi vie, porte trionfali … Sotto il regno cristiano di Bisanzio sorge anche qualche Chiesa, ecc. ecc… Io però non ho sentito la spiegazione di Ziad. Mi sono eclissato per tutta la mattinata. Ho preso la via del Monastero. Il Monastero (così detto perché vi sono state trovate alcune croci) è una grande tomba pagana a 1700 metri con facciata simile al cosiddetto “Tesoro” (monumento che tutti vedono entrando nella Petra antica, dopo aver camminato per più di un chilometro dentro ad una stretta e alta gola). Non c’ero mai stato e quindi ho rischiato. La salita è bellissima, ma lunga e dura. Come taxi … asini a non finire! Si sale. Chissà perché anche qui (come al Sinai) i gradoni sono 750! Donne e bimbi (tutti molto gentili) lungo la strada offrivano the e oggetti. Io ho sempre fatto lo sdegnoso, rispondendo in dialetto, per non farmi “agganciare”. Affiancandomi e offrendo l’asinello per salire, dicevano: “Asino, asino!” Dentro di me dicevo: “Come fanno a conoscermi!”. Più si sale e più sembra d’essere su un altro mondo: soltanto alcuni asinelli che portano la merce al Monastero e tante caprette nere che ridacchiano mentre si arrampicano sulla roccia. Arrivo stanco. Sono su un altopiano con vista sulle montagne di Petra. Contemplo prima il Monastero e poi tutti gli altri siti: è una piccolissima Petra a 1700 metri! Una volta c’era grande vita anche quassù! Solo noi siamo incapaci a camminare! Giro lo sguardo attorno dai vari punti panorama, segnati da piccolissime tende di beduini. Lo spettacolo è orrido e bellissimo ad un tempo: non si vede anima viva! Scendo velocemente. Incontro comitive che salgono: poveretti! Arrivo al pelo per il pranzo in ristorante. Ridendo e scherzando ho fatto 15 chilometri! (linea, abbronzatura … fitness “a gratis!”).

In pullman Ziad ci racconta tante cose della Giordania (sei milioni di abitanti, poche città popolose, Amman capitale con due o tre milioni di abitanti in continua crescita, paese chiave nello scacchiere mediorontale…). Mi colpisce la sua insistenza nel ricordarci che prima del 1920 c’era un’unica grande regione che andava da Bagdad alla Mecca, dal Cairo a Istanbul, da Gerusalemme ad Amman. Si era sotto i Turchi in una situazione di abbandono/sfruttamento, ma c’era assoluta libertà di movimento: il nonno di Ziad andava da Madaba a Gerusalemme con l’asinello in un giorno! Ora ci sono tanti Stati creati un po’ artificiosamente e secondo interessi occidentali (vedi soprattutto francesi e inglesi). Ci parla anche della vita dei beduini, dei matrimoni, dei costumi tradizionali … Ma lui dice che non li segue più! Gli ho chiesto un fuori programma, di portarci cioè a Umm er Rasas. Cos’è? Un nuovo sito archeologico scoperto da 15 anni. Ci sono i ruderi di tre chiese affiancate, quella centrale è dedicata a Santo Stefano. Ci tenevo a vederla! Abbiamo ammirato mosaici molto belli e ben conservati. Sono del settimo/ottavo secolo dopo Cristo. La regione era già sotto l’Islam, però c’era una certa libertà di culto cristiano. Tante chiese in Giordania sono di questo tempo. I mosaici sono rovinati … più dall’intervento umano che dall’usura del tempo. Attorno all’ottavo e al nono secolo infatti la Chiesa d’oriente ha vissuto la grande lotta per le immagini sacre (venerarle o adorarle? tutte o alcune soltanto? dentro le chiese o anche nelle case?…in genere gli iconoclasti appartenevano all’élite della gerarchia e alla cerchia dell’imperatore bizantino). Quelli dunque che non volevano le icone (si chiamavano “iconoclasti”, cioè gli “spezzatori di icone”) le distruggevano o le sciupavano occultando gli occhi e il volto. Per questo motivo molte chiese hanno preferito motivi floreali o faunici o paesaggistici come abbiamo visto anche al Nebo e a Madaba. Rifletto invece sulla figura di S. Stefano, veneratissima in Oriente e specie in questi luoghi. Perché? Dice il libro degli Atti: “Quelli che erano stati dispersi (per la morte di Stefano) andavano per il paese e diffondevano la parola di Dio” (At 8,4). I perseguitati “dispersi” sono il gruppo di Stefano. Essi diffondono la parola nelle regioni circostanti, particolarmente nella Decapoli, cioè nell’attuale Giordania. Il nome di Stefano dunque richiama legame alle origini e missione ai popoli.
La giornata non è finita. A fatica ci ricordiamo che è Domenica. Ma entriamo subito nel clima parrocchiale quando varchiamo la porta della Chiesa di Cristo Re in Amman. E’ una parrocchia molto popolosa, situata in una zona povera e tenuta da due sacerdoti. Il Vicario cooperatore (Cappellano diciamo noi) è fratello di Ziad. Ci dice qualcosa sulla vita della parrrocchia: sulla associazioni, sul suo progetto giovani… Il parroco (prima degli ultimi) è stato Michel Sabbah ora Patriarca latino della Chiesa di Gerusalemme. Sono le 17,30. Le persone si stanno raccogliendo per la Messa delle 18. E’ la solennità della Madonna del Rosario. Noto il comune tramestio della nostra parrocchia: senz’altro però sono molto più devoti e rispettosi del luogo sacro. Si preparano alla Messa dicendo il Rosario. Non capiamo assolutamente niente, ma ci uniamo in silenzio e osserviamo. Stessi quadri come da noi, stesse disposizioni, stessi abiti, stessa liturgia. Siamo in Oriente, ma questa parrocchia è di Rito latino. Il chè significa che celebrano come si celebra a Bazzano, secondo il Rito di Roma. Questo fa piacere, perché dice l’unità della Chiesa. Nello stesso tempo si perde un po’ dell’apporto originale che questa gente potrebbe dare al Rito stesso. Io concelebro. Spero non mi facciano dire niente! Il parroco mi presenta (almeno lo penso, perché ho sentito dire abuna Franco), ma poi tutto fila via liscio. Al di là della lingua … siamo a casa nostra! “Salam, salam, salam Mariam”: Ave, ave, ave Maria (con la melodia di Lourdes). E’ il canto d’ingresso. Il parroco, con una bellissima voce, dava una grande solennità al Rito. Dell’omelia posso dire solo che è stata più breve delle mie! La presentazione dei doni (offertorio) è stata lunga con accentuazioni simboliche: oggetti, quadri, pane e vino … La Comunione, fatta in bocca e non in mano, è molto partecipata. Le donne si pongono il velo sulla testa prima di comunicarsi. Le fanciulle che non l’hanno con sé lo ricevono da una incaricata e poi lo riconsegnano appena fatta la Comunione. Ai bimbi (che non possono ricevere la Comunione) viene posta sul capo la pisside (contenitore delle ostie): è un gesto bello che li vuole coinvolgere nell’Eucaristia. La gente canta e prega con molta devozione. Al termine della Messa pasticcini e banda (cornamuse) nel piccolo sagrato. Poi ci congediamo. Siamo stanchi. Ma quest’incontro ci voleva, perché ci ha immersi nell’atmosfera bella e semplice di una parrocchia che cerca di camminare nella fede, come noi. Dobbiamo ricordare i fratelli di fede che sono in terre lontane.

 

Lunedì 10 ottobre. Sesto giorno

Siamo a Betania, quella “al di là del Giordano”. Troviamo scritto nella Bibbia: “Giosuè si mise all'opera di buon mattino; partirono da Sittim e giunsero al Giordano, lui e tutti gli Israeliti. Lì si accamparono prima di attraversare. (Giosuè 3,1). E ancora: “I sacerdoti che portavano l'arca dell'alleanza del Signore si fermarono immobili all'asciutto in mezzo al Giordano, mentre tutto Israele passava all'asciutto, finché tutta la gente non ebbe finito di attraversare il Giordano. (Giosuè 3,17). Ma a noi interessa di più quest’altra parola: “ In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni”. (Marco 1,9). E ancora: “Partito di là, si recò nel territorio della Giudea e oltre il Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli l'ammaestrava, come era solito fare (Marco 10,1).

“Betania oltre il Giordano” è il luogo (ritenuto) del battesimo di Gesù, come pure della sua predicazione. E’ ottobre, sono le nove del mattino, ma fa caldo: siamo a circa 300 metri sotto il livello del mare e il corpo ne risente. Ci avviamo per viottoli polverosi in mezzo ad arbusti ed alberelli che godono di irrigazione artificiale (qui l’acqua non manca: siamo di fronte a Gerico, la lussureggiante città delle palme). Scendiamo ancora ammirando il luogo dove è stato pellegrino Giovanni Paolo II e dove probabilmente sorgerà una grande Chiesa latina. Costeggiamo una moderna e bella chiesa ortodossa. Osserviamo gli scavi di un’antica basilica bizantina. Si dice che lì sgorgavano alcune sorgenti: luogo ideale per i battesimi. Poi arriviamo al fiume che procede lento e limaccioso. Sbucherà nel Mar Morto (alcuni chilometri più in là) nel luogo più basso della terra! Mentre osserviamo una fortezza israeliana sulla riva opposta, recitiamo il Credo per rinnovare la nostra fede e il nostro battesimo nel luogo dove il Padre ha detto di Gesù: “Questi è il mio Figlio”.

Risaliamo e puntiamo verso il Nebo: qui salì Mosè e di qui il Signore gli mostrò la Terra promessa. A tanti pellegrini dispiace che di fatto non si veda la Terra promessa (c’è quasi sempre foschia). A me invece piace molto. E’ come che il Signore dica: La Terra non è più là; e tu non voler vestire i panni di Mosè! A te io ho mostrato mio Figlio nel Battesimo: è lui la Terra ed è in questa Terra vivente che devi entrare … Lascio stare i miei pensieri e ascolto la guida infervorata (tra l’altro Ziad è un mosaicista e ha lavorato col famoso archeologo francescano Padre Piccirillo proprio sul Nebo). Ora sul Nebo ci sono gloriosi ruderi di chiese (una, quella di cui resta il mosaico più in basso, è del quinto secolo), monasteri, un battistero. Bisogna ringraziare il cielo per le intuizioni che circa un secolo fa hanno avuto i frati, quando hanno comprato questo terreno in cui non c’era niente! Adesso è un luogo carico di storia, punto di congiunzione tra religioni. Anche qui c’è il ricordo della visita del papa Giovanni Paolo II.

Il pranzo veloce ci ha permesso una visitina a un bel negozio di artigianato. Chi era in crisi di astinenza si è abbondantemente rifatto! Nel pomeriggio possiamo “contemplare” la Terra Santa attraverso la carta di Madaba (uno stupendo mosaico risalente al 560 d. C. posto nella Chiesa ortodossa di S. Giorgio a Madaba e scoperto a metà del 1800). E’ singolare questa “proposta” dell’artista del mosaico: fare sì che l’assemblea liturgica, mentre celebra i Santi Misteri (il mosaico è nella navata centrale) si soprapponga alle infinite tessere della Terra Santa! E’ come un pellegrino che si prepara ad entrare nella Gerusalemme celeste! Il centro del mosaico è la città di Gerusalemme. Poi si vede Gerico, Betania, Betlemme, il Giordano, il Mar Morto (con un pesce che appena entra ritorna indietro spaventato!), le tribù d’Israele …

Lasciamo Madaba, la città di Ziad, città molto vivace, città in buona parte cristiana (ma sempre più in calo di cristiani) e ci portiamo ad un piccolo villaggio non lontano. Si chiama Main. Qui c’è, da circa 20 anni, una porzione della Piccola Famiglia dell’Annunziata. Ci aspettano sulla porta! Squisita ospitalità orientale! Abuna Tommaso, Marco, Benedetto (di Monteveglio), Caterina, Scolastica … Si forma subito un cerchio davanti alla bella Chiesa da loro restaurata. Ci parla Tommaso. Molti lo hanno come guida e padre spirituale in Giordania (ma non solo). Il nostro Ziad lo ha già fatto santo! Ci parla, assieme a Caterina, del loro insediamento a Main. La loro è un presenza orante e amante. Anche se non svolgono dirette attività apostoliche, irraggiano un grande calore non solo per i cattolici latini, ma anche per ortodossi, melchiti … pure musulmani! Centro di tutto è la Messa domenicale celebrata completamente in arabo e la lettura orante di tutta la Parola di Dio. Si mantengono con le loro mani. Ci hanno raccontato la loro giornata che incomincia (mi pare) alle 3,30! Ho celebrato con pace l’eucaristia. Padre Tommaso era con me all’altare. Nella liturgia della Parola ho voluto rispettare il loro cursus di lettura della Scrittura per incoraggiare tutti noi pellegrini a fare della Parola di Dio la nostra compagna di viaggio, tutti i giorni! Dovremmo essere ospitali nei confronti di questo “pellegrino” che bussa alla porta! Se l’accogliamo ci porta ogni giorno sul Nebo e ci indica la Terra. L’Eucaristia, poi, dona di entrarvi e di percorrerla in lungo e in largo. Ultimi saluti con la speranza di rivederci. Baci e abbracci non finiscono più!

Credo che qualcuno alla sera, dopo cena, abbia fatto un giro di perlustrazione ad Amman. Io non ho visto, non ho sentito e se c’era dormivo … ma davvero!

 

Martedì 11 ottobre. Settimo giorno

Andiamo verso Nord. L’aspetto della Giordania cambia: c’è più verde, più acqua, più vita, più città. Per un breve tratto seguiamo la “via dei patriarchi”, val a dire il cammino che Abramo e poi Giacobbe hanno fatto da Harran alla terra d’Israele (non siamo lontani dal Golan e dalla Siria). E’ anche la “via dell’invasione” da Aram in Israele. Giungiamo ad un fiume ricco d’acqua, molto inquinato da scarichi. E’ il fiume Yabbok (il termine significa appunto “invasione”). Giacobbe, di ritorno dai 14 anni di “esilio” a Harran dove aveva sposato Rachele e Lia, ha in questo luogo un singolare incontro con Dio (vedi Genesi 32,23-33). Potrà entrare nella Terra non come “invasore”, ma come uno che è “benedetto da Dio”. Dio infatti lo benedice e gli dà un nuovo nome: “Israele”, che significa “hai lottato con Dio e hai vinto”. Dio infatti darà la Terra a Israele, ma come “benedizione”.

Ci aspetta una città della Decapoli romana: Gadara (l’attuale Umm Qais). E’ sul bordo orientale del lago di Genesaret, una stupenda terrazza! Due gradi in meno di foschia rispetto al Nebo ci permettono di vedere il lago, la città di Tiberiade e altri villaggi che hanno conosciuto il ministero di Gesù. Frequentissamamente Gesù stava sulla riva orientale del lago, spesso era nella Decapoli. Qui si è diffuso in modo capillare il vangelo. Pella, Gadara, Gerasa (e altre città) sono importanti diocesi dei primi secoli cristiani. Ci tenevo molto a fare questa puntata. Mi pareva desse il vero significato al nostro pellegrinaggio. Cos’è l’esodo se non un’uscita dalla schiavitù per avere in eredità la vita? Ma la vita è stata donata nel vangelo di Gesù. Qui, sotto un albero secolare, abbiamo celebrato l’ultima eucaristia, mettendo nel cuore le parole di Gesù: Beati i poveri in spirito, beati i miti, beati quelli che amano, beati quelli che donano la pace … il regno appartiene a loro! In questo luogo Gesù ha guarito un indemoniato, assatanato all’eccesso, in cerca soltanto di morte (Marco 5,1-20). I demoni, trasformati in porci, si sono buttati in mare! Quell’uomo, guarito, voleva stare con Gesù. Forse anche noi volevamo stare sempre immersi in un viaggio così bello! Ma Gesù gli disse (e dice a noi): “Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e l’amore che ti ha usato. Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decapoli ciò che Gesù gli aveva fatto e tutti ne erano meravigliati”.

Al pomeriggio abbiamo visitato la stupenda città di Gerasa: rovine gloriose, templi monumentali, colonne svettanti, una piazza estasiante, cardo maximus, teatro, chiese, anfiteatro, porte e archi … Delizia degli occhi e gaudium magnum per fotografi! In questo affascinante paesaggio storico è salito un canto alla Madre di Dio. Al centro esatto dell’area scenica di un teatro molto ben conservato abbiamo cantato: Ave Maria, gratia plena … L’acustica perfetta pareva trasportare le parole oltre le gradinate e congiungersi ai tanti canti di un tempo, aramaici o greci che fossero. Senz’altro erano eco dello stesso canto in lingua araba udito nella parrocchia di Amman: Salam, salam Mariam!

Un vespro pieno di gratitudine ci ha accompagnato ad Amman, al calar del sole. Il resto è presto detto. All’aeroporto Alia ci aspetta l’aereo di ritorno. Bisogna essere là a mezzanotte. Incontriamo Cristina, una sorella della Piccola famiglia dell’Annunziata. Tornerà con noi: è la prima volta che viaggia da sola ed è un po’ intimorita. Presto gli si scioglie la lingua e parla con tutti! Crea una dolce simpatia, ma non credo che qualcuno o qualcuna si faccia frate o suora! Sull’aereo Amman Francoforte si dorme e si mangia. Sulla linea Francoforte Bologna si beve e si gusta un biscottino. Chi può si gode il panorama dall’alto. Si arriva presto a Bologna. Il tempo, dopo una settimana di pioggia, è finalmente bello. Ma a noi non sembra tale! Abbiamo nel cuore altro!

 

Venerdì
10 Settembre 2010

S. Maria della Vita

Lettura quotidiana:

Bazzano

Rocca di Bazzano

 

PARROCCHIA DI SANTO STEFANO

Diocesi di Bologna