Tobia 11
E’ giunto il tempo della festa e della gioia!
Tobi, il padre, ritorna a “vedere la luce”, cioè il disegno di Dio e suo figlio “luce dei suoi occhi”: futuro della sua vita. Sara entra nella casa come sposa felice.
Il disegno di Dio si è finalmente manifestato. Occorreva passare dalla prova per giungere alla gioia.
Tutti ora benedicono Dio che ha usato misericordia. Anche le persone sono benedette, splendendo della benedizione stessa di Dio: tutti sono benedetti nel “Dio benedetto”.

Attenzione!
Il commento giornaliero riprenderà lunedì 25 agosto. Intanto terminiamo il libro di Tobia e iniziamo a leggere la lettera di Giacomo.



Tobia 12
L’angelo richiama l’importanza della preghiera e dell’opera di misericordia verso i fratelli morti. Più importante di ogni cosa è “l’elemosina con la giustizia”. L’elemosina infatti salva dalla morte.
C’è poi il mistero della prova: uno fa il bene, ma non c’è una risposta di successo. Ma la prova ha un esito: Tobia è guarito, Sara è guarita, Tobi trova una moglie, il denaro è riacquistato.



Tobia 13
L’opera che Dio ha compiuta nel riguardo della famiglia di Tobi si dilata, nello “scritto” (Santa Scrittura), a tutto Israele e a tutti i popoli.
E’ vero che Israele si trova in mezzo ai popoli, perché Dio lo ha “colpito” a motivo dei peccati”, ma “davanti ai popoli” è chiamato a lodare il Dio unico.
Allora Dio userà misericordia, Israele si convertirà, cioè “compirà la giustizia”, e vedrà il volto di Dio. Gerusalemme sarà ricostruita come città in cui abita il Signore. Allora tutti i popoli troveranno in lei la loro gioiosa dimora. In tutte le case canteranno “alleluia”.
Con la morte e risurrezione di Gesù questo stupendo “scritto” ha trovato il suo iniziale e sicuro adempimento.



Tobia 14
La vita di Tobi è un esempio da imitare per chiunque vive in situazione di esilio.
“Visse nella felicità, praticò l’elemosina e continuò a benedire Dio e a celebrare la sua grandezza”.
Tobi crede alle parole di Dio, crede che tutto si realizzerà secondo quanto detto dal profeta: gli Israeliti saranno ancora più dispersi, Gerusalemme sarà un deserto e il tempio bruciato.
Ma verrà il tempo del ritorno per Israele e il tempo della conversione dei popoli.
Cosa fare in pratica? “Fare la giustizia e l’elemosina, e ricordarsi di Dio”.



Lettera di Giacomo 1,1-15
Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, scrive alle “dodici tribù nella disseminazione”: ai giudei divenuti cristiani, sparsi ormai nel mondo.
Questi cristiani sono messi alla prova. Che questa prova giunga alla “opera perfetta”, cioè ad essere “perfetti e integri”. Che prendano con gioia tutto quello che avviene.
Occorre essere sapienti perché questo succeda. Ebbene, Dio dona la sapienza a chi la chiede senza esitare.
Il fratello di bassa condizione si rallegri che Dio lo ha chiamato così com’è. Il ricco si rallegri di essere stato spogliato (dalla persecuzione?).
C’è però una prova che non viene da Dio. Viene dalla concupiscenza che porta la peccato. Quando la prova viene da Dio porta ad essere “approvati” da lui.



Lettera di Giacomo 1,16-27
Il dono più grande di Dio è averci generato con la sua parola di verità, sicché noi siamo diventati “primizie delle sua creature”.
Pertanto, come figli amati, siamo esortati ad ascoltare, accogliere con docilità e mettere in pratica la parola del Padre che è seminata in noi.
Questa parola, questa “legge perfetta” ha il suo vertice nell’amore concreto, che è “soccorrere gli orfani e le vedove nella loro afflizione e (così) conservarsi puri da questo mondo”.



Lettera di Giacomo 2,1-13
La fede nel Signore Gesù Cristo non accetta gli schemi di questo mondo. Cioè che vadano trattati bene soltanto i ricchi.
Dio ha criteri opposti. Cosa ha fatto? Ha promesso il regno a coloro che lo amano. Di fatto, a chi dona il regno? Ai poveri che si affidano a lui.
La legge “regale”, per dirsi veramente osservata, richiede l’amore al prossimo; e l’amore al prossimo parte dal non disprezzare il povero. Cosa che succede quando si preferisce il ricco.



Lettera di Giacomo 2,14-26
Basta la fede per essere salvati? Basta credere nel Dio unico? Certamente, no!
La fede infatti ha la sua “espressione” nelle opere: obbedienza concreta ai comandi, particolarmente al comando dell’amore al prossimo.
Non basta dunque credere nel Dio unico. Anche i demoni “credono e (ma) tremano”.
La fede deve essere “operosa”, come dimostra il caso di Abramo. La sua fede nel Dio unico si è fatta “opera” quando ha inteso sacrificare Isacco.
E’ con le opere che la fede diventa “perfetta”; senza le opere la fede è “morta”, cioè non esiste affatto!
La fede, dunque, è inscindibile dalle opere.



Lettera di Giacomo 3,1-18
La comunità ha bisogno di “maestri” o guide nell’insegnamento. Questo ministero è molto importante e non va accolto alla leggera. Dio infatti avrà un giudizio severo con chi ha il compito della “parola”.
La “retta parola/lingua” deve guidare una retta condotta di vita (“tutto il corpo”). La parola/lingua è come il morso nella bocca dei cavalli, come il timone di una nave, come un piccolo fuoco, come una sorgente … Occorre vigilare (non solo i maestri!) perché la lingua sia coerente col vangelo.
E poi, la comunità ha bisogno di “saggi”. Questi che hanno la “sapienza dall’alto” fanno opera di pace. Non hanno nel cuore gelosia o contesa, ma misericordia e pace. Pace che è “frutto di giustizia”, cioè del retto rapporto con Dio.



Lettera di Giacomo 4,1-12
Da dove vengono le lotte (“guerre”) all’interno della comunità? Da una vita guidata dal “desiderio/passione”, e quindi da una concezione individualista ed edonista.
In realtà non si può avere tutto quello che si desidera e dà piacere …. Allora si lotta e si diventa violenti. E’ esattamente questo che desidera e compie il mondo idolatra.
Il cristiano, invece, sa che è amato gelosamente da Dio (unito in matrimonio con lui!). Si sottometta dunque a Dio, si avvicini a lui: tolga dalla sua vita ogni ambiguità, ogni “adulterio”, ogni scelta edonista.
Soprattutto ritrovi i rapporti giusti con le persone della comunità. Vale a dire: non giudichi, non condanni, non emargini il fratello povero.



Lettera di Giacomo 4,13-5,6
Giacomo ha un’altra esortazione per coloro che, nella comunità cristiana, si atteggiano protagonisti e si sentono possessori arroganti di sé, degli altri e del mondo intero. Quelli che dicono: “Andremo, faremo ….”. In realtà la loro vita è un “vapore di un attimo”. Non fanno quello che “sanno” essere il bene da fare, cioè la volontà di Dio.
Ci sono poi i ricchi che hanno creato un grosso patrimonio per se stessi (accumulo) disinteressandosi del bene degli altri, anzi frodando e uccidendo per i loro piaceri. Questo patrimonio “grida” fin d’ora contro di loro, ma al ritorno del Signore il grido si farà “giudizio”. Per questo i ricchi debbono “piangere” … ora! Che il pianto si trasformi in conversione vera.



Giacomo 4,13-5,6
Giacomo ha un’altra esortazione per coloro che, nella comunità cristiana, si atteggiano protagonisti e si sentono possessori arroganti di sé, degli altri e del mondo intero. Quelli che dicono: “Andremo, faremo ….”. In realtà la loro vita è un “vapore di un attimo”. Non fanno quello che “sanno” essere il bene da fare, cioè la volontà di Dio.
Ci sono poi i ricchi che hanno creato un grosso patrimonio per se stessi (accumulo) disinteressandosi del bene degli altri, anzi frodando e uccidendo per i loro piaceri. Questo patrimonio “grida” fin d’ora contro di loro, ma al ritorno del Signore il grido si farà “giudizio”. Per questo i ricchi debbono “piangere” … ora! Che il pianto si trasformi in conversione vera.



Giacomo 5,7-12
La comunità cristiana, qui evocata dal “giusto” che viene perseguitato e ucciso (5,6), è invitata ad avere longanimità o pazienza, ad aspettare con sicura speranza la venuta del Signore. Guardiamo l’agricoltore: aspetta con speranza sicura il frutto della terra, frutto “promesso” dalle piogge d’autunno e primavera.
Il cristiano posto nella prova non contesta i propri fratelli (“non lamentatevi gli uni degli altri”), ma sopporta e pazienta come hanno fatto i profeti, Giobbe in particolare.
Il Signore, che è ricco di misericordia, al suo ritorno rovescerà la situazione presente. Infine, il cristiano non giura, cioè non è falso nei rapporti comunitari. Se giura condannando il fratello, sarà condannato nel giudizio di Dio.



Giacomo 5,13-20
Quando uno è afflitto da mali, preghi per avere la pazienza che sostiene fino alla venuta del Signore. Quando è di buon animo, lodi il Signore.
Quando è malato, si apra alla comunità e chiami i presbiteri/anziani. Essi pregheranno su di lui, ungendolo con olio nel Nome del Signore. La preghiera fatta con fede e il Nome salveranno il malato.
La malattia poi è “indizio” (di per sé non colpevole) di peccato. Tutta la comunità, in un qualche modo, è malata. Bisogna dunque riconoscere i propri peccati davanti ai fratelli e pregare gli uni per gli altri per essere veramente “guariti”.
Ma vera “malattia” è allontanarsi dalla verità. La comunità che prega con fede per il peccatore salverà il peccatore e salverà se stessa ottenendo il perdono di Dio.



Esodo 1
“I figli di Israele prolificarono e crebbero, divennero numerosi e molto potenti e il paese ne fu ripieno” (7). E’ il segno che Dio è col suo popolo, anche … in Egitto, lontano dalla “terra promessa”!
Aveva detto Dio a Giacobbe: “Non temere di scendere in Egitto, perché laggiù io farò di te un popolo grande” (Gen 46,3). Appunto questo si sta realizzando. Ma l’adempimento della parola di Dio (crescita del popolo di Israele) è vista con timore dal Faraone.
Inizia la persecuzione, portata avanti con forme d’astuzia malvagia e omicida. Il primo tentativo di arginare la crescita del popolo è di ridurlo in schiavitù, umiliandolo con lavori sempre più pesanti.
Ma il popolo “cresceva oltre misura”. L’Egitto prova “terrore” alla presenza dei figli di Israele, e adotta un via ancora più radicale: far uccidere tutti i figli maschi degli ebrei.
Lo scontro Parola di Dio-Faraone è al livello massimo. La potenza di morte sembra trionfare.



Esodo 2
Nasce un “bimbo bello” nella famiglia di Levi. Come tutti i bimbi maschi deve essere ucciso. La mamma lo pone in un cestello di papiro, che verrà raccolto dalla figlia del Faraone. Il bimbo verrà chiamato Mosè, cioè “salvato dalle acque”, e sarà come figlio nella casa di Faraone.
Una volta cresciuto , “esce e vede” i suoi fratelli in stato di oppressione (uccide un egiziano) e di discordia (rimprovera due ebrei che litigano tra di loro).
Dopo queste due “uscite” è cercato a morte da Faraone. Mosè ha paura e fugge a Madian, dove riconosce di essere un “emigrato in terra straniera”.
Chi sarà dunque il salvatore del popolo ebreo dalla dura schiavitù? Non Mosè con le sue sole forze, ma il Signore stesso attraverso Mosè.
Infatti è il Signore stesso che “ascolta il grido”. E’ il Signore che “si ricorda della sua alleanza con Abramo e Giacobbe”. E’ lui che “vede” gli Israeliti e li “conosce”, cioè li ama e li salva (23-25).



Esodo 3,1-15
Mosè diventa il liberatore di Israele soltanto perché e quando è chiamato da Dio: lui, sì, è il vero liberatore degli oppressi!
Mosè vive nell’esperienza dell’ordinarietà/povertà. E’ infatti pastore “emigrato in terra straniera”. Dio lo chiama. Chi è il Dio che chiama? E’ “il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”: il Dio che già ha parlato e agito nei padri.
Ora, questo Dio “ha visto” la miseria del popolo; “ha udito” il suo grido; “conosce” le sue sofferenze!
Per questo “è sceso” per liberare il popolo, facendolo “uscire” dal paese verso una “terra bella e buona”. Dice a Mosè: “Io sarò con te”. Per portarti dove? Al “mio servizio”: ad appartenermi!
Questa descrizione ha già anticipato la rivelazione del Nome, cioè il manifestarsi stesso di Dio. Il Nome di Dio è: “Io sono quello che sono”, cioè “Io sono l’esistente”, ma anche “Io ci sono per te”. La storia seguente espliciterà questa misteriosa definizione, unendo il Nome (l’essere) alla Missione (liberare il popolo).
Dirai agli Israeliti: “Io sono mi ha mandato a voi”. Dio è per noi, Dio è con noi. Dunque, Dio (nel suo intimo) è Salvatore!



Esodo 4,18-31
Mosè era fuggito dall’Egitto. Ora, a motivo e con la forza della chiamata di Dio, dice al suocero: “Lascia che io vada e torni di miei fratelli”. Il Signore stesso gli dice: “Va, torna in Egitto”.
Inizia il grande, lungo, drammatico cammino che porterà all’uscita dall’Egitto. Si torna in Egitto, ma per … uscire dall’Egitto! Dio, nel segno del “bastone di Dio”, è con Mosè e lo guiderà.
Prospettive? Scontro totale fra Dio che libera e Faraone che rifiuta di obbedire a Dio. Esito? Annullamento di Faraone con la morte del suo primogenito.
Invece, il primogenito di Mosè e Mosè stesso vivono grazie al sangue della circoncisione compiuta lungo il viaggio: essi appartengono al popolo dell’alleanza.
Il primo atto di Mosè è di radunare il popolo e proclamare (tramite Aronne) il disegno di Dio. L’autore del libro anticipa la conclusione di tutto il racconto con queste parole: “Il popolo credette, poiché il Signore aveva visitato i figli di Israele e aveva visto la loro afflizione”.
Di fatto, però, tutto si snoda da questo momento.



Esodo 5,1-6,1
La liberazione che il Signore intende compiere introduce il popolo in una grande e decisiva prova. Al Faraone viene portato il comando del Signore: “Lascia partire il mio popolo, perché mi celebri una festa nel deserto”. “Chi è il Signore, perché io debba ascoltare la sua voce? Non conosco (rifiuto) il Signore”.
Appare subito chiaro che il contendere è tra il Faraone e il Signore, e che l’esito non sarà un accordo, ma la vittoria di uno dei due. Il problema è chi sia veramente “il Signore”: Faraone o il Dio di Israele? Sarà il Dio di Israele a mostrarsi “il Signore”; non attraverso ripetute richieste, ma “con mano potente”, cioè con la sua forza.
Intanto il lavoro, per il popolo, si fa ogni giorno più duro. Israele deve “servire” il Faraone. Che pretese ha il Signore di volere un “servizio” per sé nel deserto? E’ precisamente questo il dramma: l’uomo deve vivere schiavo di un altro uomo che si è messo al posto di Dio!
Anche Mosè sperimenta la prova: “Perché hai maltrattato questo popolo? Perché mi hai inviato?”.



Esodo 6,2-30
“Io sono il Signore”. “Signore” è il titolo che la tradizione cristiana ha usato per tradurre il Nome ineffabile (quindi non pronunciabile) del Dio d’Israele, Nome opinabilmente espresso nelle nostre Bibbie col termine “Jahvé”.
Al di là della pronuncia, appare chiaro che Dio rivela il suo Nome o Se stesso soltanto per “quello che opera”. E’ l’operare (la sua gloria) che rivela il suo essere.
Orbene, l’operare di Dio è la liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Ai padri, Dio non si era mostrato come liberatore potente. Con loro aveva stabilito un’alleanza e aveva fatto una promessa, quella della Terra. Ora, egli mantiene tutto questo tramite il servizio di Mosè e di Aronne (figli di Levi) di cui è data la genealogia.
Ma se Israele non ascoltò Mosè, come lo potrà ascoltare Faraone? Mosè ed Aronne vanno dal Faraone “forti” soltanto della potenza di Dio.



Esodo 7,1-29
Inizia lo scontro. Mosè agisce “da Dio”, ricevendo direttamente le parole da Dio. Aronne sarà il suo profeta, portavoce per Faraone.
L’autore, però, dà subito … la conclusione degli eventi! Siccome il Faraone rifiuterà la parola di Dio (“indurimento del cuore”), Dio stesso compirà dei segni. Ma questi non saranno sufficienti. Allora Dio porrà “la sua mano contro l’Egitto” e farà uscire il popolo con grandi “giudizi”. I giudizi sono operazioni che divideranno Israele dall’Egitto: Israele sarà salvato, l’Egitto perirà.
Mosè aveva ottant’anni: quaranta in Egitto e quaranta “all’estero” (per il suo rinnovamento). A ottanta c’è la terza, ultima, più “bella” fase della sua vita.
Lo “scontro” inizia a livello del “segno”. Mosè opera un segno. Anche i maghi lo operano. Il bastone di Mosè, però, inghiotte il bastone dei maghi. Il Faraone non ascolta. Si realizza così quanto aveva detto il Signore.
Dopo il rifiuto del “segno” iniziano i “colpi/botte/ferite” (le famose piaghe!). Primo colpo: il Nilo diventa sangue e non dà più vita agli Egiziani. Anche i maghi fanno lo stesso! Il faraone rifiuta con ostinazione di far partire Israele.



Esodo 8,1-28
“Stendi la tua mano col tuo bastone” è un’espressione ricorrente. Ricorda chi è veramente all’opera in queste vicende. E’ all’opera la forza di Dio (mano di Mosè) e l’autorità di Dio (bastone o scettro).
Per ordine di Mosè le rane coprono tutto il paese d’Egitto. I maghi compiono la stessa cosa, ma non riescono a far cessare il flagello. E’ Mosè che ricaccia le rane nel Nilo, dietro supplica del Faraone. Lo fa dopo aver pregato, e lo fa perché il Faraone “sappia che non esiste nessuno pari al Signore”.
Non succede niente, anzi il faraone si ostina. Perché meravigliarsi di questo? Di fatto si sta realizzando … quanto il Signore aveva detto!
E’ proprio questo che il lettore (noi) deve capire: l’ostinazione del male c’è, ed è un’ostinazione grande, furba, ingannevole, ipocrita …., ma altro non fa che realizzare la volontà di Dio espressa nella sua parola, detta in antecedenza.
Quanto alle zanzare succede una prima cosa nuova: i maghi non riescono a produrle. Conclusione dei maghi stessi: “E’ il dito di Dio”, cioè, sta operando Dio (non il caso o altro …).
Una seconda cosa nuova succede coi mosconi che non invadono la terra di Gosen abitata dagli ebrei. Dio opera una “distinzione/separazione” tra il suo popolo e gli egiziani. Si deve sapere da che parte è Dio: egli “è in mezzo al suo popolo”.
Il Faraone continua ad ostinarsi attuando tattiche ingannevoli, promettendo e non mantenendo. Anche il peccato ha le sue logiche e le sue coerenze!



Esodo 9,1-35
In questo nuovo segno abbiamo la “separazione” tra bestiame degli egiziani e bestiame degli ebrei. “Il faraone mandò a vedere ed ecco neppure un capo era morto del bestiame di Israele”. Tuttavia “ il cuore di faraone rimase ostinato e non lasciò partire il popolo”.
Egli dunque trattiene “con forza” il popolo. E’ per questo che il Signore farà uscire il popolo “con forza (mano alzata)”.
Anche i maghi sono colpiti dalle ulcere, ma il faraone non si piega!
Due sono le espressioni che descrivono l’ostinazione di faraone: “il faraone si ostinò” e “il Signore rese ostinato il cuore di faraone”. L’apparente contraddizione va interpretata così: il Signore vuole mostrare la sua forza “lasciando” che il faraone si ostini (vedi il versetto 16). L’ostinazione colpevole di faraone non farà altro che esaltare la forza e il disegno di Dio.
Di fronte al flagello della grandine che cade sugli animali della campagna e sugli uomini increduli (non sulla terra degli ebrei!) il faraone riconosce il proprio “peccato”, riconosce che il Signore è giusto e che lui col suo popolo è “colpevole”.
Ma non è segno di “timore del Signore”, è soltanto furbizia! Il male inventa tutte le vie per non cedere il proprio potere oppressivo.



Esodo 10
Ormai il cuore del faraone “è del tutto indurito”. Questo è il senso della frase: “Io ho indurito il suo cuore”. Così Israele e suoi figli potranno sperimentare e poi raccontare che “con grande forza” Dio ha liberato il suo popolo, e che è lui (e non il faraone!) il più forte, e che solo lui (non altri!) è “il Signore”.
I ministri del faraone sono d’accordo ne dare ascolto a Mosè. Assieme al faraone concedono una “parziale” uscita: gli uomini sì, i bambini (e quindi anche lo donne) no! E’ un trucco che nasconde il rifiuto. Allora le cavallette distruggono l’Egitto.
Anche la domanda di perdono è un trucco. Al faraone non interessa Dio, né il popolo, ma che la morte si allontani da lui (17).
Allo sparire delle cavallette il faraone si convince ancora di più che non bisogna lasciare partire il popolo. L’ultimo segno getta l’Egitto nella “tenebra/morte”, mentre Israele è nella “luce/vita”. Nuova furba concessione del faraone: Partite, ma senza bestiame. [Come può Israele vivere senza bestiame? E cosa sacrificherà a Dio se non ha il bestiame?].
Risposta ultima e decisa di Israele: “Neppure un’unghia resterà qui!”. Tutto e tutti saranno salvati dal Signore.
Lo scontro ha il suo epilogo. Dice il faraone a Mosè: Tu morirai! Risponde Mosè: No, morirai tu!



Esodo 11,1-12,27
Il “colpo” o piaga che Dio manda è qualcosa di “unico”. Giunge infatti (questa volta, sì!) all’effetto voluto: il faraone lascerà partire, anzi, caccerà il popolo.
La morte dei primogeniti d’Egitto non è più un “segno” in ordine al credere, ma un giudizio definitivo, una sentenza che è separazione: in Egitto ci sarà la morte, mentre in Israele ci sarà la vita. “In quella notte io passerò per il paese d’Egitto e colpirò ogni primogenito. Farò conoscere la mia sentenza/giudizio (e cioè) che Io Sono il Signore.
Questo “passaggio” è “Pasqua”, celebrata col sacrificio dell’agnello e col mangiare pani azzimi. Il sangue dell’agnello, spruzzato sulle case, indicherà la presenza degli Israeliti; e il Signore “non colpirà” quella casa.
In futuro Israele dovrà compiere il rito della Pasqua come memoria fondativa della sua vita. Ai figli verrà spiegato il significato di tale gesto o memoria. Il significato è questo: “Il Signore colpì l’Egitto e salvò le nostre case”.



Esodo 12,28-51
La liberazione avviene solo se il popolo “va ed esegue ciò che il Signore ha ordinato”. Il realizzarsi del dono va di pari passo con la fiducia/fede in Dio, fiducia che si traduce in fattiva obbedienza alla sua parola.
A mezzanotte il Signore “colpì” ogni primogenito nel paese d’Egitto. In tutto il paese risuona un “grido” (non di vittoria!): La morte ha vinto! La morte ha vinto … e non il faraone ostinato!
Allora il faraone concede tutto “com’era stato detto”. E così l’uscita dall’Egitto diventa anche la “spogliazione dell’Egitto”.
Chi uscì dall’Egitto? Un grande popolo con bambini e gente promiscua. A dire che la liberazione è gratuita e universale.
“Quella notte di veglia” deve essere vissuta di generazione in generazione. Come? Attraverso una “legge/rito” che nasce da un “comando”. Dunque, la Pasqua si celebra fecondamente nel rispetto e nell’obbedienza a quanto Dio comanda.
Infatti “tutti gli Israeliti fecero così; come il Signore aveva ordinato in tal modo operarono. Proprio in quel giorno il Signore fece uscire gli Israeliti dalla terra d’Egitto”.
“Quel giorno” si fa memoria feconda là dove è celebrata la “legge/rito” della Pasqua. Diventa un “oggi” per il mondo intero e attraversa i secoli.



Esodo 13,1-16
I primogeniti degli egiziani vengono uccisi. E i primogeniti degli israeliti? Vengono “santificati per il Signore”, cioè vengono dati al Signore. Il Signore li ha sottratti alla morte e quindi sono “suoi”. Per questo gli israeliti, di secolo in secolo, celebrano il rito del “riscatto” dei primogeniti.
Cosa significa tutto ciò? Il faraone si ostinava a tenere nella morte gli israeliti. Allora egli ha ucciso i primogeniti d’Egitto, ma ha salvato i primogeniti d’Israele. Per questo i primogeniti di Israele vanno ricomprati o riscattati.
Questo grande giorno di salvezza va ricordato per sempre. Attraverso l’obbedienza alla “legge” (rito) ogni israelita sperimenta la liberazione. Quindi può dire: Questo il Signore ha fatto “per me”, quando sono uscito dall’Egitto. Oppure: Con la potenza del suo braccio il Signore ha fatto uscire “noi” dall’Egitto.
Dunque il “ricordo” (celebrazione/rito) riporta l’israelita dentro l’evento compiuto nel passato. [Questo è sommamente vero, anzi definitivo e pieno, per la celebrazione dell’eucaristia].



Esodo 13,17-14,14
Dopo il racconto della “Legge della Pasqua” - che ricorda come la Pasqua sia da vivere di generazione in generazione da tutti - viene il racconto “storico” della liberazione.
La “cacciata” dall’Egitto inizia per Israele con un “giro attorno”, che comporta una grande deviazione: si va (questo è il volere di Dio) per la strada del deserto (non la strada breve del mare) verso il Mar Rosso. [Vedi le cartine sotto].
Uscendo dall’Egitto, gli israeliti portano con sé le ossa di Giuseppe: niente deve rimanere in Egitto.
Il cammino è “spiritualmente” descritto così. Il Signore cammina davanti al popolo nella forma di una “colonna”: di notte è “fuoco” per far luce, di giorno è “nube” per fare ombra. Dunque, è il Signore che ha liberato il popolo, ed è sempre il Signore che lo conduce.
Prima grande prova. Si deve “tornare indietro” e accamparsi “di fronte al mare”. La sensazione è che gli israeliti si siano perduti. Allora il faraone ritorna sulla sua decisione (“il Signore rese ostinato il cuore del faraone”) e cambia progetto: inseguirà gli israeliti! Ma questo non farà che dare gloria maggiore a Dio.
E c’è subito il primo lamento o contestazione degli israeliti contro Mosè: Perché ci hai portato a morire nel deserto? Non abbiate paura, dice Mosè, il Signore combatterà per voi e voi vedrete oggi la sua opera, cioè la vostra salvezza. Non dovete fare altro che “silenzio”: abbandonati e tranquilli nelle mani del Signore.



Esodo 14,15-31
Il passaggio del Mar Rosso è opera di Dio, tramite i gesti obbedienti di Mosè e “il silenzio” del popolo. Il bastone di Dio, la mano di Mosè, l’angelo di Dio, la colonna, il vento d’oriente … sono appunto i “segni” che indicano l’opera potente di Dio.
Sono gli egiziani stessi a riconoscerlo dicendo: “Fuggiamo di fronte a Israele, perché il Signore combatte per loro”.
Ma non poterono nemmeno fuggire, perché furono sommersi dal mare. Gli israeliti invece “avevano camminato sull’asciutto”.
Cosa avvenne dunque “in quel giorno”? Il Signore salvò Israele; gli egiziani “seppero” (a loro rovina!) che il Dio di Israele è “il Signore”; il popolo temette il Signore, cioè credette nel Signore e in Mosè suo servo. Di quello che è avvenuto “in quel giorno” si fa memoria nel canto, o meglio, nella liturgia.



Esodo 15
Il canto di lode per la vittoria non è soltanto di Mosè e degli Israeliti presenti all’evento, ma di tutto Israele, in ogni generazione. E l’opera di Dio che viene cantata non è soltanto la liberazione dall’Egitto, ma l’ingresso nella Terra e nel Santuario, dimora santa.
Dio si era presentato a Mosè come “Dio dei padri” e “Dio che c’è, che opera per salvare”; ebbene ora egli lo ha dimostrato con forza. Per questo Israele canta: “Egli è stato la mia salvezza”, e anche: “Chi è come te, Signore?”.
Di fronte all’opera di Dio che guida con amore il suo popolo, tutto il mondo si ritira e fa largo al cammino di Israele. Così Dio lo conduce alla “santa dimora”, il tempio di Gerusalemme: “là” egli regna in eterno e per sempre.
Durante il cammino, Dio educa il suo popolo come “Dio che guarisce”. La malattia letale è la disobbedienza. Ecco allora il monito: “Se tu darai ascolto alla voce del Signore, tuo Dio …”.



Esodo 16
La comunità d’Israele deve camminare nel deserto: terra non lavorata, quindi, terra che di per sé non dà il nutrimento. Di qui la mormorazione o contestazione della comunità contro Mosè e Aronne. Chi darà il nutrimento?
Lo darà il Signore stesso, ma secondo una “legge” che Israele deve rispettare. Così il Signore vedrà se il popolo cammina “secondo la legge”. In altre parole, il deserto è il tempo della prova posta da Dio: Israele sarà obbediente o no?
Viene dunque dato il “pane dal cielo (Dio)”. [Manna: “man=cosa, “hu”=questo?]. Il popolo deve raccogliere la manna e mangiarla “secondo la legge” data dal Signore. C’è chi obbedisce e c’è chi non obbedisce (ecco la prova messa in atto dal Signore).
La conclusione è che il popolo nel deserto può vivere soltanto se obbedisce a ogni parola del Signore.
La manna, raccolta in un’urna, deve ricordare a tutti e per sempre questa cosa: la vita sussiste e consiste nell’obbedienza a Dio.



Esodo 17
Nel deserto Israele non trova acqua e quindi sperimenta una situazione di morte. Non si apre alla preghiera, ma alla contestazione o protesta, che si traduce in questo “giudizio”: Vediamo se il Signore c’è … per noi! Faccia dunque qualcosa … per noi! Questo è un “mettere alla prova il Signore”. Massa (prova) e Meriba (contestazione) è il luogo che ricorda la “lite giudiziaria” contro il Signore.
L’acqua sgorgherà “là”, dalla roccia colpita dal “bastone”, cioè da Dio stesso. E’ dunque un Dio buono quello che conduce Israele.
Ma è anche un Dio forte. Infatti, Amalek, che viene per combattere contro Israele, è sconfitto, non da Israele, ma da Dio stesso tramite “il bastone” e “le mani di Mosè”. E’ sconfitto dall’obbedienza trasformata in attesa umile e fiduciosa.
Un altare sarà segno che è Dio a dare la vittoria su chi vuole la morte del popolo. L’altare sarà chiamato “Il Signore è il mio vessillo”.
Vittoria sì, ma continua lotta “di generazione in generazione”. Dunque, vigilanza e abbandono al Signore.



Esodo 18
Chi non appartiene al popolo d’Israele subisce la stessa sorte di Amalek? No!
Il popolo di Madian, col suo sacerdote Ietro, entra in comunione col popolo d’Israele senza però fare lo stesso cammino.
Ietro, suocero di Mosè, assieme a Zippora e ai figli di Mosè, “venne da Mosè nel deserto”. Ascolta il racconto delle meraviglie di Dio nei riguardi di Israele, e afferma solennemente: “Ora so che il Signore è più grande di tutti gli dei”. Il “mangiare pane assieme”, nella forma di un banchetto sacro, sigilla la comunione tra i due popoli.
Non solo, ma dietro a suggerimento di Ietro, Mosè organizza nel modo più corretto il “sistema giudiziale” nella vita di Israele. Mosè starà “davanti a Dio”, cioè apprenderà da Dio stesso le sentenze e i giudizi (le parole di Dio); altri poi applicheranno le parole di Dio alla vita quotidiana.
Così il peso, o meglio, “la cosa gloriosa/importante”, vale a dire il fare la volontà di Dio, non è più sulle spalle di uno solo. Solo facendo in questo modo il popolo “arriverà al suo luogo in pace”: il “luogo” indica la Terra e poi il Tempio stesso.
Ietro intanto ritorna al suo paese, come fecero anche i magi.



Esodo 19
Mosè e gli Israeliti sono “davanti al monte”.
Dio vuole celebrare l’alleanza col popolo, ma prima mette le cose in chiaro, dicendo: Voi avete “visto” ciò che io (non voi) ho fatto all’Egitto; vi ho “portato su ali d’aquila e vi ho “condotto a me”. Questo è quello che ho fatto io!
Ora, tocca a voi! Volete essere “miei”? Volete essere “per me una proprietà particolare”? Lo sarete se ascolterete la mia voce e custodirete la mia alleanza. Allora sarete un regno di sacerdoti e una nazione santa. Il popolo risponde: “Tutto quello che il Signore ha detto, noi lo faremo”.
Per celebrare l’alleanza occorre “santificarsi”. Si tratta di una santificazione rituale o esterna: lavare le vesti e rinunciare ai rapporti sessuali.
Al suono del corno, Mosè “fece uscire il popolo dall’accampamento incontro a Dio”. Il popolo sta ai piedi del monte, mentre Mosè “sale sul monte”.



Esodo 20
Il Nome del Signore (quello che egli è) è sempre accompagnato, anzi legato a quello che egli ha fatto e fa: “Io sono il Signore, tuo Dio, (quello) che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”.
E’ per questo che tu non dovrai avere altri dei. Il ché significa che non li devi servire: il servizio lo darai al tuo Dio, nel giorno di sabato.
L’onore al padre e alla madre, cioè l’accoglienza dei comandi del Signore che essi ti trasmetteranno, ti permetterà di prolungare i tuoi giorni nella Terra.
Non commetterai omicidio (è il rapporto con la comunità), adulterio (rapporto con la famiglia), furto (beni), falsità (giudizi). Nemmeno desidererai ciò che non è tuo.
La reazione del popolo al fatto che Dio gli parli è “tremore e paralisi”. Mosè esorta invece ad avere sempre presente “il timore del Signore”, vale a dire ad obbedire: in negativo, a “non peccare”.
“Le dieci parole” sono dunque rivolte al popolo direttamente da Dio: “Voi stessi avete visto che vi ho parlato dal cielo (e non attraverso Mosè!)”. Da questo momento, però, inizia la continua mediazione di Mosè: Dio parlerà al popolo attraverso di lui. Infatti è scritto: “Il popolo si tenne lontano, mentre Mosè avanzò verso la nube oscura dove era Dio. Il Signore disse a Mosè: Così dirai agli Israeliti …”
Veramente “profetica” è la prima affermazione che Dio dice attraverso Mosè: “Farai per me un altare di terra … In ogni luogo dove io vorrò far ricordare il mio Nome, verrò a te e ti benedirò”.



Esodo 21
Occorre distinguere tra “le parole” (20,1) e “le sentenze o giudizi” (21,1).
“Le parole” o decalogo sono dette direttamente da Dio e valgono in assoluto e per sempre. “Le sentenze o giudizi” sono esposte da Mosè come applicazione pratica delle parole dette da Dio.
Sono molto importanti perché fanno comprendere che “le parole” non vanno comprese come puro ideale o ispirazione soltanto, ma vanno tradotte in “norme” che considerano i singoli casi. Tutto è stabilito nei minimi particolari, perché tutto il vivere è soggetto alla volontà di Dio.
Già all’interno della Scrittura certe norme subiscono variazioni nel tempo. [In Cristo poi (Matteo 5-7) avranno il loro vero e definitivo compimento]
La nota fondamentale, comunque, è che l’uomo non ha un potere assoluto sull’altro e sui suoi beni. Occorre rispettare un ordine stabilito, caso per caso.



Esodo 22
La casistica è minuziosa, per dire che la volontà di Dio deve riflettersi in tutto quello che l’uomo fa.
Nel caso del furto, si avrà la restituzione del doppio, o della cosa stessa. Diversamente, varrà l’indennizzo. Nel caso di incertezza delle responsabilità, si andrà “davanti a Dio” con giuramento solenne.
Accanto alla proibizione di immolare agli dei, c’è la richiesta di non molestare il forestiero e di non opprimerlo, “perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto”.
Nemmeno si deve maltrattare la vedova e l’orfano. Se gridano, Dio stesso interverrà a loro difesa e darà (a suo modo!) la morte all’oppressore.
Il prossimo, afflitto da debiti, non va inseguito fino a … togliergli la possibilità di vita (mantello per la notte!).
Al tuo prossimo e all’indigente, il denaro non va prestato con interesse!



Esodo 23
Le prime sentenze vanno nel senso dell’esercizio corretto del diritto nei processi. Attenti a non lasciarsi corrompere! Viene dato ancora il comando di non opprimere il forestiero.
La terra starà incolta per un anno ogni sette (anno sabbatico). Così si darà la possibilità ai poveri (e anche alle bestie selvatiche!) di godere dei frutti della terra.
Ci deve essere riposo per tutti (uomini e animali) nel settimo giorno, il sabato.
Israele deve ricordare il grande evento della sua salvezza, l’uscita dall’Egitto, con la festa degli Azzimi (la Pasqua). E poi la festa della prima mietitura e del raccolto finale: sono il segno che Dio gli ha dato finalmente la terra.
L’angelo, mandato per custodire il cammino, è Dio stesso. Egli camminerà alla testa di Israele. Che il popolo ascolti la voce del Signore! Che non serva altri dei, quando sarà entrato nella terra! Che non segua le abitudini dei popoli che non conoscono il Signore!
La presenza dei popoli sarà una continua insidia o provocazione. Se Israele servirà gli dèi dei popoli, vuol dire che sarà caduto nella “trappola”!



Esodo 24
Mosè riferisce al popolo le parole o decalogo (vedi capitolo 20) e le norme (vedi capitoli 21-23).
E’ Mosè che riferisce, ed è anche Mosè che scrive. In realtà, le parole sono “parole dette da Dio” (20,1) e lo scritto è “scritto di Dio” (24,12).
Il popolo radunato attorno ad un altare ascolta, non Dio direttamente, ma “la lettura” che Mosè fa delle parole di Dio, la lettura del libro dell’alleanza. E poi risponde: “Quanto il Signore ha detto, noi faremo e ascolteremo”, cioè saremo obbedienti alle parole del Signore.
Il sangue versato sull’altare e sul popolo diviene “sangue dell’alleanza”. Il sacrificio o atto di culto crea “consanguineità” tra Dio e il popolo!
Indispensabile è il ruolo di Mosè e degli anziani: essi videro Dio (il pavimento dove pone i piedi!) e celebrarono un banchetto di comunione.
Dopo la celebrazione dell’alleanza Dio, o meglio, la sua Gloria viene a dimorare sul Monte. Questa Gloria, poi, verrà a dimorare sulla Tenda o Santuario. Di qui l’importanza dei capitoli che stiamo per leggere (25-31), capitoli che narrano il progetto del Santuario.



Esodo 25
La Gloria del Signore, cioè la sua Presenza, non si fermerà sul monte Sinai (legata dunque a un solo tempo e a un solo luogo), ma accompagnerà sempre il popolo. Ma il popolo dovrà essere obbediente al Signore. E il primo segno dell’obbedienza è “il preparare e fare” una dimora a Dio, secondo un “modello/progetto” mostrato da Dio stesso.
Tutto procede secondo “parole” che Dio mette in bocca a Mosè, e secondo atti di obbedienza puntuali: il progetto di Dio va “fatto”. Allora, se il popolo “farà” secondo il modello, Dio “abiterà in mezzo al popolo” (8).
Si incomincia con l’invito a raccogliere un contributo. Esso sarà dato da “chiunque è generoso di cuore”.
La prima opera è l’arca, oggetto nel quale verrà collocata la Testimonianza di Dio, cioè la sua Parola. L’arca è chiusa in alto da un coperchio o propiziatorio, una lastra d’oro sulla quale Dio poserà i suoi piedi (sgabello!). E’ un’immagine ardita che vuole indicare “la presenza benevola di Dio”. Infatti, “là ti darò convegno: parlerò con te di sopra il propiziatorio” (22).
La tavola, trasportabile con l’arca, serve per poggiarvi sopra “i pani dell’offerta” a Dio (consumati poi dai sacerdoti).
“Una sola massa d’oro” formerà il candelabro (menorah) che diffonderà luce: sette lampade come i sette giorni della creazione.



Esodo 26
Nella descrizione della Tenda viene riflessa la struttura del Tempio di Gerusalemme, sia prima che dopo l’esilio.
La Dimora o Tabernacolo (in ebraico mishkan) è l’ambiente sacro, riservato a Dio: per esso sono richiesti tessuti finissimi e preziosi.
Soprattutto bisogna che la Dimora sia “una”, cioè un tutto unico (6), come pure i teli di copertura (11). Sono tanti gli elementi impiegati, ma il risultato deve essere la compattezza e l’unità (come in un corpo!). Il legno di acacia è forte e consistente, nello stesso tempo lo si trova abbondante nel deserto.
La Dimora ha due ambienti: il Santo e il Santo dei Santi (33), separati da un velo fatto di tessuti preziosi. All’interno del Santo di Santi (Santissimo) si trova l’arca della Testimonianza, sopra la quale è posto il coperchio. All’interno del Santo, davanti al velo, si trovano la tavola dei pani offerti e il candelabro per illuminare.
Una cortina introduce al Santo.



Esodo 27
La descrizione procede dall’interno all’esterno: Santo dei Santi (Santuario), velo di separazione, Santo, cortina, altare.
Questo altare è quello dei sacrifici – non quello dei profumi, che è all’interno – ed è posto all’esterno, di modo che tutti lo possano vedere e quindi parteciparvi.
E’ quadrato, a indicare la completezza e perfezione. Ha quattro protuberanze (dette “corni”) negli angoli alti, a indicare la potenza stessa di Dio. All’interno dell’altare, a metà circa, una graticola sosteneva l’animale che veniva bruciato, in parte o in tutto. Il sangue dell’animale veniva “unto” sui corni. Era questo l’aspetto più importante e significativo del sacrificio. Il sangue infatti è la vita stessa. Anche l’altare deve essere fatto “come ti fu mostrato sul monte”.
Un grande recinto, chiuso da tendaggi, delimitava l’area sacra.
Infine, l’olio della lampada. La luce del candelabro doveva ardere sempre per “legare” i giorni: da sera mattina.



Esodo 28
E’ stata già descritta la Dimora in tutti suoi elementi. Ora viene descritto il “servizio” o culto che si farà nella Dimora. Sacerdoti saranno Aronne e i suoi figli. Gli abiti dovranno esprimere l’identità sacerdotale e quindi avere “gloria e decoro”.
L’Efod, un corsetto senza maniche, sarà come un memoriale delle persone davanti a Dio. Sulle spalline infatti erano fermate due pietre di onice con i nomi delle dodici tribù di Israele.
Il Pettorale del giudizio, stoffa preziosa e quadrata sul petto, aveva incastonate dodici pietre. Così “Aronne porterà i nomi degli Israeliti sul pettorale del giudizio, sopra il suo cuore”. Sarà come “memoriale davanti al Signore”. In questo modo potrà “giudicare” gli Israeliti (urim e tumim).
Il Manto, perché munito di sonagli e melagrane, avrà funzione protettiva: allontanare le forze del male e invocare fecondità/vita.
Infine, la Lamina d’oro a forma di petalo portava scritto: “Sacro al Signore”. Attaccata al turbante, starà sulla fronte di Aronne per attirare il favore del Signore.
Viene poi descritta la consacrazione a forma di unzione.



Esodo 29
Sarà Mosè a dare l’investitura ai sacerdoti, nel senso che sarà lui a “vestirli” secondo quello che gli dice il Signore.
L’investitura comporta: il bagno di purificazione, la vestizione vera e propria e il versamento dell’olio profumato (crisma!) sul capo, con unzione di tutto il corpo.
Viene poi l’offerta dei vari sacrifici: il sacrificio per il peccato (vengono bruciate soltanto le viscere) e l’olocausto (viene bruciato tutto l’animale).
Col sangue del secondo ariete e con l’olio dell’unzione vengono toccati l’orecchio del sacerdote, la mano, il piede, le vesti. Così i sacerdoti saranno consacrati/unti.
Una volta consacrati, i sacerdoti potranno prendere le offerte sulle loro palme ed “elevarle/presentarle” al Signore. Parte di esse dovranno essere mangiate come “cosa santa”. Il rito dell’investitura durerà sette giorni, come il tempo della creazione.
Dopo i sacerdoti, viene consacrato l’altare. Anche per esso il rito durerà sette giorni. L’altare consacrato sarà “cosa santissima”. Cosa si offre sull’altare? Un ”olocausto perenne”. Esso consiste nel sacrificio di due agnelli, uno al mattino e uno alla sera.
In definitiva “questo luogo”, con tutto quello che è stato descritto, sarà “il luogo del convegno” o “luogo dell’incontro” tra Dio e il popolo. E’ scritto: “Là io ti darò convegno per parlarti”.
Finalmente, Dio “abiterà in mezzo agli Israeliti e sarà il loro Dio”.
[E’ questo poi il mistero grande della nostra liturgia].



Esodo 30
C’era un secondo altare, oltre a quello dei sacrifici posto all’aperto. Era l’altare dell’incenso.
Piccolo e quadrato stava di fronte al velo che separava il Santo dal Santo dei Santi. Da esso doveva salire incenso al Signore, mattina e sera. I suoi “corni” venivano “unti” col sangue del sacrificio per il peccato nel giorno grande della espiazione (kippur).
Gli Israeliti sono contati “uno a uno” tramite censimento. Ma perché questo non sia da intendersi come segno di potenza individuale o comunitaria, ognuno pagava un siclo al Signore. In questo modo egli si riteneva ed era un “riscattato”, cioè uno che continuava ad appartenere al Signore.
Un olio, quanto alla sua confezione molto raffinato, veniva chiamato “olio dell’unzione”. Serviva a consacrare tutto: altare, cose e persone. Così, tutto quello che atteneva al servizio del Signore era consacrato, e quindi sacro.
La consacrazione non è fine a se stessa, ma destina cose e persone al servizio e all’incontro con Dio.



Esodo 31
Per poter realizzare tutto quanto ha comandato di fare in ordine alla Tenda, Dio “chiama per nome”, cioè, sceglie alcuni uomini. Nel loro cuore/mente egli “pone saggezza perché possano eseguire quanto ti ho comandato”. La saggezza consiste nell’ideare progetti secondo quello che Dio ha detto.
A questo punto – e siamo alla fine – viene dato il comando conclusivo: il sabato. Il sabato è un “segno tra me e voi”. Il sabato è “santo”, cioè riservato a me. Osservandolo, voi dichiarate che siete “miei” e che io sono “vostro”. Il mondo potrebbe non capire questo segno, ma voi non profanate il sabato.
Dio ha “parlato” a Mosè, ma nello stesso tempo ha anche “scritto” col suo dito (Spirito!) le due tavole. La parola di Dio non è soltanto “detta da lui”, ma “scritta dal suo dito”. Certamente attraverso Mosè. E’ dunque una parola che vale!



Esodo 32,1-14
Il popolo aveva già dato solenne assenso al “libro dell’alleanza” letto da Mosè (24,7). Mosè poi era salito sul monte per la “registrazione” del patto. Ma tardava a scendere …
Israele rimane senza guida. E’ stato liberato da Mosè, ma questi non c’è più! “Chi camminerà alla nostra testa?”, dicono.
Camminerà Dio, ma un dio … “fatto dalle loro mani”! E’ scritto infatti che Aronne ricevette gli oggetti “dalle loro mani” e che “li fece fondere in una forma e ne modellò un vitello di metallo fuso”. Mani, fare, fondere, forma, modellare … sono termini espliciti che indicano l’opera delle “mani” dell’uomo.
Il popolo dirà: “Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dall’Egitto”. Come se dicesse: Sono io che mi sono liberato con l’opera delle “mie mani”!
Il colmo della stoltezza/disobbedienza è il costruire un altare davanti al vitello e celebrare sacrifici e feste, pensando che tutto questo sia “per il Signore”. Israele onora Dio a proprio piacimento, non come voleva Dio stesso e aveva comandato.
Il popolo si è “guastato”, dice il Signore. Si è allontanato dalla via indicata da me. Ho (subito!) sperimentato che è un popolo dalla testa dura. Sarà distrutto!
L’intercessione di Mosè fa leva non sulle virtù o preghiere del popolo (che non ci sono!), ma su Dio stesso e sul suo giuramento ai padri. Dio è misericordioso … per se stesso e da se stesso. Il suo amore non dipende da noi. Paradossalmente, è lui che … “si pente” del male promesso e non lo fa!



Esodo 32,15-35
Il Signore “si pentì”, cioè usò misericordia verso il suo popolo e non lo eliminò dalla faccia della terra.
Mosè scende dal monte con le tavole scritte: erano “opera di Dio”. Si apre un confronto/scontro (che durerà per sempre!) tra le tavole “opera di Dio” e il vitello d’oro “opera delle mani dell’uomo”: scontro tra la volontà di Dio e quella dell’uomo.
L’ira di Mosè non si placa, a differenza di quella di Dio, contro la quale Mosè stesso aveva supplicato (11). Le tavole quindi vengono spezzate, il vitello d’oro viene ridotto in polvere, gli Israeliti sono costretti a “bere l’acqua dell’idolatria”, costretti cioè a riconoscersi imbevuti di idolatria.
Svincolati dalla volontà di Dio, non hanno più freno! Non sono più il popolo di Dio, perché hanno scelto l’allontanamento da lui, cioè la maledizione e la morte. Il “rito” dell’uccisione dei colpevoli sancisce la maledizione e il ruolo benefico dei leviti.
Poi viene la supplica a Dio per “il grande peccato”, consistito nell’essersi “fatti un dio d’oro”. Mosè, pur avendo manifestato la sua “ira” contro il popolo, sta dalla parte del popolo e chiede il perdono di Dio. Dio perdona: la morte non sarà per tutto il popolo, ma solo per “chi ha peccato contro di me”.
D’ora in poi, questa sarà la condotta di Dio: “Ecco, il mio angelo ti precederà; nel giorno della mia visita li punirò per il loro peccato”. D’ora in poi dunque Israele sarà condotto e salvato attraverso la … “punizione/correzione”.



Esodo 33
Sorge una “questione” tra Dio e Mosè. Dio dice a Mosè: “Il tuo popolo che hai fatto uscire dall’Egitto” (32,7). Mosè dice a Dio: “Il tuo popolo che hai fatto uscire dall’Egitto” (32,12). Di chi è questo popolo? Chi lo ha fatto uscire? Soprattutto: chi lo guiderà, ora?
Dio dice di non poter “salire col popolo” perché è di dura cervice e lo dovrebbe sterminare ogni momento! (5).
Allora il popolo “si spogliò dei suoi ornamenti”, come dire che camminò nella via dell’umiliazione.
Mosè piantò la tenda “fuori dell’accampamento” e la chiamò tenda del convegno. Il popolo doveva recarsi “fuori dell’accampamento” per consultare il Signore: là il Signore parlava a Mosè “faccia a faccia, come uno parla col suo compagno” (11).
E la questione della presenza di Dio in mezzo al popolo, come è risolta? Per la preghiera di Mosè, Dio conclude: “Hai trovato grazia ai miei occhi e ti ho conosciuto per nome” (17). Così Dio camminerà col suo popolo! Giorno dopo giorno mostrerà la sua presenza (“volto”) attraverso … gli atti di bontà che farà (“spalle”).
[Il “volto” di Dio apparirà solamente in Gesù: “Chi ha visto me, ha visto il Padre”].



Esodo 34
Dopo il peccato di idolatria, espressione della dura cervice del popolo, il Signore stabilisce una (nuova) alleanza. Essa è celebrata secondo forme che richiamano la continuità e la discontinuità con l’alleanza precedente.
Il Signore “si presenta” (questo è il senso della autoproclamazione al versetto 6) così: Dio misericordioso e pietoso … Dio che perdona e … “che visita” (sanziona) il peccato.
Dio camminerà col popolo, ma come Dio di amore e giustizia, in definitiva un Dio che dovrà far prevalere il perdono (9).
Proprio perché il popolo ha una “dura cervice”, il primo punto dell’alleanza sarà la distinzione e “distruzione” dei popoli vicini: Non farai alleanza con loro … Se tu facessi come loro, ti allontaneresti da me!
Altro elemento di discontinuità è il fatto che non è Dio a scrivere le parole, ma Mosè stesso (27). D’ora in poi egli sarà il vero e grande mediatore tra Dio e il popolo. Infatti il popolo “ha timore di avvicinarsi a lui”.
Questo è molto giusto, ma segna anche … una certa distanza tra Dio e il popolo. Infatti è Mosè che parla e riferisce i comandi di Dio. Davanti a Dio egli ha il volto scoperto (ed è raggiante!); ma davanti al popolo ha un velo, a indicare la transitorietà della legge e la lontananza del popolo (cfr 2 Cor 3,7ss).



Esodo 35
Nella “ripresa” dell’alleanza, il compito di Mosè è pressoché assoluto. Egli infatti sta davanti a Dio e ascolta “senza velo”; poi parla e comanda agli Israeliti “col velo”. In un certo senso congiunge il popolo a Dio, nell’altro manifesta la incompiutezza di questa alleanza. Tutti i comandi, poi, sono orientati alla costruzione della Tenda. Per questo è chiamata “alleanza cultuale”.
Uomini e donne sono chiamati a edificare la Tenda o Dimora, anche se con ruoli specifici. Soprattutto è richiesta la disponibilità del cuore, la volontarietà, la generosità …, in una parola, l’obbedienza “cordiale” nel progettare e nel fare.
Gli “artisti” sono coloro che “hanno la sapienza nel cuore”. Gli uomini e le donne offrono le loro cose più preziose, seppure legate alla vita quotidiana. In particolare le donne si rendono disponibili per lavori a ricamo.
Besalel sembra essere il direttore dei lavori. Per questo è stato “riempito dello spirito di Dio per avere saggezza, intelligenza e scienza … per concepire progetti e farli”.
Comunque è “tutta” la comunità che opera.



Esodo 36
Gli artisti, cioè “i saggi di cuore” perché dotati dal Signore di saggezza, “fecero ogni cosa secondo ciò che il Signore aveva ordinato”.
E’ comune, nei racconti della Scrittura, anticipare la conclusione! L’autore si compiace di notare, fin dall’inizio, che tutto si deve fare e si sta facendo secondo l’ordine del Signore.
Altro compiacimento del narratore è il vedere che il popolo “continua a portare ogni mattina offerte volontarie”. Mosè deve imporre di non portare più offerte!
La descrizione della costruzione della tenda si muove dall’esterno per procedere verso l’interno [Movimento opposto si era notato nei capitoli 25-31].
La Dimora deve formare un “tutto unico” (13), come un “tutto unico” sarà Gerusalemme (Salmo 122,3).
Compito degli artisti è quello di fare e poi di “unire” tutte le parti. Anche le assi devono essere “perfettamente congiunte” (29). Saranno rivestite d’oro (34).
Si giunge infine al “velo” che separa il Santo dal Santo dei Santi (dove sarà posta l’arca).



Esodo 37
In questa sezione prevale il verbo “fece”. Al comando di Dio (“farete o farai”) deve corrispondere la pronta obbedienza, e quindi: “Besalel fece …”.
Fece l’arca di legno d’acacia, rivestita d’oro, dentro e fuori. E’ l’arca dell’alleanza.
Fece il coperchio o propiziatorio, “protetto” da due cherubini.
Fece la tavola di legno d’acacia per i pani (rettangolare).
Fece il candelabro a due bracci, più quello centrale (fusto). Tutto d’oro e massa “unica”!
Fece le sette lampade.
Fece l’altare per bruciare l’incenso: piccolissimo e quadrato.
Fece ,infine, l’olio dell’unzione e l’incenso aromatico.
Tutto questo “fare” è segno di obbedienza sapiente. Infatti è un fare secondo il comando di Dio.
Gli oggetti descritti, poi, devono avere anelli atti al trasporto con stanghe. La “presenza” di Dio infatti è una presenza itinerante e nomade, come era itinerante il popolo. Giustamente si parla di “cammino” dell’esodo.



Esodo 38
L’altare degli olocausti, posto fuori del Santuario, era quadrato. Su di esso venivano offerti i sacrifici. Gli angoli (“corni”) erano un tutto unico con l’altare e rappresentavano la potenza di Dio. Nei sacrifici, questi corni venivano “unti” col sangue della vittima e così costituivano la parte più sacra dell’altare. Anche l’altare degli olocausti era trasportabile.
L’autore sta concludendo e ricorda che la disposizione di tutta l’opera fu fatta da Mosè con l’aiuto dei leviti, diretti da Itamar, figlio del sacerdote Aronne; e che l’esecuzione pratica fu opera di Besalel e Oliab, “sapienti nel cuore” (artisti/ingegneri).
Il resoconto delle offerte in oro, argento e rame ha cifre altissime. Più di dieci quintali d’oro. Trentacinque quintali d’argento provenienti dal censimento. Venticinque quintali di rame.
L’autore vuol dare l’idea della generosità del popolo, ma anche della “responsabilità” e correttezza dei costruttori. “Tutto” infatti fu impiegato per la costruzione della Dimora.



Esodo 39
Dopo aver descritto la Dimora, si descrivono gli abiti di coloro che “servono” nella Dimora, cioè i sacerdoti. I loro abiti sono “vesti tessute per il servizio”, cioè abiti sacri.
L’efod (corsetto senza maniche) tenuto fermo da spalline su cui sono due pietre d’onice coi nomi degli Israeliti. Il pettorale con dodici pietre incastonate. Il pettorale, tramite anelli, forma un “tutto unico” con l’efod. Il manto con sonagli e melagrane. Tuniche, turbante … fino alla lamina d’oro con scritto sopra “Sacro al Signore”.
Ecco, infine, la frase che tutto compendia e che a tutto dà significato: “Così fu compiuto tutto il lavoro della Dimora […] Gli Israeliti fecero ogni cosa come il Signore aveva ordinato a Mosè: così essi fecero” (32).
Viene poi “la consegna” della Dimora a Mosè, consegna …“tutto compreso”, fino ai particolari!
Ecco l’altra frase significativa: “Mosè vide tutta l’opera, ed ecco l’avevano fatta come il Signore aveva ordinato” (43). L’opera non doveva piacere a Mosè, ma a Dio! “Allora Mosè li benedisse” (43).
C’è una eco, in questo grande finale, dell’opera di Dio nella creazione (vedi Genesi 1-2).



Esodo 40
Il Signore parla ancora, per l’ultima volta, a Mosè “ri-ordinando” tutto quanto aveva già detto, con l’indicazione del giorno della “erezione” della tenda: il primo giorno del primo mese dell’anno, a indicare che … il mondo ricomincia!
“Mosè fece ogni cosa come il Signore gli aveva ordinato: così fece” (16). Ancora, e per l’ultima volta (!), è detto che Mosè “fece” tutte le cose ordinate, cose descritte nuovamente … una ad una!
Esattamente un anno dopo il comando dato dal Signore, Mosè “compì l’opera” (33).
La Nube (Dio) non sta più sul monte Sinai (24,16) ma sulla Dimora (34), e la Gloria di Dio “riempie” la Dimora stessa. Mosè non può entrare (nel senso di stare permanentemente) nella Tenda. Questo significa che Dio è vicinissimo al suo popolo, ma non è “posseduto” dal suo popolo.
Ora il Signore (Nube) “cammina” col suo popolo. Al popolo è chiesto di “camminare” col Signore, secondo i ritmi stabiliti dal Signore stesso.
E così il Signore è con suo popolo … “in tutte le sue alzate di campo” (38). Dio è “peregrino”!



Romani 1,1-17
Paolo è stato chiamato per portare al mondo il Vangelo di Dio, la buona e bella notizia: Gesù!
Chi è Gesù? E’ il Figlio di Dio, promesso nelle Scritture, costituito tale mediante lo Spirito nella risurrezione dai morti. Egli è il Cristo e il Signore nostro.
Il mondo è chiamato ad accogliere questa notizia nell’obbedienza della fede, una fede cioè che è accoglienza grata e fattiva della notizia.
Paolo desidera andare a Roma per crescere nella fede assieme ai Romani: là predicherà il vangelo. In che consiste il Vangelo? E’ potenza di Dio, che salva coloro che credono in Gesù: sia giudei che greci.
Nell’annuncio del vangelo, Dio manifesta la sua giustizia, cioè la sua potenza d’amore che perdona, per chi si affida a lui, per chi crede. “Il giusto per fede vivrà”.



Romani 1,18-32
La “ira” di Dio non è la sua rabbia, ma la giusta reazione a tutto ciò che è male: si identifica col suo “giudizio”.
Ebbene, il giudizio di Dio è “contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia”. La verità è che Dio si può conoscere, adorare e servire. Gli uomini invece hanno preferito adorare delle cose (idolatria), piuttosto che il Creatore.
Per questo, “non hanno alcun motivo di scusa”: sono peccatori, e quindi “sotto l’ira di Dio”, avendo scambiato “la verità di Dio con la menzogna”.
L’idolatria (peccato) genera tra gli uomini un drammatico disordine, a partire dal rapporto uomo-donna (sessualità). Vengono, poi, tutti gli altri disordini: invidia, superbia, odio, omicidio, frode …
Ma il disordine più drammatico è lo stravolgimento del modo di pensare e agire (coscienza). Gli uomini infatti “pur conoscendo il giudizio di Dio […] non solo commettono tali cose, ma anche approvano chi le fa”.
Dio, comunque, non uccide i peccatori nella sua “ira”, ma semplicemente “li abbandona a se stessi”. E’ questa, per il momento, la risposta della “ira di Dio”, cioè del suo giudizio.



Romani 2
Davanti a Dio non “l’uomo che sa”, ma “l’uomo che fa” la volontà di Dio.
Tu, uomo, giudichi … e poi non fai! Quindi, sei sotto il giudizio di Dio e “accumuli ira nel giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio”. Dio infatti “rende a ciascuno secondo le sue opere”.
Giudeo o Greco che sia, l’uomo sarà giudicato per le sue opere. Il Giudeo secondo la Legge scritta da Mosè su tavole; il Greco secondo la Legge scritta nel cuore, che la sua coscienza ora accoglie, ora rifiuta.
Il Giudeo ha una grande luce che è la Legge di Dio. Per questo egli sa e può educare gli altri che non sanno in modo esplicito la volontà di Dio. Ma, se egli sa e poi non fa la volontà di Dio, la sua “circoncisione” (il suo essere giudeo) non conta affatto.
La lode (quindi la salvezza) non viene dal possesso formale della Legge, ma da Dio nel momento in cui approva quello che uno ha “fatto”.



Romani 3,1-20
La situazione del Giudeo.
Ha ricevuto grandi doni da Dio: la circoncisione lo ha introdotto nel popolo dell’alleanza. Popolo che è tenuto a osservare “le parole di Dio”, cioè l’alleanza stessa. Questo, di fatto, non è avvenuto. Allora Dio ha manifestato la sua “ira” o giudizio.
Essi (“alcuni”) sono stati infedeli, ma Dio è stato fedele nel giudicarli. Si è mostrato giusto, lui che è il giudice del mondo.
Obiezione. Ma se la giustizia di Dio rimane salda proprio nell’infedeltà dell’uomo, forse bisogna essere infedeli per esaltare la giustizia di Dio? Perché si considera “peccatore” colui che, col suo “peccato”, esalta la giustizia di Dio? L’obiezione si condanna da sé!
In riferimento al Giudeo, poi, che ha il “vantaggio” della Legge è detto: “In base alle opere della Legge nessun vivente sarà giustificato davanti a Dio, perché per mezzo della Legge si ha conoscenza del peccato”.



Esodo 3,21-31
Il brano segna la grande svolta.
Dio ha donato la Legge, sia quella di Mosè, sia quella scritta nei cuori. L’uomo però è stato infedele, e così non ha raggiunto la giustizia consistente nell’obbedienza alla Legge stessa. Per questo “l’ira di Dio” sta sull’uomo!
Forse Dio manderà in rovina i peccatori? Si manifesterà in questo modo il suo essere giusto?
No! La giustizia di Dio si manifesterà “indipendentemente dalla Legge”.
Quale giustizia? Quella che si ha “per mezzo della fede in Cristo Gesù”. Giustizia, dunque, “per tutti quelli che credono” in Gesù Cristo.
Infatti, Gesù è stato posto da Dio (non da Mosè!) come “coperchio” (vedi Es 25,2; Lev 16,14), cioè come “strumento di espiazione nel suo sangue (morte)”. Il punto d’incontro tra Dio e l’uomo, vale a dire il luogo della salvezza, è Gesù crocifisso. Dio ha mostrato una nuova giustizia “nel tempo presente”, giustizia che discende dalla morte di Cristo.
In altre parole, si vuole affermare che la nuova giustizia di Dio, “ora”, è il perdono! Perdono per tutti, a motivo della morte di Cristo.
“Ora” è in vigore, non più “la legge dello opere” (legge che continuerebbe a condannarci), ma “la legge della fede” in Cristo che ci dà salvezza.



Romani 4
La giustificazione (salvezza a partire dal perdono di Dio) avviene non per le opere della Legge, ma per mezzo della fede in Gesù Cristo (3,21s). Che dice la Scrittura su questo punto?
Bisogna partire da Abramo, che è “nostro progenitore seconda la carne” (qui parla Paolo giudeo). E’ scritto: “Abramo credette a Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia”. La giustizia viene dalla fede. E di Davide si dice una cosa paradossale: “Beato l’uomo (Davide stesso che aveva ucciso!) al quale il Signore non mette in conto il peccato”. Dio, dunque, salva l’empio col suo perdono. L’empio infatti non ha nessuna “opera della Legge” da presentare a Dio.
Solo per i giudei vale questa cosa? No, Abramo credette quando ancora era incirconciso, cioè “peccatore” pagano. La circoncisione, che venne dopo l’atto di fede, fu il sigillo della giustificazione che aveva già ottenuta per la fede. Dunque, Abramo è padre di tutti quelli che credono in Cristo, e non solo dei giudei.
Ad Abramo fu fatta una promessa: la discendenza o il discendente. Tale promessa fu fatta non in virtù della Legge, ma della “giustizia che viene dalla fede”. Eredi di questa promessa si diventa in virtù della fede in Cristo, che è il vero discendente di Abramo. Tutti gli uomini quindi sono eredi per la fede in Cristo.
La fede di Abramo non è un atto generico di fiducia in Dio, ma è “piena convinzione che quanto Dio promette è anche capace di portarlo a compimento”. E’ fede nella risurrezione (vedi Isacco).
Per noi, è fede in “Colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore”. Egli “è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione”.



Romani 5,1-11
Conclusione di tutto il discorso, ma anche apertura per uno sviluppo successivo molto fecondo. “Giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”.
Tra Dio e l’uomo (ogni uomo!) ora c’è pace, cioè relazione di bene, amore e quindi vita: sempre e ovunque “per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”. Questo evento stupendo, chiamato “grazia”, apre alla speranza/certezza della gloria di Dio.
Ma attualmente viviamo nelle “tribolazioni”! Esse non ci scoraggiano, anzi sono la via sicura per darci la speranza della gloria.
In questo evento stupendo è all’opera una meravigliosa energia: l’amore di Dio. Infatti: “L’amore di Dio (quello che egli ha per noi) è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”. L’amore, che è lo stesso Spirito, è frutto e dono della morte di Gesù.
Amore dato a noi mentre eravamo deboli, anzi empi, peccatori e quindi nemici. Dio dimostra il suo amore per noi (amore gratuito e per questo … fedele!) “nel fatto che Cristo morì per noi”.
Si può parlare di “merito” al riguardo? Certamente, no! Si deve parlare invece di fierezza o di “vanto”: vanto però che è tutto “in Dio”, poiché da lui soltanto abbiamo ricevuto la riconciliazione e quindi la vita.



Romani 5,12-21
Eravamo deboli, empi e nemici … Eravamo cioè chiusi nel sistema di schiavitù che ha il suo prototipo in Adamo.
“In Adamo”, cioè nell’umanità si è verificata una “caduta”, e con la caduta è entrata nel mondo la morte; da intendersi quest’ultima come “caduta da … un rapporto di vita”. Tutti gli uomini (giudei e pagani) sono dentro a questa caduta che provoca “morte”, quella … da Dio!
Ma nella storia degli uomini è sorto un “carisma/dono”, sproporzionatamente più grande della caduta. Il dono è “il solo uomo Gesù Cristo”.
L’umanità è andata e va verso la condanna, ma “per mezzo del solo Gesù Cristo”, ora ha la possibilità di vivere, anzi regnare sulla morte.
La scintilla che ha provocato il disastro della caduta è stata la disobbedienza; la scintilla che costituisce tutti gli uomini “giusti” è “l’obbedienza di uno solo (Cristo)”.
La caduta, poi, è stata accelerata dalla Legge, facendo abbondare il peccato e la morte. Ma ora c’è “sovrabbondanza di grazia”. La grazia, non solo sovrabbonda, ma “regna mediante la giustizia per la vita eterna per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore”.
E’ evidente l’abissale sproporzione che si verifica nel rapporto caduta-grazia. In Adamo: caduta-peccato-morte. In Cristo: dono-giustizia-vita eterna.



Romani 6,1-14
“Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (5,20).
Obiezione: Perché allora non rimaniamo nel peccato per far sovrabbondare la grazia? E’ assurdo!
“Siamo già morti al peccato, come potremo ancora vivere in esso?”. E, quando siamo morti al peccato? Nel battesimo.
Nel battesimo siamo stati uniti alla morte di Cristo. Ma come Cristo fu risuscitato dai morti, così anche noi camminiamo in una vita nuova. Essere risorti con Cristo comporta non essere più schiavi del peccato. Chi è morto, dice ogni diritto civile, è libero dal peccato.
Cristo risuscitato dai morti non muore più: ora vive per Dio. Così anche il battezzato è morto al peccato e vive per Dio, in Cristo Gesù. Questo è “il fatto”: siamo già morti al peccato!
Ora l’apostolo può esprimere in modo esplicito il comando: “Il peccato dunque non regni più nel vostro corpo mortale, così da sottomettervi ai suoi desideri”. E ancora: “Offrite voi stessi a Dio come viventi, ritornati dai morti”.
Non essere più “sotto la Legge, ma sotto la grazia” apre il meraviglioso spazio della regalità sul peccato.



Romani 6,15-23
Altra obiezione, legata alla nuova situazione così espressa: “Non siamo più sotto la Legge, ma sotto la grazia”. Chi obietta, fa questo ragionamento: In verità, la Legge punisce le trasgressioni, però noi siamo sotto un regime diverso, quello della grazia, e perciò i nostri peccati non potranno essere puniti. Perché allora preoccuparci e voler stare senza peccare?
Non essere più “sotto la Legge” non significa vivere in libertà assoluta. Siamo, invece, passati da una schiavitù all’altra! Eravamo schiavi del peccato ed andavamo verso la morte. Ora “siamo schiavi dell’obbedienza che conduce alla giustizia”. E ancora: “Liberati dal peccato, siete stati resi schiavi della giustizia”.
Il salvato deve mettere tutto il proprio essere a servizio della giustizia “per la santificazione”, cioè per un’appartenenza sempre più forte al Signore.
In ultima analisi, colui che è liberato dal peccato è “servo di Dio” e perciò gusta il dono di Dio che è “la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore” (23).



Romani 7,1-6
Paolo approfondisce il rapporto uomo-legge.
Aveva detto: “Non siete sotto la legge, ma sotto la grazia” (6,14). Come dire, voi siete morti quanto alla legge e quindi essa non rappresenta più un legame di condanna per voi.
Un esempio. La donna sposata deve sottostare alla legge che la lega al marito, fino a che il marito è vivo. Se il marito muore, la donna è libera: non è adultera se passa a un altro uomo.
Così “anche voi, mediante il corpo di Cristo, siete stati messi a morte quanto alla legge (nell’esempio, però, è il marito/legge che muore!) per appartenere a un altro, cioè a colui che fu risuscitato dai morti, affinché noi portiamo frutti per Dio”.
Un tempo eravamo “nell’obbedienza della carne”. Era il tempo in cui eravamo legati alla legge. Allora “le passioni peccaminose, stimolate dalla legge, si scatenavano nelle nostre membra al fine di portare frutti per la morte. Ora invece, morti a ciò che ci teneva prigionieri, siamo stati liberati dalla legge per servire secondo lo Spirito, che è nuovo, e non secondo la lettera, che è antiquata”.
In altre parole, nella forza dello Spirito non siamo più dominati dalla legge, ma “apparteniamo a un altro”, cioè a Cristo risuscitato, e portiamo frutti di libertà e di amore.



Romani 7,7-13
Quale rapporto c’è tra legge e peccato? E’ la legge che ci fa compiere il peccato? E’ lei la responsabile della mia morte, dovuta al peccato di trasgressione della legge stessa? No, certamente!
La legge è buona, santa, giusta. Ma in me abita “il desiderio” (amore ardente e travolgente) che regola le mie scelte e azioni. Fino a che non c’è una legge che dice: “Non desiderare (in una direzione o in un’altra)” il mio desiderio è del tutto “libero”, e io sono “vivo”, non condannato cioè dalla legge che trasgredisco.
Ma quando arriva la legge che mi dà un comando, allora il desiderio si scatena e, compiendo qualcosa contro la legge, si trasforma in “desiderio consumato”, cioè in peccato. E col peccato viene la morte! Dunque, senza legge io ero “vivo”, col giungere della legge io sono “morto”.
Responsabile di tutto questo non è la legge, ma “il peccato che abita in me”. La legge ha la funzione di smascherare il peccato e di manifestarlo. Non è lei a crearlo!



Romani 7,14-25
La legge è “di spirito”, ma l’uomo è “di carne”, nel senso che si è come “schiavo del peccato”.
Nasce quindi una competizione esistenziale insolubile e quindi drammatica: quello che non voglio, proprio questo io faccio!
E chi è quel “soggetto” che fa il contrario di quello che “io” voglio? Non certo l’uomo (il suo “io”), ma “qualcosa” che è contro, anzi “dentro” l’uomo. Questo qualcosa è “il peccato che abita nella mia carne”. Il peccato che abita nella carne dell’uomo, cioè nella sua orgogliosa debolezza, ha reso l’uomo incapace di compiere ogni legge.
L’uomo (senza Cristo) è in una situazione di grande infelicità: vive camminando verso la morte. “Con la sua carne serve la legge del peccato, mentre la ragione (mente) serve la legge di Dio”. Di fatto, nella vita concreta, l’uomo vive come schiavo del peccato.
Occorre una “liberazione” che l’uomo da se stesso non può darsi. Si tratta infatti di liberarsi da ciò che lo ha reso … incapace! Come può un incapace avere … la capacità di liberarsi!?
“Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore”.



Romani 8,1-8
Nuova conclusione e nuovo inizio.
“Ora/adesso (col battesimo), non c’è nessuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesù”.
Perché non c’è nessuna condanna? O meglio, “per chi” non c’è nessuna condanna? “Per coloro che sono in Cristo Gesù”, cioè per chi crede in Gesù ed è stato battezzato in lui.
Cosa è successo perché questo sia possibile? Io ero “schiavo del peccato”, ma Cristo mi ha liberato dalla legge che portava al peccato e alla morte.
Come? Ciò che non ero capace di fare io, perché ero schiavo impotente, lo ha fatto Gesù, il Figlio di Dio, vivendo in una “carne simile a quella del peccato”, cioè facendosi uomo come me. Nella sua carne, come uomo, Gesù ha vissuto la giustizia della legge, e così ha condannato il peccato attraverso la sua umanità/morte.
Ora, io “non sono più nella carne”, in quanto sono stato battezzato. Debbo allora “camminare, cioè vivere non più “secondo la carne” obbedendo al peccato, ma “secondo lo Spirito” obbedendo a Gesù. Sono inserito in un nuovo ordine: quello della “legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù”.
Debbo quindi vivere e agire seguendo lo Spirito, e così compirò finalmente, liberamente e in modo grato “la legge di Dio”.



Romani 8,9-17
“Voi non siete nella carne, ma nello Spirito, poiché lo Spirito di Dio abita in voi”. Questo Spirito “è vita per la giustizia”: dà vita nuova al credente in Cristo, battezzato in lui.
Come Dio ha risuscitato Cristo, così, nella forza dello Spirito, darà vita nuova ai credenti in Cristo. Si tratta della vita morale o della nuova condotta conforme a Cristo.
Infatti, è detto che non dobbiamo più vivere “secondo la carne”, ma “mediante lo Spirito far morire le opere del corpo”. In altre parole, dobbiamo vivere una vita nuova, poiché siamo “figli di Dio”. Nella forza dello Spirito di Gesù risorto, possiamo gridare a Dio: “Papà”.
E’ lo stesso Spirito che attesta il nostro essere figli di Dio. Ma se siamo figli di Dio, siamo anche eredi di Dio, in quanto coeredi di Cristo. Partecipiamo alle sue sofferenze e alla sua gloria.



Romani 8,18-27
Lo Spirito attesta che noi siamo figli di Dio, quindi eredi di Dio, coeredi di Cristo. Ma lo siamo nella via della croce e della partecipazione alle sofferenze di Cristo. Queste sofferenze appartengono “al tempo presente”, ma sfoceranno nella gloria
Al momento presente, c’è un’umanità (creazione) che vive lacerata in se stessa, in stato di schiavitù a motivo del peccato che la domina. Essa attende di “entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio”.
C’è poi un’umanità (“noi che possediamo le primizie dello Spirito”) salvata “nella speranza”. Essa attende la redenzione del corpo, cioè la salvezza piena e totale nella gloria dei risorti.
E allora: il tempo presente è tempo di attesa, pazienza, “perseveranza”.
In questo cammino verso la gloria, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza. Lo Spirito in noi è preghiera permanente, è “gemito senza parole”, è intercessione “per i santi secondo il disegno di Dio”. Lo Spirito è tutta la nostra forza e speranza!



Romani 8,28-39
Tutte le cose, specie le sofferenze per Cristo, concorrono al bene per “coloro che amano Dio”. Coloro che amano Dio sono i credenti in Cristo, ma, potenzialmente, tutti gli uomini.
Il disegno di Dio infatti è questo. Coloro che Dio conosce da sempre, li predestina ad essere conformi al suo Figlio. In altre parole: Dio vuole costituire un corpo, un regno, o una famiglia in cui il suo Figlio sia “primogenito tra molti fratelli”. E per realizzare questo Dio chiama (col vangelo), giustifica (con la fede in Cristo), glorifica (con la croce).
Dio dunque “è per noi”. Chi muoverà accuse? Chi condannerà? Non certo Cristo che è morto per noi e sta alla destra di Dio! Là egli intercede per noi!
In una parola di piena consolazione, Paolo conclude così. Dio ha amato noi e ha manifestato il suo amore donandoci Cristo. Il Cristo, poi, è “colui che ci ha amati” fino a dare la vita per noi. Siamo dunque avvolti dall’amore di Dio. E’ questo suo amore che rende l’uomo giusto e amico di Dio.
Niente potrà separarci dall’amore di Dio “che è in Cristo Gesù nostro Signore”.



Romani 9,1-18
C’è un Israele che non ha creduto in Gesù come Cristo e Signore.
Quanto a Paolo, questi Israeliti sono “fratelli, consanguinei nella carne”. Per amore loro e per la loro salvezza, Paolo si farebbe maledetto!
“Hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse … da loro proviene Cristo secondo la carne”. Ma non hanno creduto!
Forse la parola di Dio, parola che promette salvezza a Israele, forse questa parola è venuta meno?
No, la parola di Dio non è venuta meno! La parola è sempre stata operatrice di salvezza, come lo è ora. In che modo?
Facendo continue scelte o elezioni: Isacco e non Ismaele, Giacobbe e non Esaù … E, attualmente, scegliendo un “resto che aderisce a Cristo” e non Israele tutto. Dio ha sempre fatto così: ai tempi di Elia, di Isaia (citazioni) …
Forse Dio è ingiusto quando fa queste scelte? No, perché le sue scelte sono frutto dell’amore che chiama, amore che non tiene conto delle opere della legge. Amore che non è risposta obbligata alla “volontà e agli sforzi dell’uomo”. Amore che dipende … dall’amore stesso!
Ma un amore che fa delle scelte è un amore che provoca tante domande!...



Romani 9,19-33
Le domande attorno al modo col quale Dio vuole salvare il mondo sono tante!
Se è Dio che sceglie, indipendentemente dalle opere dell’uomo, perché rimprovera? Si può forse resistere al suo volere? Non è forse lui l’autore della mia disobbedienza, se lui può tutto?
Risposta a livello di Scrittura, e non a livello di logica umana: “Potrà dire il vaso plasmato a colui che lo plasmò: Perché mi hai fatto così?”.
Bisogna piuttosto lodare Dio per il suo disegno, secondo il quale “ha sopportato con grande magnanimità” Israele peccatore, per manifestare “ora” la sua misericordia verso pagani e giudei. Come dice la Scrittura: “Saranno chiamati (tutti) figli del Dio vivente”. Questo è il vero “resto” di Israele!
Conclusione paradossale. I pagani che non cercavano la giustizia della legge, hanno raggiunto la giustizia, quella però che viene dalla fede; Israele invece che “cercava la giustizia della legge, non raggiunse la [lo scopo della] legge”.
E perché questo? Perché Israele “agiva non mediante la fede, ma mediante le opere”. Intento alle opere ha urtato contro la pietra che è Gesù, cioè non ha creduto in lui per avere da lui (non dalle opere) la salvezza.



Romani 10,1-13
Gli ebrei hanno zelo per Dio, ma “senza conoscenza”. Infatti “non (ri)conoscono” Gesù come Signore.
E’ soltanto per la fede in Gesù che viene attuata la giustizia di Dio, cioè, è soltanto per la fede in Gesù che Dio ci salva.
Gesù infatti “chiude” con la Legge e “apre” a coloro che attuano la giustizia non per la via della Legge (quindi la via di una giustizia “propria”), ma per quella della fede.
C’è una giustizia che viene dalla Legge, ma che non si realizza: viene infatti richiesto di mettere in pratica la Legge, e questo non si fa! E c’è una giustizia che viene dalla fede, e che si realizza: è fondata infatti sulla presenza di Cristo, disceso dal cielo e risorto dai morti.
Ora, ciò che è necessario per la giustizia, cioè per la salvezza è questo: credere in Gesù come Signore e farne professione. Soltanto questa fede dona salvezza ad ogni uomo, sia giudeo che greco.



Romani 10,14-21
“Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato”. Il nome del Signore è Gesù.
A questo riguardo, Dio manda gli apostoli per annunciare il vangelo. Gli uomini sono invitati a credere in Gesù. Credendo in lui, a invocare il suo nome. E, invocando il suo nome, a lasciarsi salvare da lui.
Ma non tutti hanno obbedito. Purtroppo è sempre stato così, come affermano le Scritture.
Dunque, uno è salvato non perché appartiene al popolo di Israele, ma perché crede in Gesù.
Il credere, poi, nasce dall’ascoltare. Ascoltare cosa? Ascoltare “la parola di Cristo”, la predicazione apostolica.
Forse che a Israele non è giunta questa parola? Certo che gli è giunta! Sempre Dio ha donato la sua parola a Israele, sempre gli ha teso la mano …, ma Israele si è dimostrato un “popolo disobbediente e ribelle”. Fa meraviglia che ora abbia rifiutato di credere nella parola incarnata che è Gesù?



Romani 11,1-12
Paolo si pone ancora una domanda. Siccome Israele è un popolo ribelle, “ha forse Dio ripudiato il suo popolo?”. Certamente, no!
La riprova è che Paolo è della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino … e ha creduto in Gesù Cristo. Dunque, Paolo (e con lui tutti i giudei che hanno creduto il Cristo) è il segno storico che Dio non ha ripudiato il suo popolo.
Ma, già prima di Paolo, Dio aveva dimostrato che non aveva ripudiato il suo popolo. Come? Quando si riservava “un resto”!
Anche al presente vi è un resto, che è tale “secondo una scelta per grazia, e non per le opere”.
Come concludere? Israele non ha ottenuto quello che cercava, e ora vive in uno “spirito di torpore” che gli impedisce di vedere e sentire. Fino ad oggi…!
Ma, Dio non ha ripudiato il suo popolo.



Romani 11,1-12
Paolo si pone ancora una domanda. Siccome Israele è un popolo ribelle, “ha forse Dio ripudiato il suo popolo?”. Certamente, no!
La riprova è che Paolo è della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino … e ha creduto in Gesù Cristo. Dunque, Paolo (e con lui tutti i giudei che hanno creduto il Cristo) è il segno storico che Dio non ha ripudiato il suo popolo.
Ma, già prima di Paolo, Dio aveva dimostrato che non aveva ripudiato il suo popolo. Come? Quando si riservava “un resto”!
Anche al presente vi è un resto, che è tale “secondo una scelta per grazia, e non per le opere”.
Come concludere? Israele non ha ottenuto quello che cercava, e ora vive in uno “spirito di torpore” che gli impedisce di vedere e sentire. Fino ad oggi…!
Altra domanda. Israele ha inciampato ed è caduto: è caduto per sempre? Certamente, no!
A causa del suo fallimento, la salvezza è giunta ai pagani. Anzi, la sua caduta ha fatto ricco di Dio l’intero cosmo. All’orizzonte c’è la partecipazione totale di Israele. Cosa sarà mai, allora?



Romani 11,13-24
Israele come popolo “è stato messo da parte”: di qui, paradossalmente, è venuta la “riconciliazione del mondo”. Cosa avverrà quando Israele totale “sarà riammesso”? Sarà il passaggio dalla morte alla vita. Come dire, Israele avrà la vita vera e definitiva!
Infatti Israele è “primizia santa” o “radice santa”. Non è stata tagliata la radice, ma soltanto alcuni rami. Sulla radice, poi, è stato innestato olivo selvatico (i pagani).
Perché i rami sono stati tagliati? Per mancanza di fede in Cristo. E perché l’olivo selvatico è stato innestato? Grazie alla fede in Cristo. Tu, pagano, non insuperbirti!
Dio è stato giusto o severo verso Israele che non ha creduto. E’ stato buono con te, pagano, che hai creduto. Resta dunque fedele alla bontà di Dio.
Se “i rami caduti” non persevereranno nell’incredulità, saranno nuovamente innestati nella radice santa, cui appartengono “per natura”. Quindi, saranno salvati.
I pagani convertiti non debbono essere orgogliosi e disprezzare Israele.



Romani 11,25-36
L’ostinazione di una parte (alcuni rami) di Israele è temporanea: è in atto “fino a quando non saranno entrate tutte le genti” (senso globale e non quantitativo). Allora “tutto Israele sarà salvato”.
Questo può essere affermato in virtù della scelta di Dio e del suo amore per il popolo. Infatti “ i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili”.
E’ precisamente questo “il mistero” che Paolo svela: un tempo i pagani erano disobbedienti e Dio ha avuto misericordia di loro a motivo della disobbedienza di Israele; ora Israele è diventato disobbediente a motivo della misericordia verso i pagani, ma riceverà anch’esso misericordia.
Dunque, “Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti”.
Cosa può fare l’uomo? Riconoscere che i modi di agire di Dio (giudizi e vie) sono per lui insondabili e inaccessibili. Riconoscere nello stesso tempo che i disegni di Dio portano alla salvezza di ogni uomo, in Cristo.
Cosa fare, se non lodare Dio?



Romani 12,1-8
Paolo dà inizio a una lunga “esortazione”, da intendersi come un “richiamo al pratico”. Un richiamo, che è forte, o meglio, che si fonda sulla energia dello Spirito Santo che è stato donato.
Il cristiano, liberato dal peccato, è esortato a celebrare un culto vero: offerta di se stesso a Dio.
Come? Nel rinnovamento della mente (e quindi della prassi) per fare la volontà di Dio.
Il primo richiamo concreto è alla vita della comunità. Essa forma un “solo corpo in Cristo”, e ciascuno, per la sua parte, è membro/parte degli altri.
Tradotto, significa che abbiamo doni diversi. Non però secondo le nostre attitudini, ma “secondo la grazia data a ciascuno”.
I doni di Dio sono la profezia, il servizio, l’insegnamento, l’esortazione, il donare, il presiedere, l’essere misericordiosi con gioia.



Romani 12,9-21
Centro di tutta l’esortazione è la carità. Essa deve essere semplice e vera (“non ipocrita”). Per esplicitare questo, l’apostolo sviluppa un cammino.
Il cammino inizia da una decisione forte: “detestare il male e aderire al bene”. Termina, poi, con una decisione altrettanto forte: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene”.
In mezzo sta l’esercizio concreto della carità, esercizio che tocca tutte le situazioni di vita: affetto fraterno, stima, letizia, costanza, preghiera, accoglienza di chi è nel bisogno, umiltà, perdono e pace con tutti.
E’ questo il vero modo di “servire il Signore”, ovvero di essere cristiani. E’ questo, anche, il vero “sacrificio” che a Dio piace.



Romani 13,1-7
C’è un “ordine” nel mondo che va rispettato. Questo “ordine” può essere anche molto … disordinato, ma va rispettato secondo una norma classica, e che suona così: “Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite”.
Il cristiano, pur riconoscendo che nel mondo è giunto “in Cristo” ben altro ordine, accetta questa norma universale e si impegna a fare “ciò che è buono”. Non si tratta del “buono” in assoluto (il bene in assoluto è Cristo stesso e il suo vangelo) ma del buono stabilito dalle autorità. Noi diremmo che si tratta di rispettare le leggi.
In più, il cristiano aggiunge una motivazione interiore o “ragione di coscienza”. Per questo darà all’autorità ciò che le è dovuto: tasse, imposte, timore, onore …



Romani 13,8-14
Il debito delle tasse va e deve essere pagato, ma il debito dell’amore vicendevole non potrà mai essere pagato! Il cristiano è sempre in debito verso gli altri membri della comunità, poiché essi sono parte del suo corpo.
L’amore è pienezza della Legge, vale a dire che la Legge è compiuta quando i membri della comunità si amano.
Con Cristo è iniziato un “momento” nuovo: momento di luce, perché “il giorno” è arrivato. La notte è passata: bisogna svegliarsi e vestirsi! Vestirsi di Cristo e svestirsi delle opere delle tenebre.
Tali opere si manifestano in una vita fatta di piacere egoistico, di sesso senza limiti, di orgoglio prepotente.



Romani 14,1-13
La fede in Cristo Signore crea dei cammini di crescita: c’è chi è più forte e c’è chi è più debole. Nella vita quotidiana, uno crede che Cristo lo abbia liberato dall’osservanza di pratiche come astenersi da cibi o celebrazione di giorni (e disprezza chi non si comporta così); mentre un altro crede di dover sottostare alle stesse pratiche dando loro ancora un valore (e giudica chi non si comporta così). L’importante è agire “in buona fede”, con una convinzione interiore certa.
Dio ha accolto gli uni e gli altri, cioè ha introdotto gli uni e gli altri nella salvezza. Sono tutti “del Signore” e vivono “nel Signore”.
Cibo, giorni … ma nemmeno vita e morte creano dissociazione dal Signore. Chi vive, vive per il Signore; chi muore, muore per il Signore. Egli, che è morto ed è risorto, tiene tutti uniti a lui!
“D’ora in poi non giudichiamoci più gli uni gli altri”. Piuttosto “ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio”.



Romani 14,14-23
“Nulla è impuro per se stesso”. Cioè, nulla di per sé ti separa da Dio e dalla comunità. Soltanto il peccato ha questo potere! Non sono un cibo, una festa, una qualsiasi pratica che ti introducono o ti escludono dal regno di Dio. Il regno di Dio infatti è “giustizia, pace e gioia nello Spirito”.
Guardati, dice l’apostolo, di non scandalizzare, di non far cadere un cristiano a motivo di una tua scelta soggettiva. Ricordati che Cristo è morto per lui! E tu lo vorresti portare alla perdizione?
Cos’è che conta, allora? Conta “comportarsi secondo la carità”. Conta “cercare ciò che porta alla pace e alla edificazione vicendevole”.
Conclusione pratica: non bisogna fare alcuna cosa che scandalizzi il tuo fratello. Che è come dire: abbi a cuore la sua salvezza e non le tue opinioni personali.



Romani 15,1-13
Chi è “forte” deve portare l’infermità di chi è “debole”, secondo questa esortazione: “Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo”. L’intento è quello di “edificare”, cioè di costruire il fratello nella comunità, non quello di distruggere.
L’esempio viene da Cristo e dalle parole della Scrittura. Dal senso profondo delle Scritture nasce questa istruzione: “avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti di Cristo”. Cristo infatti “non cercò di piacere a se stesso”, ma si è fatto servo di tutti: ebrei e pagani.
Nuova conclusione: “Accoglietevi gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi”.
Nuova esortazione: “Il Dio della speranza vi riempia, nel credere, di ogni gioia e pace”, perché rendiate gloria a lui “con un solo animo e una voce sola”.



Romani 15,14-32
La comunità di Roma è capace da sola di percorrere le vie della correzione reciproca, ma l’apostolo si è sentito in dovere di scrivere. Perché?
Perché da Cristo è stato investito di un servizio sacro: annunciare il vangelo ai popoli, sicché diventino “un’offerta gradita, santificata dallo Spirito”.
Tale servizio Paolo lo ha adempiuto, con la grazia di Cristo, da Gerusalemme all’Illiria (tutto il mondo a est di Roma). Ora ha il desiderio di andare fino in Spagna. Roma sarà soltanto un transito, per avere “riposo in mezzo a voi”.
Intanto, l’apostolo chiede di “lottare assieme a lui nelle preghiere” perché sta andando a Gerusalemme a portare le “offerte” della Macedonia e della Grecia. Queste chiese sentono il dovere di aiutare (compiere un servizio sacro) i poveri tra i santi di Gerusalemme, per il fatto che da Gerusalemme hanno ricevuto il vangelo, il vero bene spirituale. Vivono la comunione!



Romani 16,1-20
Febe, sorella (cioè cristiana), è al servizio della chiesa di Cencre: ha assistito molti, assistetela ora voi. Aquila e Priscilla sono una coppia che ha dato grande aiuto a Paolo, fino a rischiare la vita per lui. Vengono poi tanti nomi e situazioni.
Alcuni nomi fanno pensare al mondo greco, altri a quello romano, e altri ancora a quello ebraico. Alcuni sembrano personaggi altolocati, altri invece sono schiavi o liberti …
In ogni modo, si ha una immagine impressionante delle diversità della chiesa radunata da una stessa fede nella comunione di Gesù Cristo. In tutto emerge un carattere familiare, a partire dalla “chiesa che si raduna nella casa di …”.
La raccomandazione si fa esortazione o messa in guardia da “coloro che provocano divisioni e ostacoli contro l’insegnamento che avete appreso”. Ma voi, resistete! “La vostra (fama della) obbedienza è giunta a tutti”.



Romani 16,21-27
Terzo, che ha scritto la lunga lettera, saluta le piccole comunità di Roma. Gaio, che ospita lo scrittore e la chiesa, saluta i fratelli.
Infine, ecco la sintesi del vangelo di Paolo.
Il vangelo è l’annuncio di Gesù Cristo. Egli era “mistero avvolto nel silenzio per secoli eterni”. “Manifestato mediante le scritture dei Profeti”, per ordine dell’eterno Dio ora è “annunciato a tutte le genti perché giungano all’obbedienza della fede”. La fede, intesa come ascolto del vangelo, è la via della salvezza per tutto il mondo.
Poiché Dio è il solo sapiente, il solo che ha il potere di confermare nel vangelo, a lui va la gloria per mezzo di Gesù Cristo. Amen.



Deuteronomio 1,1-18
Il Deuteronomio è il libro che contiene “le parole dette da Mosè nel deserto”, parole che Dio aveva comandato. Parole di Mosé, ma … “parole di Dio”.
Con un accento particolare, però: le parole di Mosè sono una spiegazione o un approfondimento, quasi uno “scavo” della legge. Il Deuteronomio appare così come una grande “istruzione”, che ha le sue radici negli eventi compiuti da Dio, e che vuole dare origine a una generazione nuova. Infatti la grande istruzione viene data nel “quarantesimo anno” dall’uscita dall’Egitto.
Risuona subito la parola detta da Dio all’Oreb (Sinai): “Ecco, io ho posto davanti a voi (“ho dato!”) la Terra. Entrate e prendete possesso della Terra (“ereditatela!”): il Signore l’aveva giurato ai vostri padri”.
Non sarà Mosè da solo a portare il peso del popolo: uomini sapienti saranno costituiti “capi”. Avranno il compito di “giudicare”, vale a dire di applicare la legge ai casi concreti della vita di Israele.
Infatti, il cuore di Israele è la legge: tutti vivono di essa, a partire dai giudici.



Deuteronomio 1,19-33
Israele si trova di fronte alla “montagna degli Amorrei”, cioè alla Terra di Canaan.
E’ la Terra che il Signore “ha già consegnato” a Israele. Al popolo spetta soltanto di “entrare e prenderne possesso”. Non deve temere e non si deve scoraggiare!
Qui incominciano (proseguono!) le ribellioni. Il popolo vuole prima vedere, “esplorare” la Terra. Dal resoconto risulta che la parola di Dio era vera. Affermano infatti: “Buona è la Terra che il Signore, nostro Dio, sta per darci”.
Insinuano però che la Terra è abitata da “giganti” ed è difesa dagli dei (“mura fino al cielo”). Conclusione: “Il Signore ci odia … e ci farà distruggere dai nemici!”.
Non sarà così. Non tanto per la forza di Israele, quanto per l’opera di Dio. Egli infatti “combatterà per voi!”. Farà quello che ha sempre fatto: vi porterà “come un uomo porta il proprio figlio”.
Riconoscete come siete arrivati fin qui!
Ma il popolo non ebbe fiducia nel Signore.



Deuteronomio 1,34-46
La generazione malvagia, che non ha avuto fiducia in Dio “non vedrà la buona terra”. Soltanto “un resto” la vedrà: Caleb, perché ha seguito fedelmente il Signore e Giosuè che sta al servizio di Mosè. Mosè stesso non entrerà nella terra, a causa delle infedeltà del popolo.
Anche i bambini fanno parte del “resto” che entrerà nella terra: essi che ”non conoscono il bene e il male”, cioè che non hanno disobbedito al Signore (come già fede Adamo). Allora, viene comandato a tutta la generazione di “tornare indietro” e camminare verso il deserto.
Nemmeno a questo ordine di Mosè essa è obbediente. Vuole “salire” a tutti i costi! La terra, però, non è data ai presuntuosi, ma ai miti.
Israele fu sconfitto dagli Amorrei, perché “Dio non era in mezzo a Israele”.



Deuteronomio 2,1-25
Nonostante il peccato di Israele, peccato di sfiducia, Dio assiste il suo popolo per gli anni in cui dimora nel deserto: lo benedice e non gli fa mancare nulla.
Poi comanda nuovamente di entrare nella terra, per una via nuova, la più lunga, ia sulla quale incontrerà tre popoli “fratelli”: Edomiti discendenti di Esaù, Moabiti e Ammoniti discendenti di Lot nipote di Abramo. Non li dovrà distruggere, perché è Dio che ha dato loro quella terra. Per loro ha distrutto “popoli grandi e numerosi”. Come ha fatto con Edom, Moab e Ammon, così Dio farà con Israele.
“Da oggi (giorno in cui Dio parla attraverso Mosè) comincerò a incutere paura e terrore di te nei popoli che sono sotto tutti i cieli”.
Si comprende bene, già da ora, che tutta l’operazione bellica è guidata “direttamente” dal Signore e non da Israele. Israele deve soltanto obbedire!
Intanto, secondo la parola del Signore, muore tutta la generazione dei combattenti presuntuosi.



Deuteronomio 2,26-3,11
C’è una prima operazione del Signore, operazione che diventa simbolo o modello di tutte le altre (vedi 3,21).
Sicon e Og sono re di due regni idolatri. Essi e la loro gente non potranno mai, restando nella idolatria, convivere con Israele. Di questo, Israele nei secoli successivi avrebbe fatto esperienza concreta a scapito … della propria fede!
E allora Dio “comanda” lo sterminio di tutti gli esseri umani! Non è una esortazione crudele a uccidere, ma l’annuncio e quindi il comando (per chi legge il testo “oggi”) a non abbandonare la propria vita di fede, a scongiurare ogni deviazione che porti alla idolatria. Il “lettore” di allora e ancor più quello di oggi, capiva e capisce bene che questo è il senso ultimo e vero del racconto.
In realtà, questi due popoli si erano rifiutati di “lasciare passare” Israele verso la Terra. Cioè, avevano ostacolato violentemente il disegno di Dio e si erano opposti alla sua volontà. Hanno dunque scelto … la morte!



Deuteronomio 3,12-29
Israele ha preso possesso della terra “oltre il Giordano”, terra data alla tribù di Ruben, Gad e metà di quella di Manasse. Ma “il dono” o la eredità deve estendersi principalmente alla “terra di Canaan”.
Pertanto, coloro che già possiedono una “dimora tranquilla” lasceranno mogli e figli e andranno ad aiutare i propri fratelli, finché anch’essi non avranno preso possesso del “dono”.
Quanto il Signore ha fatto coi due regni “oltre il Giordano”, farà anche coi tutti gli altri popoli. Dunque, non bisogna temerli, “perché il Signore, vostro Dio, combatterà per voi”.
Mosè non poté entrare nella terra, a causa del peccato di Israele. Tuttavia la ricevette ugualmente, nella fede, nella speranza … appunto “nella visione”.
Infatti, il Signore gli concesse di “volgere lo sguardo a occidente, a settentrione, a mezzogiorno e a oriente”. Poi gli disse: “Guarda con i tuoi occhi”. Vale a dire: “Possiedi la terra! Te l’ho mostrata e quindi te l’ho … data!”
Sarà Giosuè, servo di Mosè, a guidare il popolo nell’entrata.



Deuteronomio 4,1-20
Israele è il popolo chiamato ad ascoltare le leggi e le norme che Mosè insegna. L’ascolto delle leggi disegna una pratica, e la pratica disegna un cammino che conduce nella terra.
La fedeltà alle leggi, che è fedeltà al Signore stesso, dona di “essere vivi … tutti voi, oggi”. Dona anche la saggezza e l’intelligenza. Anzi, l’obbedienza alle leggi, “oggi”, è essa stessa la sapienza di questo popolo di fronte agli altri popoli.
Attenzione, però, a non dimenticare le parole di Dio! Esse, se sono osservate, costruiscono l’alleanza tra Dio e il popolo: alleanza fondata sulla “voce” esplicitata nelle “dieci parole”, e non su immagini o figure.
Attenti a non andare dietro a immagini, facendone idoli da servire. Attenti a non servire il sole, la luna, le stelle e tutto l’esercito del cielo. E’ “un altro” che dovete servire, perché voi siete “suoi”: voi siete “il popolo di sua proprietà, oggi”. Popolo riscattato dall’Egitto.



Deuteronomio 4,21-43
Attenti a non dimenticare l’alleanza che il Signore ha stabilito con voi! Attenti, perché il vostro Dio è un Dio geloso!
Se dimenticherete l’alleanza facendovi immagini scolpite di qualunque cosa, se farete il male agli occhi del Signore, allora scomparirete e sarete sterminati (dalla terra). Inizierà per voi il tempo della “tristezza/angustia” in mezzo alle nazioni. “Là servirete a dèi fatti da mano d’uomo”. E’ il massimo di male che possa capitare a Israele!
Ma il tuo Dio è un Dio misericordioso: non ti abbandonerà, non ti distruggerà. Anzi, egli stesso si mostrerà geloso nel mantenere l’alleanza che ha giurato ai padri! E tu, allora, cercherai il Signore, tuo Dio, e lo troverai, se lo cercherai con tutto il cuore e con tutta l’anima.
Ha capito Israele chi è il suo Dio e cosa gli ha fatto? Il Dio d’Israele è un Dio che parla, e con la sua parola fa vivere un popolo. Il Dio d’Israele è un Dio che ama, e per questo sceglie “i padri”, dona loro una discendenza, la libera e la fa entrare nella terra.
Duplice conclusione. Dio è unico! Osserva dunque le sue parole, perché tu possa gustare “il bene” nella terra che ti dà. Tutto quello che ti è chiesto, osservalo … oggi!



Deuteronomio 4,44-5,22
Con questo testo si entra nel cuore del libro.
Tutto Israele dovrà osservare “le istruzioni, le leggi, le norme” date da Mosè. Uno statuto tutto speciale, però, è riservato alle “dieci parole” che fondano l’alleanza tra Dio e il popolo. Parole e alleanza che Dio in persona (faccia a faccia!) pone “oggi” davanti a noi: “A noi che siamo qui oggi tutti vivi”.
L’alleanza è offerta e sussiste da parte di un Dio “che ha fatto uscire Israele dall’Egitto, dalla condizione servile”. Dunque, tutte le parole di Dio e l’alleanza che ne scaturisce sono fondate su un atto d’amore, tradotto concretamente in liberazione dalla schiavitù. Le parole non sono dunque semplici comandi, ma legami d’amore offerti a un popolo libero.
Dio, un Dio geloso, chiede di essere riconosciuto “unico”: non filosoficamente parlando, ma praticamente nel rifiuto dell’adorazione di altri dèi.
L’osservanza del sabato sarà un ricordo che Israele è stato liberato dall’Egitto e che ora non è più schiavo: per questo deve riposare, assieme a tutta la creazione.
Legato al sabato, sta l’onore che viene dato ai genitori: sono essi infatti che hanno trasmesso (con la loro testimonianza) la liberazione dalla schiavitù.
Non si deve intaccare la vita degli altri (uccisione), la vita della famiglia (adulterio), la vita della società (furto e falsa testimonianza). Nemmeno si deve “desiderare”, perché il desiderio è già possesso!
“Queste parole disse il Signore (lui stesso!) a tutta l’assemblea [… ] Non aggiunse altro. Le scrisse (lui stesso!) su due tavole di pietra e me le diede”.



Deuteronomio 5,23-33
Dio ha rivelato “le dieci parole”, cioè l’alleanza col suo popolo. Se il popolo accoglie queste parole, da esse riceverà vita. Ecco la via del vero “timore di Dio”. Fosse sempre così per Israele: esso vivrebbe e sperimenterebbe il vero bene!
Ma se il Signore continuasse a parlare direttamente al popolo, se entrasse lui stesso nei particolari dei “comandi, leggi e norme” che regolano la vita momento per momento, il popolo non potrebbe vivere: non ce la farebbe!
C’è bisogno di un mediatore tra il fuoco divoratore (Dio) e il popolo. Mosè ascolterà da Dio “comandi, leggi e norme”, le riferirà al popolo e le insegnerà.
Il rapporto, dunque, sarà tra Mosè e il popolo. Questo permetterà al popolo di non essere “divorato dal fuoco” ogni volta che non accoglie i comandi.
Tuttavia, il popolo abbia cura di mettere in pratica tutto quello che Dio comanda, tramite la parola di Mosè.



Deuteronomio 6,1-13
Inizia il grande insegnamento di Mosè, mediatore tra Dio e il popolo.
Premessa all’insegnamento è una ripetuta ammonizione ad “ascoltare e mettere in pratica” comandi, leggi e norme che vengono dal Signore. Così facendo, ne viene “il bene” a Israele, che crescerà nella terra.
Punto fondamentale dell’insegnamento di Mosè è questo: il nostro Dio è “il Signore”, egli è “unico”. Proprio per questo lo amerai con tutto te stesso, metterai in pratica i suoi precetti in tutte le situazioni della tua vita, li insegnerai ai tuoi figli.
Una volta entrato nella terra, una volta che avrai conseguito la libertà e la sazietà, guardati dal dimenticare il Signore che ti ha fatto uscire dall’Egitto. “Temi il Signore, tuo Dio e rendi a lui culto”.
Si comprende bene, da questo importantissimo testo, che il timore del Signore ha il suo fondamento nell’amore del Signore, e l’amore del Signore ha la sua espressione concreta nel “timore”, cioè nell’obbedienza ai comandi del Signore.



Deuteronomio 6,14-25
Il primo risvolto del comando “amerai” è “non seguirete altri dèi”. Il Dio che ha scelto Israele è un Dio geloso e, posto accanto o di sotto agli altri dèi, si accenderebbe di “ira” e ti farebbe scomparire dalla terra.
Altro risvolto è “non tenterete il Signore”, cioè non lo provocherete a intervenire come vorreste voi, quasi fosse ai vostri ordini!
Piuttosto “osserverete diligentemente i comandi del Signore, farete ciò che è giusto e buono ai suoi cocchi”. Solo facendo così potrete entrare nella terra.
Ma che significato hanno i comandi del Signore? Non sono frutto del suo arbitrio, ma “ricordano” e quindi sono strettamente legati ai suoi interventi di liberazione. “Eravamo schiavi in Egitto ed egli ci fece uscire con mano potente […] per condurci alla terra”. Pertanto, siamo in vita oggi [noi che leggiamo il testo … “oggi”] se osserviamo i comandi del Signore. “La nostra giustizia consisterà nel mettere in pratica i suoi comandi”.
E’ a questo che vuole condurre la parola di Mosè: ascolto e obbedienza per avere la vita.



Deuteronomio 7,1-26
Lo sterminio dei popoli non è un comando crudele da eseguirsi letteralmente, ma una forte esortazione al popolo (a noi che ascoltiamo “oggi”) ad essere fedeli a Dio, in quanto “tu sei un popolo consacrato al Signore”.
Il Signore si è legato a Israele perché lo ama. E dal momento che lo ama, lo ha liberato dalla schiavitù. Avendolo liberato, gli ha dato un’alleanza. Che Israele mantenga questa alleanza, obbedendo ai comandi! Da parte sua, Dio la manterrà: amerà, moltiplicherà, benedirà il popolo.
Ma, come potrà Israele sterminare questi “sette popoli più grandi e più potenti di te”? Si ricordi, Israele, quello che Dio fece con Faraone! Così farà con questi popoli.
“Ma tu non li potrai distruggere in fretta! E’ una diplomatica ammissione di un insuccesso! Rivela come storicamente Israele è entrato nella terra: non per via di una campagna militare inarrestabile (libro di Giosuè), ma attraverso penetrazioni lente, ambigue, pasticciate e mai definitivamente riuscite (libro dei Giudici). [Il vero adempimento dell’entrata nella terra è … il regno di Cristo]



Deuteronomio 8,1-20
Ecco a cosa mira il comando del Signore: non tanto a sterminare dei popoli, quanto a generare e consolidare l’obbedienza di Israele … “oggi”. La via per mettere in pratica i comandi è innanzitutto “ricordare” le opere di Dio.
Cosa produrrà questo ricordo? Israele dovrà riconoscere (a partire dall’esperienza del deserto e per tutto il suo futuro) che potrà vivere … “soltanto se” accoglierà le parole del Signore. Infatti: “L’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore”.
E così esperimenterà anche che Dio è come un padre che corregge amorevolmente il suo figlio.
Il rischio (reale e conseguito, purtroppo!) è la dimenticanza del Signore, dimenticanza che si traduce nella disobbedienza ai comandi del Signore.
Com’è possibile dimenticare? E’ l’orgoglio che fa dimenticare il Signore. Israele dirà: Sono io (non Dio) ad aver ottenuto tutto questo bene! “La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze”.
E’ lo stesso peccato che si ripete: l’uomo si sostituisce a Dio! L’effetto non può che essere la morte!



Deuteronomio 9,1-29
“Non è causa del tua giustizia che il Signore, tuo Dio, ti dà il possesso di questa buona terra; anzi, tu sei un popolo di dura cervice”.
E’ invece a causa del giuramento che il Signore ha fatto ai padri, e a causa anche della malvagità dei “popoli grandi e potenti” che viene data la terra. E’ chiaro da tutto questo che, se Israele sarà malvagio come gli altri popoli, cioè se sarà disobbediente alla parola, subirà la stessa sorte dei popoli distrutti. Così, purtroppo, è sempre stato: “Siete stati ribelli da quando vi ho conosciuto”. Israele, dunque, può entrare nella terra unicamente per due motivi legati assieme: Dio è “Dio che perdona” per l’intercessione di Mosè; Dio mantiene la parola data ai padri, poiché egli è “Dio fedele”.
In definitiva, Dio ricorda perennemente che questo popolo “di dura cervice” è tuttavia “il suo popolo che egli ha fatto uscire dall’Egitto”.



Deuteronomio 10,1-22
Si compie un’alleanza tra Dio e il popolo, un’alleanza simile alla prima, quella subito infranta da Israele. La mediazione di Mosè appare più evidente. E’ Dio che scrive le “dieci parole” come le prime, ma è Mosè che “taglia le due tavole”. Il tutto, poi, “è consegnato a Mosè”. Egli pone le parole in una cassa, nell’arca detta dell’alleanza. Arca che è “portata” dai figli di Levi, i sacerdoti. La classe sacerdotale, dunque, assume un ruolo guida nella vita di Israele.
Le parole “erano o stavano là”, commenta l’autore. Quasi a dire che quelle parole erano sicure e stabili (come in una cassa!), ma non sarebbero state attuate da Israele (appunto rimasero in una cassa!).
Comprendiamo meglio, ora, come l’esortazione all’osservanza delle parole si faccia ogni momento più insistente. Cosa chiede il Signore? Chiede di avere quel timore che consiste nel camminare per le sue vie, l’amore e il servizio con tutto il cuore. Il Signore chiede di “circoncidere il cuore ostinato”, cioè di obbedire. Indica anche un modo concreto per mostrare l’obbedienza: amare il forestiero. E’ così che si dimostra di temere Dio, di servirlo e di restargli fedele.



Deuteronomio 11,1-17
Amare il Signore è osservare quanto egli dice.
L’osservanza è richiesta anzitutto a quanti “hanno visto le grandi cose che il Signore ha operato”, che sono la vittoria su Faraone, il passaggio del Mare, le tappe del deserto e la punizione dei ribelli.
L’osservanza delle leggi da parte di chi “ha visto le opere di Dio” diventa fondamento dell’osservanza da parte dei figli che non hanno visto. Così, l’osservanza si trasmette da “oggi” (testimoni oculari) a “oggi” (figli che non hanno visto).
Il rapporto di Dio con la terra è legato al rapporto di Dio con l’uomo che abita la terra, con Israele. Se Israele ama e serve il Signore, questi rende feconda la terra.
Attenti a non lasciarsi sedurre, servendo altri dèi! L’esito sarebbe (e di fatto è stato!) “la scomparsa dalla buona terra”.



Deuteronomio 11,18-32
Termina, con questo capitolo, la grande ammonizione di Mosè. Cosa chiede?
Le parole del Signore vanno osservate, a partire dal cuore e dall’anima; vanno osservate in tutti gli ambiti concreti della vita (casa e fuori); e vanno insegnate … “oggi”, proprio come sta facendo Mosè … “oggi”!
L’osservanza, poi, si compie nell’amore del Signore. L’amore è camminare nelle sue vie. Tutto ciò “tiene unito a lui”, come in un rapporto sponsale.
Ratifica dell’alleanza con l’affermazione della clausola finale: se Israele obbedisce avrà benedizione, se disobbedisce avrà maledizione. “Avrete cura di mettere in pratica tutte le leggi e le norme che io oggi pondo dinanzi a voi”.
I capitoli 12-26 esporranno in lungo e in largo “le leggi e le norme”.



Malachia e Luca
“Ricordate la legge del mio servo Mosè, al quale ordinai sull’Oreb precetti e norme per tutto Israele”.
La Sacra Scrittura antica termina con una ammonizione che riflette lo spirito del Deuteronomio: ricordare, cioè mettere in pratica le parole del Signore trasmesse da Mosè. In questo senso, l’osservanza della legge è la via per la vera conversione.
In realtà la legge non dona la conversione e quindi la salvezza, per il fatto che continuamente è contraddetta dalla vita del popolo.
Bisogna che giunga “l’angelo dell’alleanza”, Gesù Signore. Egli creerà la nuova alleanza.



2 Samuele e Luca
“Una casa farà per te il Signore!”.
Le parole rivolte al re Davide sono accolte, nel mondo, come l’annuncio della nascita di Gesù.
Gesù è la “casa fatta da Dio” … per noi! Tutto il mondo, ora, deve “trovare casa” in lui che accoglie, perdona e salva l’uomo.
Davvero il Signore ha visitato e redento il suo popolo: ha suscitato per noi un Salvatore potente nella casa di Davide.
Ora possiamo e dobbiamo servire Dio in santità e giustizia per tutti i nostri giorni.



Santo Stefano patrono di Bazzano
Santo Stefano invita a vivere il Natale non come festa mondana o momento di evasione, ma come inizio di trasformazione della propria vita con la forza del “figlio che è nato per noi”. Nascere, crescere, parlare, agire, vivere e morire … tutto è compiuto per lui e con lui.


S. Giovanni apostolo
Giovanni illustra il senso vero del Natale.
I pastori accorrono a Betlemme per “vedere il bambino che giace in una mangiatoia”.
Anche Giovanni corre, ma … al sepolcro! Non vede Gesù. E’ scritto però che “vide e credette”.
Il Natale richiama la Pasqua.
I pastori, primi evangelisti, testimoniano la verità della nascita del Salvatore. Giovanni testimonia la risurrezione, e prende per mano tutti coloro che “non hanno visto e hanno creduto”, cioè noi che proviamo “stupore di fronte alle cose dette”.



Deuteronomio 12
Accanto alle “dieci parole” e come applicazione di esse vengono “le leggi e le norme che avrete cura di mettere in pratica”. Esse formano il cosiddetto “codice deuteronomico” (capitoli 12-26). Non siamo più nel genere omiletico della esortazione (cc 1-11), ma in quello delle “leggi e norme”. Per una lettura spirituale e feconda del testo, bisogna muoversi non pensando al “come” mettere in pratica le singole leggi, ma al “cosa” le leggi vogliono dire e significare.
Il mondo pagano ha tanti luoghi di culto. Israele rischia di cadere nell’idolatria. Allora “distruggete” tutti questi luoghi! Cosa significa “distruggere”?
Smettete di decidere e fare quello che “è bene ai vostri occhi”, ma fate quello che “è bene agli occhi del Signore”. Tradotto, significa ancora: Non cadete nell’idolatria praticata dagli altri popoli, celebrate il culto in un unico luogo, quello che il Signore avrà scelto. E celebrate “dove e come” ha stabilito il Signore, e non voi!
Celebrare il culto in un solo luogo equivale ad affermare che il Signore è “uno”; inoltre sottrae la religione alle influenze e ai costumi pagani. Manifesta anche l’unità del popolo al servizio del Signore.
Conclusione operativa: “Guàrdati bene dal lasciarti ingannare seguendo il loro esempio”.



Deuteronomio 13
Regola fondamentale riguardo a quello che Dio ha detto: “Nulla aggiungere e nulla togliere”.
La cosa peggiore che potrebbe essere “tolta” è la disposizione data di seguire il Dio che ha liberato dalla schiavitù. Altra cosa grave che potrebbe essere “aggiunta” è l’invito a volgersi ad altri dèi.
Fosse anche un profeta, operatore di segni e prodigi, a fare questo … “tu lo metterai a morte”.
Fosse anche uno della tua casa … “tu lo ucciderai”.
Fosse uno o un gruppo che abita nelle tue città … “tu lo voterai allo sterminio”.
Queste norme durissime insegnano a noi “oggi”, non tanto di distruggere uomini o città, ma ad essere fedeli a Dio nel modo più assoluto: a non aggiungere o togliere nulla di quello che Dio già ha detto.



Deuteronomio 14
Altra norma che il Signore dà è l’astenersi dal mangiare animali “impuri”. E’ la legge stessa che dichiara ciò che è puro e ciò che è impuro.
Il principio che sostiene questa legge è l’affermazione che Israele è un “popolo santo per il Signore”, un popolo a lui consacrato. Pertanto non può vivere (di qui anche il mangiare o non mangiare) come gli altri popoli. Attenersi a questa norma è dichiarare e mostrare che si vive sotto il comando di Dio in tutto.
Altra norma ancora è la prelevazione della “decima” di quanto si possiede (animali, generi vari…). Poiché è Dio che benedice coi doni della terra, essi vanno dati a lui. Tradotto, significa che vanno portati ai leviti (sacerdoti) e ai poveri (forestieri).
La benedizione di Dio si deve trasformare in dono ai che è nel bisogno.



Deuteronomio 15
Quando Israele obbedisce fedelmente alla voce del Signore, si attua pienamente “la benedizione”. Si sperimenta allora la gioiosa comunione dei fratelli. E’ scritto infatti: “Non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi” (vedi anche Atti 4,34).
In realtà, Israele è chiamato ad “aprire generosamente la mano al fratello povero e bisognoso” … che non mancherà nella terra! E’ un richiamo fondamentale, mai superato, ad agire con amore in rapporto al povero e al bisognoso: sempre e in tutti i luoghi.
Ci sono poi forme concrete stabilite dalla legge per venire incontro ai poveri. Ogni sette anni (anno sabbatico) si deve ridare il pegno ricevuto da loro e si deve rimandare il fratello che, per debiti, era caduto in schiavitù.
Si ricordi bene, Israele, che è stato schiavo in Egitto!

Attenzione! Il pensiero quotidiano verrà ripreso mercoledì 7 gennaio.



Deuteronomio 16,1-17
Anche e soprattutto la grande festa della Pasqua è legata all’opera che Dio ha compiuta in Egitto. “Per tutto il tempo della tua vita, ti ricorderai il giorno in cui sei uscito dal paese d’Egitto”.
E la Pasqua va celebrata non separatamente, ma in modo unitario “nel luogo che il Signore, tuo Dio, avrà scelto”.
La festa delle settimane (Pentecoste) è momento di gioia per tutti, è la festa in cui il popolo dona generosamente quello che ha ricevuto: i più poveri saranno contenti!
La festa delle Capanne è la festa dell’ultima raccolta: sarai contento tu e tutti i poveri con te.
Tre volte all’anno si doveva salire a Gerusalemme: Pasqua, Pentecoste e Capanne.



Deuteronomio 16,18-17,20
Le leggi saranno fatte osservare da giudici: l’osservanza diventa la vera giustizia e la giustizia diventa la vera vita.
Infatti, per Israele, la vita è la fedeltà alla legge. Là dove ci sia infedeltà, scrupolosamente riscontrata e testimoniata, ci sarà la morte! “Così estirperai il male di mezzo a te”.
Giudice d’appello per le questioni più gravi riguardo all’omicidio, sarà il sacerdote che si trova nella città scelta da Dio (Gerusalemme).
Il re costituito sopra Israele sarà “uno dei tuoi fratelli”. Egli non dovrà seguire una politica di potenza (cavalli!) e non dovrà allontanare il popolo dalla via retta. Anzi, dovrà scrivere “copia di questa legge”, la leggerà tutti i giorni, e così imparerà a temere il Signore.
La sua autorità gli verrà dall’osservare (lui per primo!) la parola del Signore.



Deuteronomio 18
La tribù di Levi non ha un territorio proprio, una “eredità” come le altre tribù. Sua eredità è il Signore. Tradotto, significa che essa vive dei sacrifici offerti al Signore e delle primizie. Così potrà attendere gioiosamente al servizio del Signore.
Due ammonizioni, ancora, molto importanti.
Israele non deve commettere gli abomini delle nazioni scacciate dalla terra; in particolare, l’offerta di sacrifici umani e la sudditanza agli indovini che prevedono il futuro.
No, Israele non ha bisogno di indovini! Dio non gli farà mancare un “profeta” come Mosè. E’ lui che bisogna ascoltare: avrà in bocca le parole del Signore.
E se mai annunciasse cose future? Allora, occorrerà aspettare che si realizzino per sapere se vengono da Dio. Come dire: il profeta non va confuso con gli indovini. Il suo vero compito è portare il popolo a servire l’unico Dio.



Deuteronomio 19
La terra che il Signore dà a Israele non deve essere “profanata” da spargimento di sangue di persona non colpevole. Per questo vengono stabilite tre (o più) città, chiamate “città di rifugio”.
L’israelita che avrà commesso omicidio non premeditato potrà rifugiarsi in una di queste città e avere salva la vita. “Il vendicatore di sangue” non potrà fare nulla contro di lui.
Da dove si evince la non premeditazione? Dal fatto che, nei riguardi del malcapitato, non c’era odio prima. Se però c’è odio, la città di rifugio non salva il colpevole.
La terra può essere “profanata” anche dal fatto che si spostino i confini a scapito del vicino.
Infine, nelle sentenze seguite dai giudici, vale la legge della “proporzionalità”: vita per vita, occhio per occhio …”. Non è ammessa una risposta al male che non abbia precise restrizioni.



Deuteronomio 20
Le disposizioni per la guerra non vanno applicate materialmente; donano piuttosto insegnamenti.
I procedimenti sono piuttosto singolari! Chi guida alla battaglia non è un generale o un re, ma Dio stesso! In che forma?
La solenne ammonizione è del sacerdote: “Il Signore cammina con voi per salvarvi”. Viene poi l’ammonizione degli scribi: “C’è qualcuno che abbia paura? Torni a casa!”
Allora, chi mai resisterà? Chi darà battaglia? Sono gli stessi scribi (!) a costituire i comandanti.
Verso le città “lontane” si intavolerà un primo approccio di pace. Verso le città “vicine”, cioè quelle dentro alla Terra, l’approccio sarà “lo sterminio/anatema”: i popoli residenti nella Terra, convivendo con Israele, lo porterebbero lontano dal Signore.
Il vero insegnamento, dunque, è di essere fedeli al Signore. Per questo motivo Israele non deve mai stabilire alleanze coi “nemici”, con quelli cioè che lo porterebbero lontano da Dio.
Il senso del combattere di Dio a fianco di Israele è che questi si mantenga fedele.



Deuteronomio 21,1-22,12
Varie e di vario tipo sono le leggi di questo tratto.
Quando non si conosce l’autore di un omicidio, la comunità “lava le sue mani” nel corso di un sacrificio a Dio. Dichiara, cioè, la sua innocenza davanti a Dio e chiede che non le sia imputato questo fatto.
Una donna può essere presa come prigioniera e anche venire sposata, ma non potrà essere trattata come merce.
Riguardo ai figli. Il primogenito deve ricevere il doppio, anche se non è il figlio della prediletta. Quanto all’educazione, se i genitori le hanno provate tutte e non ci riescono, deve interessarsene la comunità attraverso gli anziani.
Non ci si deve appropriare dei beni altrui, anzi si deve consegnare al proprietario ogni cosa trovata.
Vengono vietate abitudini che sconvolgono un certo “ordine” voluto da Dio (falsificazione della propria persona, manipolazione nella semina, sventatezza nelle costruzioni …).



Deuteronomio 22,13-23,1
La legge di Mosè custodisce la dignità della famiglia.
Una donna sposata non può essere diffamata da un marito capriccioso. Se la donna è innocente, il marito dovrà pagare un’ammenda; ma se ella ha commesso il male contestato, pagherà lei stessa con la vita.
Male grande è l’adulterio! Tutti e due saranno eliminati!
Nel caso di rapporto di un uomo con una vergine già promessa sposa, se c’è violenza, sarà condannato soltanto l’uomo. Nel caso di rapporto di un uomo con una vergine non fidanzata, egli si terrà la donna per tutta la vita.
Queste norme vogliono difendere, in linea di diritto e di prassi, la donna e la famiglia.

Attenzione! Il breve pensiero quotidiano sarà ripreso sabato 17 gennaio.



Deuteronomio 27
La scrittura delle parole di Dio su pietre e la presenza dell’altare indicano la solennità e la serietà dell’atto che si compie.
“Oggi” Israele è diventato “il popolo del Signore”: “obbedirà alla voce del Signore”, vale a dire “metterà in pratica i suoi comandi”. Maledetto chi non osserverà le parole del Signore.
La maledizione non è la morte fisica o l’accadimento di qualcosa di funesto, ma una situazione esistenziale di allontanamento da Dio (anatèma, in greco) che è assimilabile alla morte.
Israele ne deve essere cosciente. Per questo redige lo scritto e lo “sottoscrive” con un solenne Amen. E’ una vera e propria alleanza!



Deuteronomio 28,1-14
“Se obbedirai fedelmente alla voce del Signore, tuo Dio …”.
Dall’obbedienza, che è “mettere in pratica tutti i comandi del Signore”, viene la benedizione per Israele.
Ma, poiché Israele (e non solo Israele!) non ha obbedito alla voce del Signore, la benedizione suona sempre come “promessa” o come forte “esortazione” ad una rinnovata obbedienza.
Cos’è la benedizione? Non è una formula scaccia guai, ma è “comunione” con Dio. Comunione espressa nei doni semplici e belli che egli fa. Possono riassumersi in una “vita riuscita” o in “beni goduti”, a ogni livello, sia personale che comunitario.
A motivo dell’obbedienza, il Signore renderà Israele “popolo a lui consacrato” e lo farà “guida” di tutti gli altri popoli.



Deuteronomio 28,15-46
Vengono descritte le maledizioni … “quando non obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio”.
In questa situazione “niente potrà fare la tua mano”, cioè la tua forza non varrà a salvarti.
“Nessuno ti salverà” significa che Dio (è lui che salva!) non starà dalla tua parte. E allora tu sperimenterai, assieme a tanti mali, la deportazione.
Fuori dalla Terra (ecco la vera maledizione!) “servirai dèi stranieri, fatti di legno e di pietra”.
E, al tuo ritorno nella Terra, il forestiero in mezzo a te sarà il tuo padrone!
Ciò che resterà sarà la legge del Signore, come “segno e prodigio”. Ma, paradossalmente, la sua presenza provocherà la tua distruzione!



Deuteronomio 28,47-68
Ci sono due possibilità: “Se tu obbedisci fedelmente …” e “se tu non obbedisci alla voce del Signore”. Ma c’è una singolare conclusione che regge la conclusione di questo lungo capitolo: “Poiché non avrai servito il Signore!”.
Di fatto, Israele non servirà e non seguirà il Signore. O meglio, lo servirà con ambiguità, compromessi e infedeltà; non invece “con gioia e di buon cuore in mezzo all’abbondanza di ogni cosa”. Riceverà grandi doni, ma li sciuperà godendoseli come fossero esclusivamente suoi.
Allora la prospettiva reale, e poi realmente accaduta, sarà la deportazione con esilio. Sarà preceduta da un lungo assedio della città di Gerusalemme. Scene orrende si verificheranno.
“La tua vita sarà sospesa davanti a te”, vale a dire che sarai disperso e “perduto tra i popoli”.
L’unica cosa che ti rimarrà (e questo sarà ancora una volta dono del Signore) sarà “un cuore trepidante, languore di occhi e animo sgomento”. Conoscerai, cioè, la tua impotenza e il tuo fallimento!



Deuteronomio 28,69-29,28
Celebrazione dell’alleanza “nella terra di Moab”: non più quella dell’Oreb/Sinai.
C’è, come sempre, una convocazione solenne e una rievocazione delle opere di Dio.
La “novità” di questa celebrazione è che “ora” il Signore dà di “conoscere (e quindi) vedere e udire/accogliere” quanto egli ha fatto. E cosa deve “conoscere” in concreto Israele? Che Dio, nel cammino del deserto, lo ha preservato dalla morte.
L’alleanza è celebrata “oggi” e ha una dimensione universale: tutti e per tutti tempi a venire!
Ma l’alleanza, ancora una volta, non sarà osservata da Israele che “si regolerà secondo l’ostinazione del suo cuore”, e così sperimenterà la solitudine della morte.
Perché tutto questo? Lo chiederanno i vostri figli. “Perché hanno abbandonato l’alleanza del Signore […] e sono andati a servire altri dèi”. E così “sono stati gettati in un’altra terra, come avviene oggi”.
Nella celebrazione di ogni alleanza, però, Dio “rivela” a noi, suoi figli, queste cose occulte, “affinché pratichiamo le parole di questa legge”.



Deuteronomio 30
Ultimo, forte appello!
“Io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male. Oggi, perciò, io ti comando di amare il Signore, tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi […] perché tu viva”. E’ la sintesi della sintesi di tutto il libro.
Il comando del Signore è vicino a Israele, è già donato … perché sia messo in pratica! Ma qual è il contenuto del comando? Amare il Signore, camminare per le sue vie, osservare i suoi comandi … per avere la vita.
Di fatto, Israele non ha obbedito al Signore. E, allora, ecco l’ultima parola: “Il Signore circonciderà il tuo cuore e il cuore della tua discendenza, perché tu possa amare il Signore, tuo Dio”.
Il compendio del Deuteronomio si apre all’attesa di un intervento di Dio, che cambi radicalmente l’uomo per renderlo capace di amore/obbedienza.
[Questo intervento si realizzerà pienamente in Cristo Gesù. Vedi Romani 10,5-13]



Deuteronomio 31,1-18
Il giorno della morte di Mosè è vicina!
Sarà Giosuè a condurre Israele oltre il Giordano, dentro la Terra che Dio ha data. Mosè, dunque, chiamò Giosuè e gli disse: “Il Signore camminerà davanti a te. Egli sarà con te”.
Mosè “scrisse questa legge”. Nasce dunque “il libro”. Mosè “diede questa legge ai sacerdoti […] e a tutti gli anziani”. Nasce “la tradizione”, cioè il compito per i sacerdoti e gli anziani di “leggere” le parole di Dio a tutto il popolo: uomini, donne, bambini, forestieri … “perché ascoltino, imparino a temere il Signore”.
In questo modo si perpetua il ministero di Mosè!



Deuteronomio 31,19-30
La prospettiva (la certezza!) è che Israele “si leverà per prostituirsi con dèi stranieri […] Mi abbandonerà e infrangerà l’alleanza che io ho stabilito con lui”.
Allora Mosè comandò di “scrivere questo cantico”, di insegnarlo e di recitarlo: esso sarà “testimonianza di Dio”: testimonianza di quello che Dio ha fatto e, per conseguenza, di quello che il popolo non ha fatto (la sua infedeltà).
Israele, nel corso della sua storia di infedeltà, “non dovrà dimenticare”. Il cantico insegnato da Mosè avrà questo compito. A Giosuè, Mosè comanda di essere “forte e coraggioso”.
Oltre al cantico, Mosè “scrisse su un libro tutte le parole di questa legge” e comandò di prendere il libro e di porlo a fianco dell’arca dell’alleanza.
Il libro, in una qualche modo, prolungherà la “presenza testimoniale” di Mosè in mezzo a un popolo che si dimostrerà ribelle al Signore.



Deuteronomio 32,1-27
“Cielo e terra” sono chiamati ad ascoltare la proclamazione del Nome del Signore, vale a dire quello che il Signore è, e quello che il Signore ha fatto.
Chi è Dio? E’ Roccia, cioè Fedeltà e Sicurezza. Chi è Israele? E’ un figlio che si è pervertito con opere cattive. Dio invece è Padre: “Egli ti ha creato e ti ha costituito” come popolo.
Ogni popolo è andato per la sua strada, mentre Israele è porzione del Signore, è sua eredità.
Per questo suo popolo, il Signore ha compiuto opere di bontà: gli ha dato ciò che è necessario per vivere, lo ha protetto, lo ha educato, lo ha custodito “come la pupilla del suo occhio”, lo ha sollevato sulle sue ali e lo ha portato nella Terra. Ma Israele “ha dimenticato il Dio che lo ha creato e allevato”. E’ andato dietro a dèi stranieri!
Conclusione: “E’ una generazione perfida, sono figli infedeli”. Finiranno “in mano ai loro avversari”, ma non per la forza di questi ultimi. Tutt’altro! “E’ il Signore che ha operato tutto questo”.



Deuteronomio 32,28-44
La storia conosce l’infedeltà d’Israele. E’ a motivo di questa infedeltà che Dio consegna il popolo ai suoi nemici. Ma la storia conosce anche “l’arroganza del nemico”. Come può il nemico pensare: Ho vinto con la mia forza! E’ insensato!
In realtà è Dio, la Roccia, che ha venduto Israele! E sarà Dio che farà giustizia al suo popolo, castigando i nemici. Ma i popoli hanno i loro dèi! Certo, ma apparirà chiaro che i loro dèi non sono Roccia.
Quale lezione trarre per il popolo d’Israele? Tutto è in mano a Dio, perché egli è Unico. Egli dà morte e vita, ferita e guarigione (antitesi che significano “tutto”). Sì, egli è Unico!
Dunque, il Signore opererà un grande intervento, “vendicherà il sangue dei suoi servi”. Per puro amore, il Signore si mostrerà Redentore/Salvatore del suo popolo. Salverà col perdono (kippur).
Se i popoli “applaudiranno” all’intervento di Dio a favore del suo popolo, pure essi saranno salvati.



Deuteronomio 32,45-52
Mosè finisce di parlare, ma … non finisce!
Volgete il vostro cuore, fate attenzione a tutte le parole che io oggi uso come testimonianza contro di voi. Insegnatele ai figli, perché cerchino di eseguire tutte le parole di questa legge.
La parola infatti non è “vuota”, anzi è “la vostra vita”. Permanendo nell’obbedienza di essa “passerete lunghi giorni nella Terra”.
A Mosè vengono dati dei comandi. Egli per primo deve obbedire al Signore!
“Sali” sul monte Nebo; “vedi” la Terra di Canaan; “muori” sul monte; “unisciti al tuo popolo”, quel popolo che è morto per le sue infedeltà!
Mosè è unito al suo popolo infedele. Quindi, dice il Signore, vedrai la Terra “di fronte a te”, ma “là” tu non vi entrerai!



Deuteronomio 33,1-29
Mosè “benedice” gli Israeliti prima di morire. In questo modo egli vuole significare che sarà presente in modo benefico nella loro storia.
Il Signore che guida Israele è il Signore che si è rivelato al Sinai, quindi il Signore che ha donato la legge, vera “eredità” per le assemblee di Giacobbe. E’ “la legge” dunque che renderà presente “Mosè” nella storia degli Israeliti.
Ruben vive. Giuda vince. Levi custodisce l’alleanza, insegna la legge a Israele e offre sacrifici a Dio. Beniamino è il “prediletto del Signore”. Giuseppe (al centro della Terra) ha il favore di Dio e prospera. Zabulon (costa mediterranea) gode dei traffici dei mari e del commercio. Gad, che vive “oltre il Giordano”, si espande. Dan è una tribù di confine (Nord) che deve lottare. Neftali sperimenta fruttuosi traffici nel mare (Genezaret) e verso il meridione. Aser prospera molto, ma deve difendersi dagli invasori del Nord.
Commento finale. Nessuno è pari a Dio, il Benedetto per sempre! Egli è rifugio per Israele, egli è vittoria, egli è pace, egli è abbondanza, egli infine è salvezza.
“Te beato, Israele! Chi è come te, popolo salvato dal Signore?”



Deuteronomio 34
Siamo alle ultime “obbedienze” di Mosè, obbedienze che segnano un grande insegnamento per Israele che vivrà dopo di lui.
Dio gli aveva detto di “salire sul monte Nebo”. [La salita al Nebo non è la salita nella Terra!]. Mosè sale in obbedienza alla parola del Signore.
Allora, il Signore “mostra a lui tutta la Terra” e gliela fa “vedere”. Sono gesti che significano “promessa di possesso”, ma non ancora “possesso reale”. Infatti, Dio dice: “Tu non vi entrerai”.
Mosè morì in obbedienza, “secondo l’ordine del Signore”. Dio stesso lo seppellì e lo mise accanto a sé, impedendo alla discendenza di “visitare/possedere” il suo sepolcro e la sua memoria.
Dopo Mosè … nessuno come Mosè! Dopo Mosè, tutta la rivelazione deve passare attraverso colui che il Signore “conosceva faccia a faccia”.
Per noi, questo significa che tutto deve passare attraverso l’esperienza della liberazione dalla schiavitù d’Egitto e l’esperienza del dono delle parole di Dio.
Vogliamo comunque concludere con le parole del vangelo di Giovanni: “La legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (1,17).



Presentazione del Signore
Festa della venuta del Signore e del suo incontro con l’umanità.
Dio viene nella povertà, assumendo la condizione umana: obbedienza alla legge e alla morte!
Gesù è “il primogenito” che ricorda la liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Primogenito che diviene anche “sacerdote”, perfetto mediatore con il dono della sua vita.
In Maria, madre di Gesù, vediamo “la passione” dell’obbedienza e dell’accoglienza. Una spada trafigge la sua anima e l’anima di tutti coloro che accoglieranno Cristo che vive il sacerdozio nella sua passione e morte.



Seconda lettera di Pietro 1,1-11
Più che di una lettera, si tratta di un’esortazione rivolta a tutti coloro che hanno la fede.
La fede è quel bene prezioso che abbiamo ricevuto grazie alla giustizia del “nostro Dio e salvatore Gesù Cristo”. Dio stesso ci ha chiamati perché “lo conosciamo”. La conoscenza poi, per mezzo della potenza di Dio, si approfondisce continuamente in una vita vissuta santamente: vita che è “partecipazione alla natura di Dio”. Dio aveva promesso proprio questo nelle Scritture!
Promessa, dono di Dio! Ma anche impegno da parte di chi ha la fede. C’è un “cammino impegnato” che porta dalla fede all’amore. In mezzo ci sta la fatica dell’obbedienza al Signore, in un crescendo organico e solido. Il tutto può definirsi come “conoscenza del Signore nostro Gesù Cristo”.
Chi cammina nei doni ricevuti entrerà nel regno. Chi dimentica i doni ricevuti o la chiamata di Dio si espone al pericolo, come un cieco.



2 Pietro 1,12-21
L’apostolo ritiene giusto rammentare sempre queste cose, che cioè la fede è operosa nell’amore fraterno vissuto nell’amore di Dio (5-7).
[Lo stile d’addio dell’apostolo è simile a quello di Mosè in Deuteronomio]
Lo scritto, come ogni Scrittura santa, ha il compito di “tenere desti” col ricordo dell’opera di Dio.
Quest’opera si è manifestata “nella potenza e nella venuta del Signore nostro Gesù Cristo”.
Gesù Cristo non è un mito o una favola. E’ invece il Figlio di Dio, l’Amato, annunciato da Dio Padre “sul monte” e dalla parola dei profeti: parola che è “lampada che brilla in un luogo oscuro”.
Tale parola è “mossa dallo Spirito”, e volge ad un “fine”.
Ora, con l’annuncio dell’apostolo che ha fatto esperienza della ”voce del Padre”, Gesù Cristo diviene “il giorno” che allontana ogni oscurità. Diviene “la stella del mattino” che sorge nel cuore dei credenti in lui. E così la Scrittura profetica ha il suo definitivo compimento, sfuggendo a “privata spiegazione”.
Sia, dunque, potente in voi Gesù Cristo e vi conduca alla “partecipazione della natura divina”.



2 Pietro 2,1-10a
Ci sono uomini che hanno parlato da parte di Dio “mossi dallo Spirito Santo”, ma ci sono anche “falsi profeti tra il popolo” che rinnegano il Signore. Essi introducono fazioni (eresie) che portano alla rovina, loro e quanti li seguono. Non sono i primi a sperimentare la perdizione.
Prima di loro furono precipitati negli inferi “gli angeli che avevano peccato”; ugualmente “il mondo antico” (prima del diluvio) e le città di Sodoma e Gomorra.
Dio salvò invece Noè e altre sette persone. Salvò Lot che aveva rifiutato di vivere secondo la condotta immorale dei suoi concittadini.
“Il Signore, dunque, sa liberare dalla prova che gli è devoto”.



2 Pietro 2,10b-22
I falsi maestri “bestemmiano gli esseri gloriosi decaduti”. Sanno bene che gli angeli decaduti sono stati condannati per il pervertimento delle loro opere. Ma questi falsi maestri, pur facendo le stesse cose, si ritengono superiori agli angeli, e quindi ritengono di non dover sottostare al giusto giudizio di Dio.
Sono rimproverati, più che per le posizioni dottrinali, per la loro condotta immorale. O meglio, la loro posizione dottrinale serve da “seduzione” per lasciare spazio ad una vita senza regole, fatta di libertà sfrenata.
La cosa peggiore è che avevano “conosciuto il Signore e Salvatore Gesù Cristo”, avevano “conosciuto la via della giustizia” e gustato la libertà vera, erano sfuggiti alla corruzione del mondo. Sono invece ritornati in stato di impurità (cane e maiale) e di peccato! Se rimangono così, sono perduti per sempre.



2 Pietro 3,1-10
Compito della “lettera” è di “ridestare in voi il giusto modo di pensare”.
Esso è alimentato dal ricordo delle parole dei profeti (Scrittura) e da ricordo del “precetto del Signore e salvatore, che gli apostoli vi hanno trasmesso”. Il precetto del Signore è quello di “vigilare” negli ultimi tempi.
I falsi maestri mettono in discussione la parola del Signore. Secondo loro non si sarebbe realizzata. “Tutto come dal principio” dicono. Debbono sapere invece che la parola di Dio è sempre all’opera. Attende soltanto … che tutti si convertano! Infatti, il Signore è longanime e “non vuole che alcuno si perda”.



2 Pt 3,11-18
La venuta del Signore non va temuta, negata, ridicolizzata …, ma va “affrettata”! Come?
Con una vita “santa”, con una condotta che piace a Dio, con l’essere “senza colpa e senza macchia”, vale a dire, offrendo se stessi a Dio come il vero sacrificio.
L’attesa di fede non deve trasformarsi in pigro far niente, ma in tempo di forte impegno per vivere nella giustizia. Dove c’è la giustizia, già sono presenti “i nuovi cieli e una nuova terra”.
E’ questo che ha detto anche l’apostolo Paolo nelle sue lettere: lettere che vanno accolte come “le altre Scritture”. Non sono quindi da travisare come fanno “gli ignoranti e gli incerti”.
L’apostolo conclude: “State attenti a non venir meno nella vostra fermezza […] Crescete nella grazia e nella conoscenza del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo”.



Ester 1,1a-1r
Il libro di Ester si presenta come un dramma. Suo intendimento è istruire ed edificare il lettore attraverso la narrazione di un evento riccamente amplificato.
[Noi seguiremo il testo greco, come fa la traduzione recente della CEI]
Il dramma si svolge alla corte persiana (sec. V-IV a.C.). I personaggi sono: Mardocheo, un giudeo della diaspora, che occupa un posto influente alla corte persiana; Aman, potente servo del re persiano e nemico dei giudei; Artaserse, il re persiano; Ester, una giovane giudea divenuta regina; infine, c’è “la nazione dei giusti”, cioè il popolo dei giudei.
Mardocheo, il giudeo, ha un sogno. Vede la lotta di due enormi draghi. Vede le nazioni coalizzarsi contro il popolo giudaico. Ma questo popolo “grida”, e dal suo grido “come da una piccola fonte, sorge un grande fiume”. Appare la luce e il sole: “gli umili furono esaltati e divorarono i superbi”.
Il dramma descritto nel libro altro non fa che “narrare” il realizzarsi di questo sogno.
Tutto prende avvio da una congiura sventata da Mardocheo. Il fatto viene redatto e conservato negli archivi di corte. Appare subito il personaggio “cattivo”: Aman. Egli “cerca di fare del male a Mardocheo e al suo popolo”.



Ester 1,1-22
La costruzione del dramma parte da lontano, dalla detronizzazione della regina Vasti.
Il re Artaserse, al culmine della sua potenza e della sua tronfia ostentazione - ma è ubriaco! – riceve un rifiuto da parte della regina Vasti, che non vuole essere considerata come uno dei tanti “oggetti preziosi” in possesso del marito/re. Vuol “contare”, avere un ruolo non subordinato al marito/re.
Questo gesto è compiuto “davanti ai capi di tutte le nazioni”, vale a dire che tutte le regine o donne in genere lo potrebbero assumere. Da parte loro verrebbe meno “il timore del marito”. Questo non può essere: le leggi non lo permettono. Vasti è detronizzata!



Ester 2
Vasti, la regina ribelle, è stata detronizzata. Bisogna trovare ora una nuova regina.
Veramente squallido e avvilente (soprattutto per la donna!) è il criterio della scelta: una ragazza bella che sappia intrattenere il sovrano in una notte d’amore. E’ tutto qui “il peso” di una regina? E’ tutto qui “la forza” di un sovrano?
Tra le tante vergini, viene scelta Ester, cugina e potenziale sposa di Mardocheo. E’ scritto che “il re si innamorò di Ester”.
Ester è una giovane ebrea che, salita al trono, conserva il timore di Dio, osserva cioè i suoi comandi. Con grande fierezza, il narratore afferma che Ester “non cambiò il suo modo di vivere”.
Con questo tocco, vuole dare subito un grande insegnamento. In qualsiasi luogo o tempo uno è chiamato a vivere, non deve mai dimenticare la sua fede. Deve essere coerente, anche se è difficile e rischioso!
L’amore del re per Ester si accresce, poi, per il fatto che lei denuncia una congiura contro il re. Dunque, Ester comincia a … “contare”!



Ester 4
Mardocheo grida disperato e affranto: “Viene distrutto un popolo che non ha fatto nulla di male”.
Come reagire a un dramma così grande? Dice a Ester: “Chissà che tu non sia diventata regina proprio per questa circostanza?”. Poi le comanda di entrare dal re e di “domandargli grazia e intercedere a favore del popolo”. Ma, entrare dal re senza essere chiamati significa sfidare la morte!
Ester si pone in atteggiamento di penitenza e di preghiera.
Di fronte alla certezza di morte del suo popolo (“la morte stava davanti ai loro occhi”), accetta di esporre la sua vita (“entrerò dal re, anche se dovessi morire”).
Entrerà dal re! Ma prima fa pregare e digiunare. Lei stessa digiuna e prega: “Salvaci con la tua mano e vieni in mio aiuto, perché sono sola e non ho altri che te, Signore. Dà a me coraggio!”



Ester 5
“Il terzo giorno” (giorno che evoca novità e compimento) Ester si presenta al re sfidando le regole della corte, e quindi esponendosi alla morte! Il riferimento al “terzo giorno”, però, fa presagire un esito di vita.
Il racconto mette a confronto la debolezza di Ester con la forza del sovrano (visto come dio). Ma la debolezza di Ester, la sua paura, lo svenimento, le impacciate parole … ottengono più che la sua bellezza o le sue arti persuasive! Come mai questo?
L’autore risponde così: “Dio volse a dolcezza l’animo del re”. Ora il re non è più “il toro furioso”, ma “il fratello” che sostiene e ama (bacio).
E’ Dio dunque che è all’opera in questa complessa vicenda. Non sono le forze umane (bellezza, furbizia, intelligenza …) a “cambiare le sorti” del popolo d’Israele, ma Dio stesso. Egli agisce segretamente, ma potentemente nella storia degli uomini.



Ester 6
La novità del “terzo giorno” è preceduta dall’oscurità della “notte”. Notte che racconta memorie: quanto ha fatto Mardocheo a favore del re.
Aman, nella sua sfrontata superbia, si candida a un trionfo spettacolare. Non sa che il trionfo è per il “nemico” Mardocheo, che egli vuol fare impiccare. Sarà proprio Aman a rivestire di ogni onore Mardocheo … il giudeo!
“Afflitto e col capo coperto”, Aman torna a casa. La moglie e gli amici “leggono” il singolare episodio nel modo giusto: Il Dio vivente è dalla parte dei giudei! Bisogna dunque “abbassarsi davanti a Mardocheo”.
L’insegnamento è molto chiaro. I pagani debbono riconoscere il Dio d’Israele e farsi piccoli davanti al popolo che Dio ha scelto.



Ester 7,1-8,12
I banchetti hanno una grande importanza nel libro di Ester e nella struttura sociale di ogni tempo. In essi infatti si celebra la vita o si decide la morte.
Ester chiede la vita per sé e per il suo popolo. La sua morte e quella del suo popolo sarebbero un danno per il re e tutto il suo regno. Ne avrebbe vantaggio solo il cattivo Aman. Immediatamente “il cattivo” viene impiccato al palo che aveva preparato per Mardocheo.
Da quel momento “Ester si alzò per stare accanto al re”. Noi diremmo ch “trovò grazia e prese a … comandare!”.
Viene pubblicato un decreto in cui si prescrive che i Giudei possano seguire le loro leggi, difendersi e trattare come vogliono i loro nemici.
Israele dunque ha diritto di vivere! Non solo, ma di vivere “come Israele”.



Ester 8,12a-17
La lettera del re Artaserse, ispirata da Mardocheo e Ester, dice quello che la comunità dei giudei sparsa nel mondo pagano vuol sentirsi dire!
I Giudei sono figli del Dio altissimo, del Dio massimo che regna sull’universo (i regni terreni sono poca cosa!).
Ai Giudei è permesso di “valersi con tutta sicurezza delle loro leggi”. Possono respingere coloro che volessero perseguitarli.
Il giorno che era stabilito per la loro distruzione si trasformerà in celebrazione di vittoria e di gioia.
“Per i Giudei vi era luce e letizia … festa e allegria. E molti pagani si fecero circoncidere e per paura dei Giudei, si fecero Giudei”.



Ester 9
L’episodio narrato (“sterminio dei nemici”) va avvicinato ad altre narrazioni simili: morte dei primogeniti d’Egitto, sterminio degli abitanti di Canaan …. Va letto e colto nel suo significato profondo, e non come esaltazione della vendetta.
L’episodio è ricordato come giorno di vittoria per i Giudei: davanti a loro, nessuno può resistere, perché Dio è con loro!
Pertanto, questo giorno di vittoria va fissato in un “decreto” e va celebrato come festa in ogni generazione. Segna un grande “passaggio”: dal pianto alla gioia e dal dolore alla festa. Giorno in cui “si inviano doni agli amici e ai poveri”.
Quel giorno si chiamerà Purim, giorno delle “sorti” … rovesciate!



Ester 10
Il libro di Ester si conclude con poche parole che danno conto del “nucleo storico” dal quale è derivato “il dramma” presentato con enfasi nel libro stesso.
Un re potentissimo, che governa il mondo intero, ha al suo fianco un Giudeo. Questi fa emanare leggi che proteggono l’identità dei Giudei stessi e tolgono loro la paura di essere “sterminati”.
L’esito di tutto questo “cambiamento di sorti” è una grande letizia per i Giudei che, paradossalmente, sono “amati da tutta la nazione”.
Come concludere? Lo si può fare con le parole di Mardocheo: “Il Signore ha salvato il suo popolo […] Ha operato grandi prodigi […] Ha gettato due sorti: una per il popolo di Dio e una per tutte le nazioni […] Dio si ricordò del suo popolo e rese giustizia alla sua eredità”.
Israele, dunque, ha sperimentato un “nuovo esodo”. Lo dovrà celebrare “con riunioni, gioia e letizia davanti a Dio, di generazione in generazione”.
Non aveva chiesto la stessa cosa Dio per l’antico esodo dall’Egitto? Ogni atto di Dio è sempre un nuovo esodo!



Giuda 1-16
Chi scrive si presenta come “Giuda, servo di Gesù Cristo e fratello di Giacomo”.
Scrive a quanti sono “chiamati”. Il frutto della “chiamata” è quello di essere “amati in Dio Padre e custoditi da Gesù Cristo”.
Il motivo della lettera? La fede, che “è stata trasmessa una volta per sempre”, corre grandi rischi. Bisogna dunque “combattere/lottare per la fede”, lottare per custodire il contenuto della fede.
Si sono introdotti infatti individui empi che stravolgono la grazia del Signore. Cioè, non stanno più sottomessi al “padrone e signore Gesù Cristo”, ma si lasciano andare a libertà sfrenata. Questi tali debbono “ricordare” che Dio non tollera tale situazione di infedeltà.
Essi si fanno giudici di tutti e di tutto. Si mettono al posto di Dio. E allora regolano la loro vita come piace a loro!
Purtroppo essi non se ne vanno dalla chiesa, ma continuano a stare “nei vostri banchetti/agape”: nel centro della vostra vita!



Giuda 17-25
“Alla fine dei tempi”, cioè nel nostro tempo e per tutti i tempi a venire, si contrappongono due insegnamenti. Uno che viene dalle “parole degli apostoli del Signore” che hanno il loro fulcro nelle Sante Scritture. L’altro che viene da “impostori che si comportano secondo le loro empie passioni: individui che non hanno lo Spirito”. Questi ultimi provocano divisioni nella chiesa.
Giuda conclude con alcuni ammonimenti. Sia la santissima fede a costruire la vostra nuova vita. Conservatevi nell’amore di Dio. Siate misericordiosi verso coloro che non hanno del tutto completato il loro cammino spirituale (“indecisi”) e aiutateli. Siate pure misericordiosi verso “quelli di fuori”, senza però lasciarvi contaminare da loro e cadere in compromessi.
E’ soltanto Dio per mezzo di Gesù Cristo che può preservarvi da ogni caduta. La gloria è tutta sua!



Mercoledì delle ceneri
“La giustizia”, che è il fare la volontà di Dio in obbedienza alla sua parola, va compiuta non per un qualsiasi tornaconto individuale o mediatico, ma semplicemente “davanti a Dio”: gratuitamente e con amore. Ecco alcuni esempi di “giustizia”.
“Quando usi misericordia”. Compi il tuo atto “nel segreto”, cioè con intenzione pura, gratuita e veramente amorevole, senza alcun desiderio di “ritorno”.
“Quando preghi”. Compi la tua preghiera davanti a Dio che è Padre. Egli “è nel segreto”. Non si incontra nel chiasso o nelle pratiche appariscenti. La preghiera è vera quando è incontro fiducioso col Padre.
“Quando digiunate”. C’è una forma esibizionista del digiuno: fatto per protesta o per acquisire meriti. Il digiuno cristiano è una pratica forte che “riposiziona o resetta” l’uomo davanti a Dio. Fa capire, cioè, chi è veramente l’uomo e chi è Dio.



Marco 1,1-7
Inizia un libro che viene chiamato “vangelo”. Di fatto, inizia la narrazione di un “lieto messaggio”: dato da Gesù, ma anche riferito a Gesù.
Il lieto messaggio è questo: Gesù è il Cristo/Messia, Gesù è il Figlio di Dio. Gesù è “Dio con noi”.
Le sante Scritture hanno preparato questo vangelo/messaggio e hanno annunciato questo evento. Infatti, “come sta scritto […] vi fu/apparve Giovanni”.
Giovanni, “che battezzava nel Giordano e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati”, chiede di “confessare”, cioè di riconoscere i propri peccati.
Occorre “un ritorno/conversione”. Avviene proprio così: il popolo della Giudea e gli abitanti di Gerusalemme “accorrono a Giovanni nel deserto” e si fanno battezzare “confessando i peccati”.



Marco 1,14-20
“Dopo che Giovanni venne consegnato (per la morte)…”. Giovanni è “precursore”, cioè corre prima di Gesù. Infatti viene consegnato. Gesù stesso verrà consegnato (per la morte) .
La consegna di Giovanni apre il ministero di Gesù. Ministero che comincia in Galilea, terra lontana dal cuore della vita di Israele (Giudea e Gerusalemme). Si incomincia dai lontani!
Gesù proclama “il vangelo di Dio”. Fa conoscere, cioè, un Dio “favorevole”: un Dio presente e regnante!
Cosa deve fare l’uomo? “Credere nel vangelo”. Si tratta di fare due cose assieme. La prima è convertirsi, vale a dire credere davvero che Dio regna. La seconda è accogliere il vangelo “andando dietro a Gesù”, come fanno i primi chiamati (apostoli). Andando dietro a Gesù, la vita degli uomini sarà del tutto trasformata (“vi farò pescatori di uomini”).



Marco 1,21-28
Gesù viene a Cafarnao. “Subito, entrato nella sinagoga, insegnava”.
Non viene detto il contenuto del suo insegnamento, se non che è “nuovo”, cioè che dà compimento all’antico. Piuttosto si fa notare l’effetto dell’insegnamento sugli ascoltatori: meraviglia e stupore.
Soprattutto si rileva la potenza della sua parola su Satana, spirito del male.
Satana “sa” che Gesù appartiene a Dio (“tu sei il santo di Dio”) e ne vuole sconvolgere il piano di rivelazione progressiva.
Per cacciare “il Malvagio” Gesù non intercede, non usa formule rituali, non compie gesti particolari (come gli esorcisti del tempo), ma “comanda e gli spiriti impuri gli obbediscono”.
Così, il primo “capitolo” del vangelo è già tutto scritto: Gesù è il vero Mosè che insegna e il vero Liberatore che sottrae dalla schiavitù.
“La sua fama si diffuse subito ovunque, in tutta la regione della Galilea”.



Marco 1,29-39
Dalla sinagoga, luogo dell’insegnamento che caccia la Potenza del male, si passa alla “casa di Simone e Andrea con Giovanni e Giacomo”. E’ in movimento …. la prima comunità!
Nella casa c’è “la donna”. Ma è malata! Subito Gesù la prende per mano e la “fa alzare”, dandole vita. Ella ora può “servire”. La vita nuova della donna/chiesa è orientata al servizio della comunità (“li serviva”).
La donna nella casa è “fatta alzare per servire”; tutta la città è semplicemente “guarita dai mali”.
I demoni non debbono parlare, anche se “conoscono Gesù”! Il loro annuncio sarebbe improprio nei tempi (l’annuncio fa fatto dopo la morte di Gesù) e nei modi (fa fatto con fede e umiltà).
La missione di Gesù trae forza dalla preghiera, cioè dal suo rapporto con Dio che è Padre. La preghiera, fatta prima del sorgere del giorno (cioè dell’agire), distacca Gesù (e la chiesa) dal compiacimento del successo (“tutti ti cercano”).
La missione di Gesù (e della chiesa), poi, si estende a tutta la Galilea, cioè al mondo intero!



Marco 1,40-45
La scena è insolita. Un lebbroso, che per statuto deve stare “fuori” della comunità, contravvenendo alla legge, “viene a Gesù”. Non solo, ma lo supplica: “Se vuoi, puoi purificarmi”. Chi è che può purificare, se non Dio solo?
Gesù manifesta la sua volontà di purificarlo, e lo purifica di fatto con la semplice e potente “imposizione della mano”.
Ingiunge poi severamente al lebbroso purificato di seguire la via della “legge”, andando a “mostrarsi ai sacerdoti”. Essi avrebbero dovuto riconoscere che la purificazione (che solo Dio può donare) era stata operata dal … Dio che era presente in Gesù.
L’uomo, invece, “salta” la via della legge e si mette a “proclamare” quanto ha fatto Gesù. E allora tutte le persone fanno quello che ha fatto lui: “venivano a Gesù da ogni parte”.



Marco 2,1-12
E’ terminato il racconto di una “giornata”: un primo tratto di strada per conoscere chi è Gesù.
Le controversie o polemiche (saranno tante!) che i capi suscitano contro Gesù, vanno intese come progressiva rivelazione di Gesù ai discepoli e al lettore del vangelo.
E’ scritto che Gesù “entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni”, e che “annunciava loro la Parola”. Come la Parola di Gesù è potente per cacciare i demoni (1,27), così è potente per dare “il perdono dei peccati”, quel perdono che soltanto Dio può dare!.
Per avere il perdono occorre che sia “operante” la fede della chiesa/comunità, qui simboleggiata dai “quattro portatori” del paralitico.
Correttamente, alcuni scribi obiettano che Dio solo può perdonare i peccati. Ebbene,Gesù compie il prodigio della guarigione per autenticare che “il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra”. Il perdono che solo Dio può dare viene donato attraverso il Figlio dell’uomo che è Gesù! Chi è dunque questo Gesù? La gente se lo chiede, meravigliata.



Marco 2,13-17
Viene descritta una nuova “uscita” di Gesù dalla casa (cfr in precedenza 1,35.38).
“Uscì di nuovo lungo il mare”. E’ un’uscita che ha per scopo l’insegnamento. Mentre “la sinagoga” rappresenta il luogo d’insegnamento per Israele, “il mare” rappresenta il mondo così com’è.
Appunto “lungo il mare”, Gesù chiama a seguirlo Levi, un funzionario che, dato il mestiere, era “peccatore”.
Gesù – assieme ai suoi discepoli – si mette a tavola con Levi e molti altri peccatori. Ne viene fuori, per forza di cose, una seconda polemica avviata scribi dei farisei. “Ma perché… ?”.
Conclusione. Gesù rivela il suo essere. Egli agisce al modo del Dio d’Israele: un “Dio che guarisce”. La guarigione, però, non si compie attraverso riti o sacrifici per il peccato, bensì attraverso la chiamata di Gesù. E’ veramente “guarito” chi accoglie Gesù e lo segue. Il peccatore è salvato se accoglie e segue Gesù.



Marco 2,18-22
Siamo al secondo “perché?...”.
I discepoli di Giovanni e i farisei stanno compiendo una pratica buona (digiuno), pratica non direttamente comandata dalla legge. I discepoli di Gesù non fanno questa pratica.
Perché digiunare, dice Gesù, se è presente lo sposo? Gesù non ha niente contro il digiuno – anzi inviterà lui stesso a farlo come sospirata attesa del suo ritorno – ma coglie l’occasione per rivelare se stesso.
Chi è Gesù? E’ il Messia, è lo Sposo d’Israele, è Dio con noi nella gioia di una grande comunione (festa di nozze). Chi si ostina a non riconoscere questa “novità festosa” (vangelo), ma vuole trovare vita e salvezza nell’adempimento di “buone pratiche”, rimane in un orizzonte “vecchio”: la sua situazione peggiora di giorno in giorno.
La venuta di Gesù (vino nuovo) rinnova il modo di vivere le “buone pratiche” (otri nuovi).



Marco 2,23-28
Nuova polemica innescata dal fatto che i discepoli di Gesù “fanno in giorno di sabato quello che non è lecito”.
Risponde Gesù. Anche Davide fece quello che non era lecito: “entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta, che non è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi compagni”.
Gli si poteva obiettate: Ma Davide è … Davide, il consacrato di Dio!
Ebbene, Gesù è Davide, anzi più che Davide! Gesù non va contro la legge, ma è “signore della legge (sabato)”. Ne conosce il senso vero. Senso che scopre ricuperando il disegno globale di Dio consegnato nelle Scritture (“non avete mai letto?”) e non attaccandosi a una singola parola.
Conclusione di colui che è “signore del sabato”: la legge è per il bene dell’uomo, e non l’uomo per il bene della legge! E’ l’uomo che va salvato! E questo lo vuole anche la legge!
Ma gli avversari di Gesù non guardano al bene dell’uomo.



Marco 3,1-6
Gesù “entrò di nuovo nella sinagoga”.
Nel primo contatto con la sinagoga (1,21-28) Gesù aveva “insegnato con autorità” cacciando un demonio. Adesso, sempre nella sinagoga, “opera” una guarigione!
L’attenzione non è sul malato, ma su Gesù e sul “lavoro” fatto di sabato.
Per la seconda volta, Gesù si mostra come “il signore del sabato”. Vale a dire che è lui a “interpretare” giustamente il sabato.
Il sabato, secondo l’intenzione di Dio che ha dato la legge, è il giorno stabilito per “fare del bene”, è il giorno per “salvare qualcuno”.
Il rapporto che Gesù ha col sabato e con la legge in generale è di “autorevole signoria”, da non confondere con l’arbitrarietà: Gesù rivela volta a volta il cuore della legge e quindi il cuore di Dio.
I farisei, invece, “usano” la legge, si sentono i possessori … e così le danno la morte! Se perdono il controllo della legge, perdono se stessi!
Per questo, nella “durezza del loro cuore” decidono di “perdere” Gesù e di farlo morire!



Marco 3,7-12
Gesù ha rivelato se stesso come Salvatore dell’uomo (1,1-3,5). I Farisei con gli Erodiani “tacciono”, cioè restano nella durezza del loro cuore e nel loro ostinato rifiuto. Esito? Il progetto di dare la morte a Gesù (3,6). Siamo a un punto svolta: inizia un nuovo cammino.
E’ la terza volta che Gesù “esce” lungo il mare di Galilea (1,16; 2,13). Questa volta, però, non si dice che esce, ma che “si ritira”; e non da solo, ma “con i suoi discepoli”. Gesù fa corpo ormai con i suoi discepoli (figura della chiesa) e sta di fronte al mondo, raffigurato dalle grandi folle che vengono “dalla Galilea, e poi da Gerusalemme, dall’Idumea e da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidone”.
L’attività di Gesù verso il mondo è una continua, grande “terapia”: “Quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo”. La terapia si realizza nel “tocco/incontro” con Gesù.
C’è sempre però chi non vuole toccare Gesù ed essere salvato! Satana cade ai piedi di Gesù e grida: “Tu sei il Figlio di Dio”. Che senso ha gridare con esattezza una verità (Figlio di Dio) senza volerne accettare il contenuto (toccare per essere salvati). Vale per Satana, vale per tutti!



Marco 3,13-19
Nel “nuovo inizio” (parte da 3,7) è scritto che Gesù “salì sul monte”, come Mosè. E’ scritto però che “chiamò a sé quelli che voleva”, mentre Mosè chiamò quelli che Dio gli indicò.
Gesù, dunque, è più di Mosè! Sta in luogo di Dio e chiama “quelli che vuole lui”.
Ed essi “andarono da lui”: pronta risposta alla chiamata (tema della fede in Dio che chiama).
Ecco come è descritta la nascita della chiesa apostolica, pienezza (numero dodici!) delle promesse fatte a Israele.
Costituzione delle chiesa: “Ne costituì dodici … costituì i Dodici”.
Fondazione della chiesa: “Perché stessero con lui”.
Missione della chiesa: “Li mandò perché predicassero e avessero potere di scacciare i demoni”.
Simone viene chiamato “Pietro/Roccia”, a indicare il fondamento e l’unità dei Dodici. Giacomo e Giovanni sono chiamati “figli del tuono, a indicare che porteranno – assieme agli altri apostoli – la parola di Dio (tuono!) nel mondo.



Marco 3,20-35
Il brano delinea tre posizioni nei riguardi di Gesù.
La prima è quella dei “suoi”: il suo clan, la sua patria, in definitiva, la posizione di quelli di Nazaret. Essi vogliono riportare Gesù alla vita ordinaria del clan. Chi crede d’essere? E fuori di sé! Torni alla vita del “falegname”!
La seconda è quella degli “scribi discesi da Gerusalemme”. Dicono: “Costui è posseduto dal capo dei demoni”. Assurdo! Il fatto che i demoni siano cacciati è segno che Gesù è “il Forte”. La bestemmia che non verrà perdonata (chiamata “bestemmia contro lo Spirito Santo”) è dichiarare Gesù strumento di Satana. Sarebbe dichiarare il fallimento di Dio! Egli, per salvare l’uomo, avrebbe bisogno di Satana! Allora, che salvezza darebbe all’uomo? Siamo nel genere della lucida stupidità.
La terza posizione è quella della “madre e dei fratelli”. Occorre cercare Gesù, ma non per possederlo. E’ parente di Gesù o suo intimo chi è “seduto attorno a lui (discepolo) e fa la volontà di Dio”.



Marco 4,1-20
Le varie posizioni assunte nei confronti di Gesù sono ben illustrate anche dalla presente parabola del seminatore.
Che sorte subisce l’insegnamento di Gesù? Cosa succede nell’uomo quando la Parola sta di fronte al suo cuore? L’uomo non sa e non possiede la chiave di lettura dell’impatto della Parola col cuore. Per lui tutto è “nascosto”, tutto è “mistero”.
Ma Gesù “svela” agli umili come si realizza l’incontro di Dio con l’uomo, cioè il “mistero” e dice: “A voi è dato il mistero del regno di Dio”.
Il regno di Dio si realizza così. C’è Satana che ostacola la Parola (strada). Ci sono le persecuzioni e le tribolazioni a causa della Parola: esse fanno venir meno la Parola (terreno sassoso). Ci sono “le preoccupazioni del mondo, la seduzione delle ricchezze e tutte le altre passioni”: esse soffocano la Parola (rovi).
E’ un fallimento, dunque, l’annuncio della Parola? No! Infatti, ci sono “quelli che ascoltano la Parola, la accolgono e portano frutto” (terreno buono”.
Il “mistero” è svelato e diviene un’esortazione forte ad ascoltare davvero la Parola di Dio.



Marco 4,21-25
Bisogna riandare a quanto scritto precedentemente: “Insegnava loro molte cose in parabole e diceva loro nel suo insegnamento: Ascoltate!” (4,2). Come deve essere dunque l’ascolto?
“La lampada” si cui si parla nel brano odierno è immagine della parola di Gesù: è volontà di Dio che essa splenda e stia di fronte alle profondità del cuore degli uomini.
Gesù esorta ad un “ascolto pieno e totale”. Lo dice con questa espressione: “Con la misura con la quale misurate (accogliete il mio insegnamento) sarà misurato a voi (Dio vi darà di portare frutto).
E sarà un frutto abbondante! Infatti: “A chi ha [accolto il seme/parola di Gesù] sarà dato [terreno buono che porta frutto “il cento per uno”]; ma a chi non ha [accolto il seme/parola di Gesù] sarà tolto anche quello che ha [Satana “porta via la parola seminata in lui”].
L’insegnamento in parabole è una grande esortazione ad accogliere in modo fiducioso e pieno l’insegnamento di Gesù.



Marco 4,26-34
Il gruppo dei “Dodici”, assieme agli altri discepoli, rappresenta già la chiesa. Ad essa “è stato dato il mistero del regno di Dio”.
C’è poi un’altra realtà: “quelli di fuori”. A loro Gesù “annuncia la Parola”, ma in forma di “parabole”, cioè con discorsi figurativi, enigmatici, in un certo senso, anche “provocatori”: discorsi che invitano però alla riflessione e all’accoglienza della Parola stessa.
Il regno di Dio, dunque. La realtà è - dice Gesù - che Dio sta già regnando! Ma come sta regnando?
Regna attraverso “il seme”: la Parola. Essa ha in sé la forza della crescita, che fa giungere alla mietitura (regno compiuto o salvezza).
Regna attraverso “il più piccolo di tutti i semi”: la Parola. Essa, non soltanto ha in sé la forza per la crescita dei discepoli, ma può e vuole “ospitare” … il mondo intero (“uccelli de cielo alla sua ombra”).
Il capitolo si chiude, dunque, con una grande esortazione ad accogliere fecondamente la Parola. Allora Dio regna!



Marco 4,35-41
La parola di Gesù (il suo insegnamento) è potente sull’uomo e fa nascere il regno di Dio (4,1-34). E’ potente anche sul cosmo, rappresentato dal “mare di Galilea e dintorni”. E’ in questo scenario che avvengono quattro miracoli (4,35-5,43).
Sulla barca, Gesù è “come noi”: è stanco e dorme, mentre infuria la tempesta di morte! In realtà, Gesù è “Dio con noi”. Infatti: “destatosi, minacciò il vento e disse al mare: Taci, calmati!”. Gesù ha fatto quello che solo il Signore Dio può fare (cfr Sal 89,10 e 106,9).
La domanda dei discepoli è la nostra stessa domanda: “Chi è dunque costui?”. Gesù ci risponde con una contro domanda: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. Il primo gradino della fede è “il grande timore”, unito alla meraviglia.



Matteo 1,16-24
Giuseppe “pensa” secondo la legge di Mosè, ma “agisce” sempre secondo la parola dell’angelo che volta a volta lo conduce per mano.
“Chiama” il figlio di Maria col nome di Gesù.Lo accoglie come suo figlio e lo introduce nella linea della promessa che riporta a Davide e ad Abramo.
Gesù sarà “Dio salva”, il Salvatore del popolo dai peccati.
Giuseppe “conduce” suo figlio a fare l’esperienza dell’esodo dei padri: dall’Egitto alla “terra di Israele”. Ma non sarà Giuseppe a far entrare Gesù nella “terra d’Israele”. Gesù deve vivere un lungo “ritiro nelle parti della Galilea”.



Marco 5,1-20
Una prima volta Gesù è stato “affrontato” da Satana nella sinagoga, simbolo d’Israele (1,23-28), e Satana è stato scacciato. Una seconda volta, l’affronto si colloca “all’altra riva del mare”, cioè in terra semipagana, e Satana viene scacciato una seconda volta!
E’ un Satana che crea solitudine e morte (vive nei sepolcri). E’ un Satana dalla forza spropositata e ramificata (si chiama legione). E’ un Satana sommamente “impuro” (va a finire nei porci e poi nel mare).
Nella sinagoga di Cafarnao, la reazione della gente fu di stupore e di timore (1,27). “Al di la del mare”, la reazione è di persone ancora impreparate all’incontro con Gesù. Infatti “lo pregarono di andarsene dal loro territorio”.
Sarà l’indemoniato stesso, sanato, a farsi annunciatore nella sua terra dell’opera di Gesù. Come dire: anche in terra pagana ci sarà “la proclamazione di quello che Gesù, il Signore, ha fatto”, cioè del vangelo. E … “tutti erano meravigliati”. Si vuol dire che il vangelo sarà accolto in terra pagana.



Marco 5,21-43
Di nuovo Gesù è “all’altra riva”, cioè nella terra d’Israele. Siamo “in Israele”.
Infatti, viene a lui Giairo, il capo della sinagoga. Sua figlia “è alla fine”. A Gesù viene chiesto di imporle le mani, perché “sia salvata e viva”. [E’ come se tutto Israele chiedesse questo].
Nello stesso tempo, una donna ha continue perdite di sangue: è in stato di “impurità”. Tocca con paura e fede il mantello di Gesù. “La tua fede di ha salvata” dice Gesù.
Anche a Giairo Gesù chiede di avere fede. Annuncia la buona notizia (vangelo) che “la bambina non è morta, ma dorme”. Non meraviglia che la reazione sia di “derisione”. [Sarà così anche per la risurrezione di Gesù].
Fuori da ogni spettacolarità, alla presenza dei genitori e di quelli che erano con lui, Gesù “alza” la fanciulla: la fa camminare e mangiare. E’ viva!
Israele, dunque, può uscire dall’impurità e dalla morte soltanto attraverso la fede in Gesù.
Conclusione del capitolo. Gesù è vittorioso sul male (tempesta placata), su Satana (indemoniato guarito), sulla segregazione (donna) e infine sulla morte (fanciulla).



Marco 6,1-6a
Gesù “esce” dal mondo che ha come teatro il mare di Galilea e “viene nella sua patria”. E’ la prima volta, secondo Marco, che Gesù va a Nazaret. Ha con sé i suoi discepoli (c’è già un germe di comunità con lui).
Insegnamento e gesti di Gesù nella sinagoga sono fatti in modo tale che le persone sono “stupite”. Si chiedono “da dove vengono queste cose”. Lo stupore nasconde incredulità.
Per loro, Gesù è semplicemente “l’artigiano”, “il figlio di Maria”; dunque, è “uno di loro” e … niente più!
Per questo motivo, nel rapporto con Dio (per i Nazaretani), Gesù diventa “scandalo/ostacolo”: come può “uno di loro” essere “Dio con loro”?
Gesù si stupisce. Sono proprio “la sua patria, i parenti, la casa” che rifiutano la visita di Dio! Sono proprio i suoi a non credere. Ma è sempre stato e sempre sarà così!
Con la visita a Nazaret si chiude un’altra sezione del vangelo di Marco.



Marco 6,6b-13
“Nazaret” nella sua incredulità ha rifiutato Gesù, giudicandolo “scandalo/ostacolo”. Ma Gesù va avanti: “Percorreva i villaggi attorno, insegnando”.
Ora però agisce attraverso “i Dodici”, mandandoli a due a due. Il loro compito non è ancora di annunciare il vangelo (essi stessi non hanno ancora capito bene chi è Gesù!) ma di cacciare gli spiriti impuri. Gesù dà loro il potere di preparare il vangelo. Un potere “terapeutico” che si manifesta a tre livelli: conversione delle persone a Dio, cacciata dei demoni, unzione dei malati e loro guarigione. Sono segni che anticipano nei fatti (non ancora nelle parole) il vangelo stesso.
La “missione” dei Dodici è compiuta nel più completo abbandono a Dio nella speranza dell’ospitalità. Realisticamente, è messo nel conto che si possa essere rifiutati (vedi Gesù a Nazaret).
“Il bastone”, che soltanto Marco permette di prendere, non è da intendersi come una concessione, piuttosto il contrario: richiama “il bastone” che Dio aveva prescritto a Mosè per il cammino dell’esodo (Es 4,17). E nemmeno “i sandali” sono un’eccezione alla povertà: essi richiamano la Pasqua e l’urgenza del camminare (Es 12,11).



Luca 1,26-38
Annunciazione del Signore
La profezia. “Il Signore stesso darà un segno. “Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele”.
L’adempimento. “Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”. E ancora: “Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù”.
Viene detto il “come” dell’adempimento: non da uomo, ma da Dio stesso. “Lo Spirito santo scenderà su ti te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra”.
Viene data infine la risposta della creazione, rappresentata da Maria: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”.
Ma qual è la portata della venuta del Figlio in questo mondo? “Ecco, io vengo per fare la tua volontà”.
E per noi? Noi tutti siamo santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo. L’ingresso di Gesù nel mondo rende “santa” l’umanità che, come Maria, si fa serva della parola di Dio.



Marco 6,14-29
I Dodici vengono mandati da Gesù (6,7), poi ritornano a lui (6,30). In mezzo sta il racconto della morte di Giovanni il Battista, morte che è prefigurazione della morte di Gesù e dei suoi testimoni.
Chi è Gesù? Secondo Erode è “quel Giovanni che io ho fatto decapitare”. In un certo senso, questo è vero: nella morte di Giovanni è già scritta la morte di Gesù, ma è scritta anche la risurrezione!
Nessuna forza mondana potrà “far sparire” la testimonianza di Giovanni e, tanto meno, la testimonianza di Gesù. Egli infatti risorgerà!
Ma “storicamente” il profeta (e anche Gesù) è perdente. Intrighi, corruzione, orgoglio, impudicizia, in una parola, il peccato … tutto questo dà morte al profeta. I discepoli altro non possono fare che “prendere il cadavere e porlo in un sepolcro”. Dio farà … “il resto”!



Marco 6,30-44
Gli apostoli “si riuniscono attorno a Gesù” e gli riferiscono quanto avevano fatto e insegnato.
“Il riposo” di cui parla Gesù si risolve in questo stesso incontrarsi con lui e nel partecipare alla sua “compassione” nei riguardi della gente.
E’ la folla a dettare i ritmi della vita apostolica. Essa va vista non con fastidio, ma con compassione perché è come “gregge senza pastore”.
A questa gente va data innanzitutto la parola: “Si mise a insegnare loro molte cose”. E va dato anche il sostentamento per vivere: pani e pesci. Dunque, totalità del dono!
Coloro che ascoltano la parola di Dio non debbono cercare fuori della comunità il sostentamento. Là dove c’è un popolo ordinato come nel cammino dell’esodo (sedettero a gruppi di cento e cinquanta), là dove c’è l’abbandono a Dio (preghiera e benedizione) si adempiono le promesse di Dio. E’ il tempo del banchetto messianico: “Mangiarono a sazietà” (cfr Is 25,6ss).
Chi segue il Signore non manca di nulla!



Marco 6,45-56
Chi sono i discepoli di Gesù? Stanno capendo, stanno seguendo veramente Gesù?
Dopo la celebrazione solenne del “banchetto messianico”, i discepoli sono costretti ad “attraversare il mare e precedere Gesù sull’altra riva”. E’ un preciso comando di Gesù! Essi da soli, però, non ce la fanno a … “precederlo sull’altra riva”.
Gesù si fa loro vicino. Camminando sul mare e “volendo oltrepassarli” mostra che è lui la guida e la forza del loro cammino di obbedienza. Essi però non percepiscono ancora questo “messaggio”, come non avevano capito il messaggio dei “pani” (banchetto messianico). I discepoli debbono aprirsi alla conoscenza vera di Gesù e fare esperienza della sua insostituibilità.
La gente cerca Gesù. Marco scrive: “Quanti lo toccavano venivano salvati”. Occorre però ricordare l’episodio della donna che tocca il mantello di Gesù (5,25-34). A lei, Gesù aveva detto: “La tua fede ti ha salvata”. E’ la fede in Gesù che salva la gente e non il semplice toccare.



Marco 7,1-23
Dopo che i discepoli “si riunirono attorno a Gesù” (6,30), è scritto che “si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme”. E’ importante la precisazione “da Gerusalemme”. Significa che Gesù è “sotto osservazione” anche da parte delle guide riconosciute d’Israele.
La domanda/inchiesta è questa: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?”. Il problema è quello di ciò che va definito puro o impuro legalmente.
Dice Gesù che prima della tradizione degli antichi sta il comandamento di Dio. E quando “la vostra tradizione” contrasta il comandamento di Dio, voi state annullando la parola di Dio!
Che dire poi della distinzione tra puro e impuro? Sono le cose che escono dall’uomo a rendere l’uomo “impuro”, non quelle che escono da lui. I discepoli non capiscono (!).
Gesù allora spiega che la vera “impurità” non è di tipo legale o rituale, ma morale o di comportamento. Cioè, sono “i propositi” e quindi i peccati a rendere l’uomo veramente impuro. E i propositi o intenzioni cattive vengono fuori “da dentro”. E’ il cuore che va cambiato!



Marco 7,24-30
Nel suo itinerario, Gesù fa quello che ha chiesto e chiederà ai suoi discepoli: accettare l’ospitalità “in una casa”, senza passare di casa in casa (6,10).
Gesù si trova in regione straniera, la regione di Tiro. Vuole restare nascosto, ma “non vi è nulla di nascosto che non debba essere messo in luce” (4,22).
Anche i pagani, raffigurati dalla donna straniera, ottengono la salvezza che viene da Gesù. Salvezza data a motivo di una “parola” detta dalla donna che chiede aiuto per la figlia indemoniata.
La “parola” suona sostanzialmente così: Tu, Gesù, hai imbandito una mensa abbondante per i figli di Dio (salvezza di Israele), ma c’è un pane anche per i cagnolini (salvezza per noi pagani). E’ giunto il tempo in cui la tua tenerezza, la tua cura si volge a tutti gli uomini.
Per questa “parola” (che riconosce umilmente il disegno di Dio) la figlia della straniera è guarita.



Marco 7,31-37
Gesù “esce dalla regione di Tiro, passando per Sidone”. Ritorna verso il mare di Galilea “nel pieno della regione della Decapoli”. E’ un giro molto ampio, che permette gli permette di incontrare i popoli pagani.
Portano a Gesù un sordomuto, figura dei pagani che, prima di credere, non hanno capacità di ascoltare (orecchio) e lodare Dio (lingua). La “terapia” di Gesù avviene come sempre “in disparte, lontano dalla folla”. E come avviene?
Da corpo a corpo: tocco dell’orecchio, emissione di saliva per la lingua, nella preghiera (“emise n sospiro”). La terapia/salvezza si perfeziona poi con la parola: “Apriti”. Si tratta, dunque, di una nuova creazione!
C’è poi la constatazione di Marco (e di noi lettori!): nonostante il comando contrario di Gesù, quanto egli ha fatto non può essere tenuto nascosto; anzi, va proclamato! E’ giunto infatti il tempo del compimento delle promesse di Dio (cfr Isaia 29,18-23).



Marco 8,1-13
La compassione di Gesù verso la folla si era espressa nello “insegnare loro molte cose” e poi nel dono dei pani (6,34). La compassione ora si esprime direttamente nel dono dei pani.
Chiare allusioni fanno intendere che questo secondo dono dei pani ha come orizzonte il mondo pagano (siamo infatti in zona pagana).
Alcune persone vengono “da lontano” (pagani). I pani sono “sette” (sette sono le nazioni di Canaan), come “sette” sono le sporte. Le persone erano circa “quattromila” (numero che indica universalità) …
Marco vuole dirci che è giunto il tempo in cui i pagani non saranno più “cagnolini che mangiano le briciole che cadono dalla mensa dei padroni”, ma saranno “persone fatte sedere per terra”, e che potranno mangiare a sazietà.
I farisei sono “assenti”. Cercano soltanto occasioni per contrastare Gesù. Ora chiedono un segno … e non vedono i segni che Gesù sta facendo!



Marco 8,14-26
L’evangelista Marco vuol far capire (anche a noi lettori, oggi) la fatica della conversione, cioè della comprensione vera di Gesù: chi è Gesù e cosa veramente sta compiendo.
“Non capite ancora? Avete il cuore indurito?”. Bisogna togliere la durezza del cuore, vale a dire l’attaccamento al proprio modo di vedere e giudicare, per acquisire invece la “semplicità”, che è vedere e ascoltare Gesù senza pregiudizi (farisei) e senza paure (discepoli).
L’episodio che segue il rimprovero di Gesù ai discepoli rivela più marcatamente come sia faticoso arrivare a “vedere chiaramente”. Il cieco, prima “vede come degli alberi che camminano”, e poi “vede chiaramente”.
C’è bisogno di continui interventi di Gesù sulla nostra fragilità (presi per mano, condotti fuori, contatto con la sua saliva, imposizione delle mani, nuova imposizione delle mani) per arrivare a “vedere chiaramente”.
I discepoli sono in questo cammino.



Marco 8,27-38
Gesù aveva detto ai discepoli: “Non comprendete ancora?”.
E la gente cosa aveva capito di Gesù? E’ Giovanni il Battista, è Elia, è uno dei profeti …
Pietro va oltre e dà questa risposta: “Tu sei il Cristo”. Significa: Tu sei il Consacrato di Dio, Tu hai una missione da parte di Dio, Tu sei il Messia. E’ la risposta giusta. Ma Gesù non vuole che la si divulghi! Perché? Perché Pietro (e tutti quanti) non conosce la natura del Messia e, in particolare, la sorte che lo attende.
Chi è Gesù? Cosa lo attende? A questo punto, capitale nello svolgimento del Vangelo di Marco, Gesù “comincia un insegnamento” per nulla criptato, ma “franco e chiaro”. Il Messia soffrirà, sarà rifiutato da Israele, verrà ucciso e, dopo tre giorni, risorgerà. E’ questo il “pensiero/volontà” di Dio, ma non degli uomini!
Gesù insiste. Il Messia non trattiene la sua vita, ma la dona a Dio; e così la salva (risurrezione). Il discepolo deve seguire la stessa strada: non trattenere la sua vita, ma spenderla “per Gesù, cioè per il Vangelo”. Così facendo, perde tutto e trova tutto nello stesso tempo!
L’insegnamento di Gesù, d’ora in poi, va in questo senso ed è molto “chiaro” (vedi 9,30-32 e 10,32-34). Il lettore è già “lungo la strada” che … “sale a Gerusalemme” (10,32).



Lunedì Santo
La Sacra Scrittura, tramite il profeta Isaia, presenta la figura di un personaggio che Dio chiama “mio servo” e “mio eletto di cui mi compiaccio”.
Questo personaggio ha il compito di salvare ciò che sta per morire: “canna incrinata, stoppino dalla fiamma smorta”. Salverà dunque Israele.
Nello stesso tempo, “le isole attendono il suo insegnamento”. Anche i popoli (“le isole”) saranno salvati da colui che è “luce delle nazioni”.
Maria, sorella di Lazzaro e Marta, compie un gesto singolare: con grandissimo dispendio di denaro profuma i piedi di Gesù. E’ un gesto di amore e gratitudine, che “risponde” al dono di Gesù: la sua prossima morte.
Se Gesù è morto per noi, nessun gesto è troppo “caro” per ricambiare.
La “casa”, cioè la chiesa, deve sempre essere piena del “profumo” di questo gesto.



Martedì Santo
Testo profetico. Israele “è disprezzato, rifiutato dalle nazioni, schiavo dei potenti”, ma Dio, che è “il redentore d’Israele”, lo libererà; non solo, ma farà di lui “la luce delle nazioni”.
La chiesa proclama che Gesù Cristo è il vero Israele. Nella fede in lui essa trova salvezza, e con lei tutti i popoli della terra.
Testo evangelico. Gesù annuncia che un suo intimo, un suo amico, un suo discepolo “lo tradirà”.
Annuncia anche che nessuno, con le proprie forze, lo può seguire nella via del dono di sé, nella via dell’amore fino alla morte.
Se Gesù, per primo, non effonde il suo amore, noi non possiamo seguirlo e amarlo. Solo il Signore che dà la vita rende capaci di dare la vita.



Mercoledì Santo
Profezia. Parla un uomo che si affida a Dio, un suo discepolo. E’ uno che ogni giorno “ascolta” e accetta di stare dalla parte di Dio, pur nell’emarginazione e nel rifiuto degli uomini. Dio è con lui!
La profezia trova il suo compimento nella vita e nella passione di Gesù: Dio è stato con lui!
Vangelo. I discepoli di Gesù sono ignari del grande evento che sta per compiersi, della singolare Pasqua che Gesù sta per celebrare. Soltanto Giuda, uno dei Dodici, è vigile! Egli cerca “l’occasione propizia per consegnarlo”.
Gesù svela ai Dodici che se ne andrà, cioè morirà. Svela anche che questo “è stato scritto”, cioè che è volontà di Dio. Ma, sventurato è chi lo tradisce! Sventurato chi lo allontana da sé!
Ormai Gesù ha svelato a Giuda la volontà di donarsi agli uomini nella morte. Perché Giuda gioca o “investe” a proprio vantaggio su questa volontà?
Nel grande dramma della passione, Giuda si mette contro Gesù, accettando di perderlo … per un proprio vantaggio!
Gesù è strumentalizzato, disprezzato, “tradito” da un amico.



Giovedì Santo
Preghiamo

O Dio, che ci hai riuniti per celebrare la santa Cena nella quale il tuo unico Figlio, prima di consegnarsi alla morte, affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore, fa che dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita.



Venerdì Santo
Preghiamo
Scenda, o Padre, la tua benedizione sul popolo che commemora la morte del tuo Figlio nella speranza di risorgere con lui; venga il perdono e la consolazione, si accresca la fede, si rafforzi la certezza nella redenzione eterna.



Sabato Santo
O Dio eterno e onnipotente, che ci concedi di celebrare il mistero del Figlio tuo Unigenito, disceso nelle viscere della terra, fa’ che, sepolti con lui nel battesimo, risorgiamo con lui nella gloria della risurrezione.


Pasqua
O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo unico Figlio, hai vinto la morte e ci hai aperto il passaggio alla vita eterna, concedi a noi, che celebriamo la Pasqua di risurrezione, di essere rinnovati nel tuo Spirito, per rinascere nella luce del Signore risorto.


Lunedì di Pasqua
La parola dell’apostolo Pietro.
Uomini d’Israele, ascoltate: Voi avete ucciso Gesù di Nazaret, ma Dio lo ha risuscitato, come è testimoniato dalla Scrittura. Noi tutti ne siamo testimoni.
La “grande testimonianza” degli apostoli è riferita alla risurrezione di Gesù. Solo conseguentemente si ha la testimonianza della propria vita.
La parola del Vangelo di Matteo.
Gesù risorto si fa incontro alle donne che ritornano dal sepolcro. Là, un Angelo del Signore aveva annunciato: Gesù è risorto! Andate e ditelo ai suoi discepoli.
Ora, Gesù stesso comanda alle donne: Andate e “date la notizia” ai miei fratelli. I discepoli sono chiamati … “miei fratelli”!
Menzogna e denaro creano una “contro notizia”: Gesù non è risorto, ma trafugato dai discepoli!
A quale “notizia” dare credito nella nostra vita? E questo, cosa significa nel concreto?



Martedì di Pasqua
Predicazione dell’apostolo Pietro
Risuona “il lieto annuncio”, il vangelo: (Con la risurrezione) Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso. Si è realizzato dunque il disegno di Dio!
“Cosa dobbiamo fare?”, dicono. Poiché Dio ha attuato “la promessa” (dono dello Spirito Santo), bisogna accogliere il dono, convertendosi (fede in Gesù) e immergendosi in lui (battesimo).
Vangelo di Giovanni
Gesù non sta più nel sepolcro. Nel sepolcro rimangono due angeli, che invitano alla riflessione: “Donna, perché piangi?”. Maria di Magdala “cerca” il corpo di Gesù. E’ pronta ad un incontro.
Ma ora Gesù non è più soltanto il Maestro. E’ il Risorto “salito al Padre”: luogo della vita e della potenza. Gesù è “il Signore”.
I discepoli sono trascinati nella storia di Gesù, al punto che sono chiamati “miei fratelli”: il Padre di Gesù è il Padre loro e il Dio di Gesù è il Dio loro.
“Ho visto il Signore”. Dopo la risurrezione, il rapporto con Gesù giunge alla sua pienezza. Non si può più vedere Gesù di Nazaret, il Maestro (“non mi trattenere” … come prima!); ma “si vede il Signore” e così si incontra il Padre, Dio!



Mercoledì di Pasqua
L’attività propria degli apostoli non è il pur lodevole esercizio dell’elemosina ai bisognosi, ma il dare “la salvezza nel nome di Gesù”: il cammino, la lode, la gioia, in una parola, la vita … E’ questo che la chiesa possiede, ed è questo che la chiesa deve donare!
L’evangelista Luca, perché si colga l’evento della risurrezione, chiede di fare un cammino. Occorre, innanzitutto, ricordare quello che aveva detto Gesù. Che, cioè, la sua morte e risurrezione facevano parte del disegno di Dio consegnato nelle Scritture (24,6s).
Cosa dicono le Scritture? Da soli, i discepoli non lo sanno. Ecco dunque Gesù stesso che “apre” le Scritture, facendone capire il senso ultimo e vero: esse parlano proprio di lui, morto e risorto!
Quando poi viene “spezzato il pane”, i discepoli “conoscono”, cioè fanno esperienza e incontrano veramente il Risorto.
Dunque, le Scritture “aperte” da Gesù danno luogo al “rimanere” di Gesù coi discepoli. La cena o “spezzare il pane” dà luogo al “conoscere” Gesù come Risorto.



Giovedì di Pasqua
Atti degli Apostoli
Pietro annuncia che Dio opera nel mondo attraverso “il nome di Gesù”. Come dire, attraverso i discepoli che credono nella potenza di Gesù risorto. E’ così che la fede in Cristo dona all’uomo “la perfetta guarigione”. A Israele viene chiesto di “convertirsi”, cioè di accoglier “il servo” Gesù: egli sarà benedizione per Israele e per i popoli.
Vangelo di Luca
Gesù risorto non è un fantasma, una figura proiettata da menti sconvolte. E’ lui stesso, “carne e ossa” di prima, ma trasfigurato dalla potenza dello Spirito.
Il disegno di Dio (è questo il senso della parola “bisogna” tante volte ripetuta) contempla “il patire e risorgere” del Cristo e la predicazione a tutti i popoli della salvezza che si ottiene con la fede in lui.
Tutto questo è contenuto già nelle Scritture. Occorre, però, che sia il Risorto ad “aprirle” e così farle “comprendere” nel senso nuovo e vero.



Venerdì di Pasqua
Atti degli Apostoli
La predicazione degli apostoli ha una sua peculiarità. E’ testimonianza della risurrezione dai morti, o meglio, è testimonianza che Gesù è “il primogenito dai morti”: in lui soltanto c’è salvezza. Le persone credono all’annuncio e la chiesa cresce.
Vangelo di Giovanni
Viene presentata una nuova “manifestazione” di Gesù risorto.
Gesù risorto si rivela nella parola, che è comando di “gettare le reti”, cioè di annunciare. Obbedendo alla parola e “coi fianchi cinti” (operando), i discepoli sperimentano la presenza di Gesù. La “manifestazione” si compie, poi, nel pane dato e nei pesci.
Il banchetto imbandito da Gesù, banchetto che suggella l’obbedienza alla parola, è l’ultimo e definitivo manifestarsi di Gesù risorto, ma è anche il suo “continuo” essere presente nella vita del mondo.



Sabato di Pasqua
Atti degli Apostoli
L’identità degli apostoli è quella di “coloro che sono stati con Gesù”. A loro viene comandato di “non parlare ad alcuno in quel nome, nel nome di Gesù”. Essi però non possono tacere “quello che hanno visto e ascoltato”, cioè Gesù!
Vangelo di Marco
La costante della finale di Marco è l’affermazione che i discepoli “non credettero”. E la parola ultima (terza volta!) di Gesù è ancora un rimprovero: “Non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto”. Poi, Gesù manda nel mondo i suoi discepoli a “proclamare il vangelo ad ogni creatura”.
Per noi, oggi, vale lo stesso monito di Gesù: “credere a quelli che lo hanno visto risorto”.



Marco 9,1-13
Chi è Gesù? E’ il Cristo/Messia, ha detto Pietro (8,29). Cosa accadrà al Cristo/Messia? Sarà rifiutato e ucciso, ma dopo tre giorni risorgerà (8,31). Lo scandalo dei discepoli è forte (8,32).
“Sei giorni dopo” questi fatti, Gesù mostra ai discepoli (tre soltanto, “alcuni”) la sua vera natura nella luce della risurrezione.
Appare infatti in “vesti bianchissime”: segno della sua natura divina e della risurrezione. La Rivelazione/Scrittura, rappresentata da Mosè ed Elia, “conversa con lui”: la sua morte/risurrezione di Gesù è il centro del disegno di Dio.
Dio Padre (“nube e voce”) è con Gesù. Infatti è chiamato “il figlio e l’amato”. Anche i suoi discepoli debbono essere, stare con Gesù, anzi “ascoltarlo/seguirlo”.
La vita/missione di Gesù, poi, è stata prefigurata da Giovanni Battista, al quale “hanno fatto quello che hanno voluto, come sta scritto di lui”. La stessa cosa faranno al Cristo/Messia!



Marco 9,14-29
Di fronte a Gesù sta una “generazione incredula”, ma non contraria a lui: una generazione in mezzo alla quale Gesù “sta” e che deve … “portare”. Fino a quando? Fino alla morte!
Il demonio attacca e dà morte a questa generazione (povero ragazzo posseduto dal demonio).
Cosa fare? Credere in Gesù. Là dove c’è la fede in Gesù “tutto è possibile”.
La fede dell’umanità è fragile: va attivata e accresciuta da Gesù stesso. E allora, l’umanità, presa per mano da lui, passa dalla morte alla vita. Infatti, si alza e sta in piedi (risurrezione).
La cacciata del demonio non è frutto di tecniche, magie, riti o capacità personali … Il demonio si caccia “con la preghiera”, cioè invocando “con fede” il nome di Gesù. E’ Gesù stesso che opera!



Marco 9,30-41
Il passaggio di Gesù dalla Galilea non è più in funzione della predicazione a tutti, ma di una “scuola privata” ai discepoli in ordine al problema della morte e risurrezione del Cristo/Messia.
I discepoli non vogliono capire (“non interrogano”!) e quindi non capiscono. La prova? Essi discutono tra loro chi è il più grande!
La risposta di Gesù è data con un gesto profetico e una paroloa: prende un bambino, lo pone nel mezzo, lo abbraccia. Così deve fare chi vuole essere grande! Deve ricercare e accogliere non la potenza, ma la debolezza; non ciò che si impone (il primo), ma ciò che è disprezzato (bambino). Deve anche valorizzare ogni atto che dilata il bene: sia la cacciata dei demoni, sia il bicchiere d’acqua dato “perché siete di Cristo”.
C’è, dunque, un bene operato da “altri” che non sono discepoli, bene che Dio gradisce (“non perderà la sua ricompensa”) e che ritornerà a vantaggio dei discepoli stessi (“chi non è contro di noi è per noi”).



Marco 9,42-50
“I piccoli che credono in me” non sono i bambini in generale, ma i discepoli di Gesù.
Ebbene, non bisogna “scandalizzare”, cioè far deviare dal cammino di fede le persone che credono in Gesù. Possono essere delle azioni (“mano e piede”) che provocano la caduta. Possono essere dei progetti (“occhio”) che diventano scandalo.
Negativamente, occorre “tagliare”: togliere ciò che ostacola il cammino nel regno di Dio.
Positivamente, occorre farsi “salare col fuoco”: appartenere integralmente a Dio (come fossimo un sacrificio “salato”), e vivere nella pace (non in atteggiamenti che provocano scandalo o cadute nella comunità).



Marco 12,1-12
Il teatro dell’attività di Gesù si sposta dalla Galilea alla Giudea. Qui Gesù insegna “come era solito fare”; e anche qui “la folla accorre a lui”.
Arriva subito “la prova” da parte dei farisei. Si tratta del matrimonio. Poiché la legge di Mosè dà la possibilità, in casi particolari, di divorziare, Gesù cosa ne pensa? Da che parte sta nell’interpretazione della legge?
Gesù va oltre la legge (che era stata data per la durezza del cuore dell’uomo) per giungere “al principio”, alla volontà originaria di Dio: un uomo e una donna, per sempre in unità!
E’ una risposta bella, ma molto esigente! Ebbene, Gesù vuol significare che è questo il modo per essere suoi discepoli nella via del matrimonio. Il matrimonio, come è inteso da lui, è un momento della sequela nella via che porta a Gerusalemme (dono di sé nella croce).



Marco 10,13-22
Del regno di Dio, cioè di Gesù, bisogna “fidarsi” e quindi “affidarsi”. E’ questo il significato della parola: “Chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso”.
Un tale, invece, non si fida e non si affida. Gesù sta andando “per la strada”, cioè sta compiendo la volontà del Padre in un atto di totale abbandono e amore. A chi “corre incontro a Gesù” (come quel tale) e chiede “cosa fare per avere la vita eterna”, Gesù non può che rispondere: lascia tutto e vieni con me; fa quello che io faccio. Solo questo “ti manca”: manco io che sono “la tua vita”.
Per l’uomo, fare questo passo è impossibile, se non c’è su di lui, personalmente, lo sguardo di Gesù, il suo amore e la sua chiamata. Avverte troppo forte l’attaccamento ai beni e a se stesso. L’amore che Gesù ha per ciascuno di noi non violenta la nostra libertà. L’amore non si impone … Bisogna fidarsi “come un bambino”.



Marco 10,23-31
Dice Gesù: “Quanto è difficile, per quelli che possiedono beni, entrare nel regno di Dio!”. E’ una parola inusuale. Gli stessi discepoli sono “sconcertati”.
Come si entra, dunque, nel regno di Dio? In altre parole, come possono gli uomini “essere salvati”? Gli uomini, da se stessi, non hanno la capacità di “vendere tutto e seguire Gesù” nella via della croce, quindi è … “impossibile agli uomini”.
Ma, “a Dio tutto è possibile!”. E’ lui infatti che opera negli uomini il miracolo della sequela. Alla condizione, però, che facciano “come i bambini”, vale a dire che si fidino e si affidino a Gesù.
La prova concreta di questa “possibilità” è data dai discepoli stessi: essi hanno lasciato tutto e hanno seguito Gesù. “Lasciare tutto” e “ricevere cento volte tanto, insieme a persecuzioni” coincide col “farsi discepoli” entrando in una comunità, nella quale è “tutto comune” (Atti 4,32). [Non necessariamente farsi monaci o eremiti]



Marco 10,32-45
“Sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro”. Sgomento e paura invadono i discepoli e quanti lo seguono. Gesù tiene una nuova “catechesi” ai Dodici, dopo averli “presi in disparte”. Accomuna i discepoli alla sua vicenda di morte: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme”.
Ma i Dodici sono del tutto “fuori” da questa prospettiva. Giacomo e Giovanni, perché chiedono una posizione di comando, proprio a colui che depone, nella croce, ogni comando! Gli altri dieci, perché “si indignano con Giacomo e Giovanni”.
Dice Gesù: la prassi del “governo tra voi” (nella chiesa) è opposta a quella che vige nel mondo. Lo insegna e lo pratica Gesù per primo, egli che “non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.
Dunque, “governa” davvero chi serve e dà la propria vita!



Marco 10,46-52
Ai bordi della “strada” c’è un “non vedente” (cieco), che è anche “non possidente” (mendicante): un vero bisognoso.
L’uomo grida: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. E’ il riconoscimento di Gesù come Messia (Figlio di Davide) e del bisogno di essere salvato da lui.
Gli viene detto: “Gesù chiama te!”. Cosa vuole quest’uomo? Vuole “vedere di nuovo”. La risposta di Gesù è: Tu vedrai di nuovo, se avrai fede in me; anzi il vedere di nuovo è il credere in me. E allora, va’, la tua fede ti ha salvato!
Quell’uomo “vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada”. Frutto della fede è seguire Gesù.
Marco vuole dirci che quest’uomo è il vero discepolo: il salvato è e si fa discepolo di Gesù nella via della croce.



Marco 11,1-11
Gesù entra in Gerusalemme e nel Tempio. Le modalità dell’ingresso mostrano che egli è “il Signore” che instaura “il Regno che viene del nostro padre Davide”, e quindi è il Messia/Cristo atteso.
Ma Gesù cammina “nella strada” della croce! E’ “Signore”, ma povero! Non possiede infatti alcuna cavalcatura: la deve chiedere a prestito. I mantelli “nella strada” e le fronde sono il segno dell’accoglienza da parte dei poveri che seguono Gesù. Le loro parole annunciano Gesù come il Pellegrino/Messia.
“Entrò a Gerusalemme, nel tempio”. Lo sguardo attorno, l’ora tarda e la sua “uscita” verso Betania fanno presagire che l’incontro del Messia con la città di Gerusalemme e il tempio sarà drammatico e … ultimo!



Marco 11,12-25
Uscendo da Betania e andando nuovamente a Gerusalemme, Gesù compie un gesto che si traduce poi in un insegnamento per i discepoli. [Inutile e fuorviante è chiedersi come si fa a raccogliere fichi fuori dalla loro stagione].
Giunto a Gerusalemme, Gesù entra nel tempio (rappresentato dal fico che ha molte foglie, ma che non ha frutti). Con la cacciata di tutti fuori del tempio, Gesù vuole significare che il rapporto con Dio non è più veicolato da una economia di “mercato” o di scambio. La qual cosa poteva dar luogo a furbizie o furti!
Il tempio, invece, è la casa di Gesù: luogo di fede in lui e di preghiera. E’ un’affermazione messianica, fortemente accusatoria. I capi comprendono e lo vogliono uccidere!
I discepoli ritornano su caso del fico maledetto e seccato. Gesù completa l’insegnamento. Il tempio è casa di preghiera per tutti gli uomini e la preghiera fatta con fede ottiene la salvezza di tutti. Il tempio è anche la casa del perdono. Ebbene, la preghiera richiede (ottiene?) che ci sia il perdono reciproco.
Nuovo tempio, dunque, è la comunità che prega e perdona. Solo così otterrà il perdono di Dio.



Marco 11,27-33
Gesù va “per la terza volta” a Gerusalemme. “Camminava nel tempio” significa “insegnava nel tempio”.
Viene a lui una delegazione al più alto livello, una delegazione ufficiale: capi dei sacerdoti, scribi e anziani. Gesù aveva compiuto un gesto forte “da Messia”: aveva dichiarato finita l’economia del tempio di Gerusalemme (cacciata dal tempio) e aveva dato inizio ad una nuova economia, quella fondata sulla fede in lui e sulla sequela di lui .
“Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?”. La “non risposta” di Gesù vuole mettere in evidenza il fatto che essi non vogliono pensare e agire responsabilmente “davanti a Dio”, ma davanti agli uomini (consenso).
Non ha senso allora rispondere a chi ha “mala intenzione” e quindi non è interessato “veramente” alla risposta. In realtà, essi sanno bene con quale autorità Gesù agisce!



Marco 12,1-12
Il rapporto tra Gesù e i capi d’Israele è giunto alla rottura. Egli allora, pur continuando a rapportarsi con loro, “parla con parabole”.
La parabola della vigna suona denuncia forte contro di loro. I contadini non vogliono dare parte del raccolto, anzi uccidono gli inviati dal padrone.
Il ragionamento del padrone ha del paradossale, come paradossale è la morte di Gesù. E’ scritto: Ne aveva ancora uno, un figlio amato; lo inviò loro dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”.
Il figlio (Gesù) viene ucciso! Ma il padrone/Dio non abbandona il figlio amato. Gesù, risorto, sarà “la pietra d’angolo” per una nuova e definitiva costruzione: la comunità dei suoi discepoli.



Marco 12,13-17
“Tre questioni”. La prima è posta a Gesù dagli esponenti di due gruppi contrapposti: farisei ed erodiani. Il popolo giudeo paga il tributo a Cesare, l’imperatore romano pagano! E’ lecito o no pagare il tributo?
Gesù non si preoccupa della cosa in sé, ma della malizia o ipocrisia sottostante la questione. La cosa importante non è sapere se pagare o no il tributo (tutto fa pensare che il tributo debba essere pagato), ma uscire dalla situazione di ipocrisia, di malizia, in una parola, di indurimento nel rifiuto di Gesù.
“Dare a Dio quello che è di Dio” è, di fatto, appartenergli totalmente, lontano da ogni doppiezza o malvagità d’intenzione. L’ipocrita non dà a Dio quello che è di Dio.
Con questa risposta, Gesù mostra come si fa a “insegnare la via di Dio secondo verità”. Il popolo è ammirato!



Marco 12,18-27
I sadducei – alta classe sacerdotale – non credono nella risurrezione. Essi non trovano testimonianze certe di essa nella Legge di Mosè. Anzi, la Legge stessa sembra contraddire la risurrezione, quando chiede successivi legittimi matrimoni alla donna, là dove suo marito muore senza lasciare figli.
Gesù mostra innanzitutto “come” saremo nella risurrezione. Non avremo il problema della discendenza (e quindi non dovremo esercitare sesso come si fa nel matrimonio). “La potenza di Dio” ci trasformerà “come angeli nei cieli”. Vale a dire che non dovremo generare; cosa che, in questo mondo, l’uomo ha il comando di fare!
Mostra poi “che” risorgeremo, sulla base della Legge di Mosè. Dio si definisce: “ Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. Non dice “Io ero”, ma … “Io sono!”. Dunque Abramo, che sappiamo essere morto, risorgerà e vivrà! Dio “non è Dio dei morti, ma dei viventi”.
I sadducei “non conoscono le Scritture, né la potenza di Dio”.



Marco 12,28-37
Gli scribi erano coloro che scrutavano la Legge di Mosè e la insegnavano al popolo, applicandola alla vita concreta. Non sorprende la domanda fatta a Gesù: “Qual è il primo dei comandamenti?”. Come dire, l’anima di tutta la Legge.
La risposta è già nella Legge. Occorre riconoscere (“ascolta!”) che il Dio che ti ha liberato e ti parla è l’Unico: amalo, dunque, con tutto te stesso.
C’è poi una “copia” o una proiezione di questo comando: ama il prossimo tuo come te stesso.
Lo scriba capisce bene, anzi aggiunge che riconoscere l’unicità di Dio, con la conseguenza dell’amore per lui e per il prossimo, è il vero atto di culto (sacrificio). Questo scriba è sulla strada del regno!
Quale passo deve fare ancora per “entrare nel regno”? Deve riconoscere che Gesù, non solo è “Figlio di Davide”, quindi Messia, ma è “il mio Signore”, come aveva detto Davide.



Marco 12,38-44
Gli scribi non hanno più la capacità di “interrogare” Gesù. E allora è Gesù che continua a insegnare.
Egli mette in guardia la gente dagli scribi, i quali stanno “davanti a se stessi e agli uomini” e non “davanti a Dio”. Esaltano se stessi, con atteggiamenti sempre “da primato”. Purtroppo, hanno un primato anche in scelte di oppressione verso i poveri.
C’è poi un insegnamento particolare ai suoi che … “chiama a sé”, come quando vuole dire qualcosa di nuovo. La vedova povera “ha gettato tutto quello che aveva” nel tesoro del tempio, e quindi ha dato “più di tutti gli altri”.
Bartimeo “getta via il mantello”; questa vedova “getta tutto quello che ha”; Gesù getterà la sua vita per gli uomini.
Ha inizio l’ultimo tratto del vangelo (cc 13-15): la passione di Gesù.



Marco 13,1-13
“Mentre usciva dal tempio” … Dunque, il tempio è una economia finita, è “pietre e costruzione” destinate a non restare!
Il discorso (l’ultimo!) è fatto sul monte degli Ulivi, “di fronte” al tempio, quasi a dire di un “giudizio” del tempio.
Sorgono le domande dei discepoli: Quando sarà questo giudizio? Quale sarà il segno?
Il “quando” nessuno lo sa (13,32). Il “segno” è già presente, ed è dato dalla fragilità della storia: guerre, carestie, ecc.
Per il resto, Gesù non vuole rivelare “segreti”, ma esortare alla vigilanza/perseveranza. Ci saranno tempi duri per i discepoli: lotte, tradimenti … in famiglia! Ma saranno tempi di testimonianza. Infatti, il Vangelo sarà “annunciato a tutte le nazioni”.
Gesù così conclude: “Chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato”. La salvezza verrà, dunque, non dal “sapere” date e segni, ma dalla fede, intesa come sequela o attaccamento a Gesù.



Marco 13,14-23
“Io vi ho predetto tutto”. Non significa che il discepolo sa come andranno le cose punto per punto o momento per momento, ma semplicemente che è … “allertato”. Sa, cioè, che è suo compito vigilare, nella certezza della venuta del Signore.
Che tempi ci attendono? Apparirà “l’abominio della desolazione”, cioè l’apostasia che è trionfo dell’idolatria. “Giorni di tribolazione” per i discepoli. Giorni, però, di testimonianza, come è affermato velatamente nelle raccomandazioni: “fuggire sui monti” o “non tornare indietro” ….
Saranno “giorni abbreviati” dal Signore, per dare la possibilità ai discepoli di non cedere all’idolatria. Sorgeranno infatti, “falsi cristi e falsi profeti” che cercheranno di ingannare (allontanare da Cristo) gli eletti.
“Io ve l’ho detto: state attenti!”



Marco 13,24-37
“Dopo quella tribolazione”… Espressione che indica il tempo prossimo al ritorno del Signore. E’ il tempo in cui crollerà il “sistema mondo”: sole, luna, stelle e potenze nei cieli.
Allora “vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria”. Sarà il tempo del grande raduno di tutti gli eletti: tempo della vittoria, anche “visibile”, degli eletti!
La storia è come una grande attesa, storia evocata e impersonata da “questa generazione”, che sarà spettatrice di tutte le cose predette da Gesù.
Chiedersi il giorno e l’ora è fuori luogo. Importante è “vigilare”, cioè essere veri seguaci di Gesù. Il pericolo c’è, ed è quello di … addormentarsi come tutti gli altri!



Marco 14,1-9
Marco fa capire chiaramente che stiamo entrando nel cuore del Vangelo. Tutto quanto avvenuto e raccontato prende senso dalla Pasqua che si sta per celebrare (“ancora due giorni e poi Pasqua”). Ma che Pasqua sarà quella di Gesù? Sarà la sua vera rivelazione!
La passione morte di Gesù è accompagnata da un “congegno a inganno”, ma è accompagnata anche da un gesto di riconoscimento e amore. E’ questo gesto che ogni discepolo deve “ricordare” per … “capire” la morte di Gesù.
Una donna, a Betania, profuma Gesù con nardo purissimo e costosissimo. Il suo gesto è contestato come “perdita” o spreco. Un gesto fuori luogo.
E’ una “bella/buona azione verso di me” dice invece Gesù. Ella, come la vedova povera, ha dato quello che aveva, ha “perduto se stessa” per colui che “perderà se stesso” morendo per lei e per tutto il mondo.
Soltanto questa donna si pone nel modo giusto davanti alla morte di Gesù. “Dovunque sarà proclamato il vangelo” si dirà (“ricorderà”) quello che ha fatto lei. Si dirà, cioè, di “perdersi” per colui “si è perso per noi” nella morte.



Marco 14,10-21
La consegna di Gesù ai suoi avversari avviene tramite “uno dei Dodici”. Il Maligno aveva sviato il cuori di Giuda che, pur rimanendo fisicamente vicino a Gesù, ora “cerca come consegnarlo”.
I discepoli preparano la Pasqua, secondo le indicazioni di Gesù stesso. La stanza della cena era “una grande sala, arredata e già pronta”. E’ singolare: i discepoli preparano, ma … tutto è già pronto!
Chi è colui che consegna Gesù? “Uno di voi, colui che mangia con me … Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto”. Sono parole che rivelano, non tanto il personaggio, ma la prossimità, anzi la familiarità di colui che consegnerà Gesù. Non si tratta di un avversario, ma di uno che condivide amicizia e familiarità (“mangia con me”).
Il disegno di Dio (“sta scritto”) contempla la consegna di Gesù, ma “guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene consegnato”. Allora, e anche oggi!



Marco 14,22-31
“Mentre mangiavano”: è la Pasqua.
Gesù manifesta la novità della “sua” Pasqua. Questo pane … sono io! Questo sangue versato … sono io che morirò per molti (non solo per Israele).
Il linguaggio e il contesto richiamano “il sacrificio di alleanza” (cfr Esodo 24). Gesù, attraverso questo banchetto pasquale, annuncio la sua morte. Non solo, annuncia che la sua morte fa nascere la vera e definitiva alleanza di vita per molti (mondo intero).
L’annuncio della morte e della morte come vero “sacrificio” non è capito dai discepoli. Non è colto, cioè, come “disegno di Dio” per il bene del mondo. Quindi è rifiutato. Questo intende Gesù, quando dice: “Tutti rimarrete scandalizzati”.
Il segno del non voler capire il disegno di Dio e quindi del “rimanere scandalizzati” è la professione (da parte di tutti!) di adesione a Gesù, fino alla morte. Ma perché? Perché … egli non vada alla morte!



Marco 14,32-42
Il racconto di Gesù nell’agonia al Getsemani vuole insegnare come si deve “vegliare” nell’ora della “grande tribolazione”. Il racconto ha un ritmo ternario.
Primo momento. Gesù sente paura e angoscia, e chiede a tre discepoli di “restare e vegliare”. Ma sarà solo, anche nell’agonia! E’ davanti alla morte (calice). Chiede di essere “trasformato”, di accogliere, cioè, la volontà di Dio, chiamato Abbà/Papà.
Secondo momento. Gesù prega con le medesime parole. La “trasformazione” di Gesù in una persona abbandonata alla volontà del Padre si compie faticosamente. I discepoli (come sempre) restano “fuori” dal dramma.
Terzo momento. “Ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori”. Come dire: accetto di essere consegnato. “Alzatevi, andiamo!” è la parola che dà conto della “trasformazione” avvenuta in Gesù. La preghiera ha ottenuto tutto!



Marco 14,43-52
Giuda si avvicina a Gesù e lo bacia. Un gesto di accoglienza e amicizia (è questo il senso del bacio) diviene il segno che dà il via all’arresto di Gesù. Si tratta dunque di un grave peccato, perché simula amicizia per Gesù (il Maestro), in realtà lo consegna alla morte.
Gesù si lascia arrestare, senza opporre resistenza. Perché? Perché tutto quello che sta avvenendo, per quanto strano e brutto, è “secondo le Scritture”: realizza la volontà di Dio.
La cattiveria umana è al colmo, nel gruppo dei Dodici dilaga la paura. Tutti fuggono, anche chi è forte e giovane.
Gesù lo aveva detto: “Tutti rimarrete scandalizzati”. Chi non si scandalizza e resta in piedi per compiere la volontà di Dio è … solo Gesù!



Marco 14,53-65
Gesù viene condotto davanti al Sinedrio. “Davanti al Sinedrio” di Israele dà la grande, decisiva testimonianza su di sé. Mai l’aveva data con parole. La dà ora, nel momento in cui appare povero e perdente. “Io sono il Cristo, il Figlio del (Dio) Benedetto”. Annuncia anche la sua risurrezione e il giudizio che opererà su Israele. Per questo, il Sinedrio giudica Gesù come “bestemmiatore”. Lo condanna a morte e lo umilia, ridicolizzando la sua identità.
Gesù, dunque, viene condannato per le sue stesse parole, per aver detto che è Figlio di Dio, per aver affermato la verità e la fedeltà di Dio all’uomo. Le altre testimonianze non reggono. Gesù, infatti, non ha compiuto nulla per cui possa essere condannato. E’ lui stesso che provoca … la sua condanna!
Pietro, intanto, si porta nel punto più avanzato possibile: “fin dentro il palazzo del sommo sacerdote”.



Marco 14,66-72
Una giovane donna, una serva del sommo sacerdote richiama a Pietro il suo legame con Gesù: “Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù”.
Pietro nega. Incomincia a slegarsi e a dissociarsi dalla vicenda di Gesù, prima in modo generico: “Non so e non capisco che cosa dici”.
La donna richiama, poi, - e dopo di lei anche i presenti – il legame di Pietro con la comunità di Gesù: “Sei uno di loro”.
Nuova negazione. Anzi, Pietro “anatematizza” Gesù: lo dichiara fuori dalla sua vita, lo toglie dalla sua comunione. E questo lo fa attraverso un giuramento! Siamo alla “falsa testimonianza” di Pietro.
In questo modo, anche Pietro ha consegnato o tradito Gesù. Avrebbe dovuto consegnarsi con lui, ma non l’ha fatto. Per debolezza? Per paura? O forse anche per il rifiuto della morte di Gesù? (Vedi al riguardo 8,32; 9,5-6; 14,37).
Pietro, dunque, è peccatore! Il “pianto” è il riconoscimento del suo peccato. [La domanda esplicita di perdono la troviamo in Giovanni 21,17].



Marco 15,1-15
Gesù è stato giudicato “reo di morte”. E allora “subito, al mattino” i rappresentanti del popolo di Israele “lo consegnano ai pagani”, di fatto al prefetto romano Pilato.
Anche “davanti ai pagani” Gesù dà la sua testimonianza. Poi, di fronte alle false accuse, “non risponde nulla”. Cioè, accetta di andare alla morte.
I capi del popolo, ancora una volta, smentiscono il loro ruolo. Invece di chiedere la liberazione di un innocente (Gesù) incitano la folla a far liberare un omicida (Barabba).
Gesù “non ha fatto nulla di male” (si afferma), ma sarà “consegnato per essere crocifisso”. Egli stesso lo aveva annunciato. Ciò significa che egli accoglie la sofferenza e l’umiliazione subite nella flagellazione e, da ultimo, la morte. Vuole accogliere volontariamente e amorevolmente ogni sofferenza dell’uomo.



Marco 15,16-32
Più che sui dolori, l’evangelista fissa l’attenzione sua e nostra sull’umiliazione resa a Gesù. Possiamo chiamarla anche “profanazione”, cioè derisione e misconoscimento di quella identità che egli aveva proclamato davanti al Sinedrio (“Sono il Cristo, il Figlio di Dio”) e soprattutto davanti a Pilato (“Sono il re dei Giudei”). I soldati (pagani) “si fanno beffe di lui”.
Alla croce, Gesù va “con le sue vesti”, vale a dire, lui stesso e da se stesso.
Il papà (di due che poi diventeranno cristiani) fu costretto a portare la croce di Gesù. Questo vuol indicare, ancor più, la solitudine di Gesù: chi lo aiuta è “uno che passava”.
Golgota significa “luogo del cranio” e quindi luogo di morte. E’ qui che crocifiggono e danno la morte a Gesù.
Questo drammatico momento non è visto in se stesso, ma come adempimento delle Scritture e quindi come adempimento del disegno d’amore di Dio. Ce lo rivelano alcuni atti, come “la divisione delle vesti”, la derisione dei passanti che “scuotono il capo”, gli insulti che richiamano il salmo 22. Ma la ferita più grande è data dai capi dei sacerdoti e dagli scribi (Israele istituzionale) che dicono: “Il Cristo, il re d’Israele, scenda dalla croce, perché vediamo e crediamo!”.
Sulla croce e nella morte, Gesù è veramente il “segno di contraddizione”: proprio perché muore, i capi non credono in lui (si vede bene che è un malfattore!); e proprio perché muore, i discepoli saranno invitati a credere in lui (“Quest’uomo è veramente il Figlio di Dio”).



Marco 15,33-39
Il rifiuto di riconoscere Gesù come Cristo e Salvatore – e quindi il rifiuto di Dio che l’ha mandato – crea “buio su tutta la terra”, sebbene sia mezzogiorno (cfr Amos 8,9).
C’è ancora “contraddizione” riguardo a Gesù quando in croce prega Dio. Forse chiama Elia a inaugurare la fine dei tempi e la venuta del Messia? Forse quel poveraccio malfattore spera che Elia venga a salvarlo, visto che da solo non ce la fa?
Prima di morire, Gesù dà un forte grido, o meglio, “una voce alta e grande”: è la voce di tutta la creazione che aspetta la vita e la salvezza da Dio, e non da sé.
Due fenomeni, uniti tra di loro, accompagnano la morte di Gesù. Il primo viene da Dio stesso che “squarcia in due il velo del tempio, da cima a fondo”. Si vuole dire che con la morte di Gesù è aperto a tutti il passaggio al “Santo dei Santi”, cioè a Dio (cfr. Ebrei 10,19-20). Il secondo, conseguente al primo, viene da un uomo, un pagano. Il “modo” col quale Gesù è morto gli fa proclamare: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio”.
Dunque, il modo della morte di Gesù e la sua successiva proclamazione danno salvezza al mondo intero, non solo a Israele.



Marco 15,40-47
Davanti a Gesù morto stanno alcune donne che avevano seguito Gesù nella sua predicazione in Galilea e erano “salite con lui a Gerusalemme”. Esse, dunque, appartengono al gruppo dei discepoli di Gesù. Per il momento “osservano da lontano”.
L’intervento di Giuseppe d’Arimatea, che chiede il corpo di Gesù, vuole mostrare (oltre la sua attesa del regno di Dio) che Gesù è veramente morto. Di fatto, lo depone dalla croce, lo avvolge in un lenzuolo (sindone) mai usato da altri, lo pone in un sepolcro scavato nella roccia (il corpo di Gesù sarebbe finito in una fossa comune, se nessuno lo avesse richiesto). Infine, “fece rotolare una pietra all’ingresso del sepolcro”.
Sì, Gesù è veramente morto! Infatti è definitivamente… sepolto!
Continua l’osservazione delle donne: non perdono alcun movimento della vicenda di Gesù. Maria di Magdala e l’altra Maria ora “osservano dove veniva posto”.



Marco 16,1-8
Le donne non considerano ancora finito il loro “servizio” o la loro sequela nei confronti di Gesù. Appena terminato il sabato, di buon mattino, vanno al sepolcro “per ungerlo”. La pietra che chiudeva il sepolcro era “grande molto”. Qualcuno (!) l’aveva già rotolata via!
Un giovane vestito di una vesta bianca dà il primo fondamentale annuncio: “Non abbiate paura!” La parola vale per tutto il mondo: non deve avere paura. Perché? “Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E’ risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto”.
Il crocifisso è risorto! Il mondo non deve più avere paura perché la morte è stata “storicamente” vinta. Infatti, Gesù “non è qui, nel sepolcro/morte”: è risorto.
“Andate, dite ai suoi discepoli: vi precede in Galilea. Là lo vedrete”. Il risorto è vivo … a tal punto che cammina e “precede” gli apostoli in Galilea. “Là lo vedrete” significa innanzitutto che lo incontrerete come risorto, ma anche che farete esperienza della sua risurrezione nell’attività apostolica di annuncio.
Le donne, impaurite, “fuggono via dal sepolcro” e, “ per un momento”, non dicono niente a nessuno. L’annuncio gioioso della risurrezione non è … “l’avevo sempre detto!”. Il primo impatto è lo stupore. Di fronte ad una cosa mai successa e mai udita occorre “fare silenzio”. Il silenzio stupito è il primo modo per annunciare la novità assoluta della risurrezione. L’annuncio (che si deve fare!) è sempre preceduto, anzi accompagnato interiormente da “silenzio stupito”.



Marco 16,9-20
Il silenzio stupito o l’incapacità a dire la meraviglia della risurrezione (“le donne non dissero niente a nessuno perché erano impaurite”) deve lasciare il posto all’annuncio dato a “quelli che erano stati con Gesù ed erano in lutto e in pianto”.
Questi hanno una reazione riconducibile, più che al silenzio delle donne, ad un vero e proprio rifiuto. Infatti “udito che era stato visto da lei, non credettero”.
Gli Undici vengono rimproverati da Gesù risorto “per la loro incredulità e durezza di cuore”. Perché? “Perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto”. La fede o non fede si gioca sulla parola dei testimoni che annunciano la risurrezione di Gesù.
A questi … “increduli e duri di cuore” Gesù dà il compito di portare il Vangelo a ogni creatura!
E’ scritto poi di Gesù che “fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio”. Ma Gesù non è “lontano” dalla chiesa. Alla destra di Dio, egli è nella chiesa e “agisce insieme a lei”.
Cosa deve fare la chiesa? Proclamare il Vangelo a ogni creatura, annunciare la Parola che salva.
Cosa fa il Signore? “Agisce con lei” e “conferma la Parola” coi segni portatori di vita. Chi accoglie il Vangelo (crede) è salvato; chi rifiuta il Vangelo (non crede) è condannato.
“Partirono e predicarono dappertutto”.



Gioele 1
Gioele in ebraico significa “Jhwh è Dio”.
A Gioele è rivolta una “parola”, o meglio, è fatto notare un “avvenimento” su cui gli anziani (capi) debbono riflettere per convertirsi al Signore con tutto il popolo. L’avvenimento/parola si riferisce al tempo della mietitura. L’anno è stato un disastro mai udito!
Le cavallette, raffigurate come “nazione potente e innumerevole”, hanno devastato tutto: alberi, vigne, grano … Il culto stesso, per mancanza di offerte e libagioni, è diventato impraticabile. Così che Gioele può dire: “E’ venuta a mancare la gioia tra i figli dell’uomo”. Davvero, è giunto “il giorno del Signore”.
Con questa espressione non si vuol dire che il mondo sta finendo, ma che Dio è presente nell’avvenimento: attraverso di esso parla, agisce e quindi chiede di essere riconosciuto in un atto concreto che si chiama conversione.
Infatti, non è il culto (tra l’altro impossibilitato a celebrarsi) che risolverà la faccenda, ma il digiuno vero, la penitenza e la convocazione di un’assemblea orante.



Gioele 2,1-27
“Grande è il giorno del Signore”.
Continua la descrizione di un evento tremendo che ha portato morte al popolo: non più cibo, acqua, luce, vita …
Le cavallette (“cavalleria inarrestabile”) sono simbolo di un sovvertimento cosmico, che ha avuto il momento culminante nella distruzione di Gerusalemme e poi nell’esilio. Questo evento viene identificato e descritto come “giorno del Signore”.
Cosa fare? Bisogna “lacerare il cuore”, cioè cambiare modo di pensare e agire. Ritornare al Signore, a partire da una solenne, ma vera, domanda di perdono.
Il Signore allora interverrà, “risponderà” al suo popolo. “Mangerete in abbondanza … loderete il nome del Signore, vostro Dio, che in mezzo a voi ha fatto meraviglie … Riconoscerete che io sono in mezzo a Israele, e che io sono il Signore, vostro Dio, e non ce ne sono altri”.



Gioele 3,1-4,21
Sul popolo perdonato viene effuso lo Spirito. Lo stesso Spirito porta tutti quanti (da tutto il mondo!) a invocare il nome del Signore: così facendo verrà la salvezza e il Signore regnerà in Sion.
I popoli che contrastano il Signore e il suo popolo sono giudicati nella valle del giudizio (valle di Giosafat). Giuda invece è salvato, poiché Dio (finalmente e definitivamente) abiterà col suo popolo, in Gerusalemme.
Questa parola/profezia si realizzerà pienamente nella Pentecoste cristiana (Atti 2). Lo Spirito scese sui discepoli e li rese capaci di testimoniare Gesù in Gerusalemme e fino ai confini del mondo. In Cristo e col dono dello Spirito è giunto “il giorno del Signore”.



1 Corinzi 1,1-9
Paolo, chiamato a essere apostolo da Dio stesso, e il fratello (nella fede) Sostene salutano la comunità dei discepoli che è a Corinto. Essa viene chiamata ed è “chiesa di Dio”, cioè assemblea o comunità di persone “convocate\" dalla parola del vangelo.
Non solo convocate, ma “sante”, cioè accolte nell’amicizia di Dio per il fatto che invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo (per il fatto dunque che credono in Gesù Cristo).
Il saluto, più che un augurio di circostanza, è un riconoscimento di un dono. Diventa ringraziamento per il fatto che Dio Padre mostra a voi il suo favore (grazia) e così vi dona la pace. Tutto ciò avviene per opera di Gesù Cristo.
Ai Corinzi è giunto il dono della “parola e della conoscenza”. Cioè, avendo ricevuto il vangelo/parola hanno conosciuto Dio. E che cos’è il vangelo/parola? E’ “la testimonianza di (su) Gesù”. Quando è accolta, essa arricchisce i Corinzi di ogni dono, rende saldi sino alla fine. Soprattutto pone le persone nella “comunione con il Figlio Gesù Cristo”.



1 Corinzi 1,10-25
Dopo il saluto e il ringraziamento a Dio, viene l’esortazione ai fratelli ad essere “in perfetta unione di pensiero e di sentire”.
Nella chiesa a Corinto ci sono discordie, nate da pretese “appartenenze”: “Io sono di Paolo, io di Apollo, io di Cefa, e io di Cristo”.
Il Cristo risorto e capo della chiesa è forse “diviso”, composto di tanti “pezzettini”? O non è piuttosto “un solo corpo”? E’ soltanto lui che è morto per tutti, e non Paolo o altri! E’ quindi “in Cristo” che i discepoli sono stati battezzati: da lui hanno salvezza. Ma nella chiesa c’è chi fa adepti con propri discorsi e con la propria sapienza.
Paolo invece segue un’altra strada, quella della “parola della croce”, cioè la predicazione che il Salvatore è Cristo, quello crocifisso e morto per noi.
La parola della croce non è un messaggio di sapienza mondana. Il mondo infatti si scandalizza di fronte alla croce/morte di Cristo. Per il mondo la parola della croce, cioè la predicazione apostolica, è stoltezza e viene rifiutata.
Ma la parola della croce ha cambiato tutto! In essa si esplicano e vengono donate la potenza di Dio e la sapienza di Dio, per la salvezza di tutti: Giudei e Greci. Stolto, quindi, è colui che la rifiuta; sapiente è colui che l’accoglie.



1 Corinzi 1,26-2,5
Dio, nel chiamare alla salvezza i Corinzi, non ha tenuto conto della loro sapienza, del loro studio, della loro filosofia. Ha semplicemente fatto annunciare (evangelizzare) suo Figlio, Cristo Gesù crocifisso: è lui la sapienza, la giustizia, la santificazione e la redenzione del mondo. Quindi, ogni “vanto” va riferito non all’uomo, ma a Cristo!
Questo è, appunto, ciò che ha fatto Paolo a Corinto (e ovunque). Egli non ha voluto sapere altro che “Gesù Cristo, Cristo crocifisso”. Si è presentato non con la forza del suo pensiero o della sua cultura, ma nella povertà della sua testimonianza.
Proprio per questo, entra in scena il grande testimone che è lo Spirito. Egli è potenza di trasformazione. Fa nascere il corpo di Cristo, la comunità dei santificati e redenti da Cristo: comunità povera e ricca nello stesso tempo, perché la sua fede è fondata sulla potenza di Dio (lo Spirito) e non sulla sapienza dell’uomo.



1 Corinzi 2,6-16
La stoltezza del cristiano diviene sapienza in Cristo, e la povertà del cristiano diviene “perfezione” o completezza nell’accoglienza del dono.
La sapienza dei “perfetti” (parola che sta per “cristiani che hanno aderito pienamente a Cristo e vi rimangono uniti”) non è la sapienza di questo mondo e dei suoi dominatori. E’ invece sapienza di Dio. Essa viene donata da Dio attraverso il suo Spirito che “conosce bene ogni cosa” e quindi conosce Dio e ciò che egli ha donato.
E cosa ha donato Dio? Ha donato Gesù, il suo Figlio. Gesù è stato crocifisso, ma è il Signore della gloria, è la Sapienza di Dio, è Dio con noi. Questo è “il mistero nascosto” e ora rivelato ai “perfetti”.
Da solo, l’uomo non può giungere alla comprensione del “mistero”. Mistero è “il crocifisso”. Che, cioè, il pensare e l’agire di Dio (il suo disegno) si siano rivelati nella follia di una croce e di un “crocifisso”! Noi cristiani, però, abbiamo ricevuto lo Spirito e, con esso, siamo entrati nel “mistero” di Dio. Abbiamo infatti ” il pensiero di Cristo”, cioè siamo in comunione con lui.



1 Corinzi 3,1-21
I cristiani di Corinto quanto al dono di Dio (che è lo Spirito) sono “spirituali”, ma quanto alla vita (la loro condotta abituale) sono “carnali”, vivono cioè alla maniera di tutti gli uomini che non hanno conosciuto la sapienza di Dio (Cristo). Sono come degli infanti non sviluppati! La riprova è che tra loro ci sono divisioni e discordie.
Cosa sta succedendo? Si attaccano ai ministri e non al Signore. Paolo e Apollo sono dei servi/ministri: piantano, irrigano … ma è Dio che fa crescere. E’ a Dio, dunque, che bisogna attaccarsi: lui è “il vanto” dei cristiani, non gli uomini (Paolo, Apollo, ecc.).
I cristiani sono come un campo, o meglio, sono il tempio. Fondamento del tempio santo è Cristo stesso, costruttori sono gli annunciatori del vangelo. Stiano attenti i costruttori come costruiscono. Non si allontanino da Cristo, unico fondamento. Ma stiano attenti anche “i costruiti”. Non si attacchino ai vari costruttori. Questi sono “al servizio” del tempio, che è la comunità. Essa è di Cristo e Cristo è di Dio.
Il riferimento, dunque, va fatto a Dio e non agli uomini/servi. Perché allora le divisioni a motivo degli uomini/servi?



1 Corinzi 4,1-7
In modo sintetico, Paolo definisce l’apostolo e l’apostolato.
L’apostolo è “servo di Cristo e amministratore dei misteri di Dio”. Non deve vivere e agire per captare un qualche consenso dal popolo, ma deve essere fedele a Colui che l’ha mandato e gli ha dato il compito di “amministrare i misteri di Dio”.
Gli stessi Corinzi non debbono “giudicare” gli apostoli, schierandosi per l’uno (perché piace) o rifiutando l’altro (perché non piace). Sarà il Signore a giudicare, e lo farà al suo ritorno.
Debbono stare, invece, a ciò che “è scritto”, cioè stare a Dio e al suo volere (“sta scritto”).
E il volere di Dio è che l’apostolo sia considerato non un fondatore cui devotamente assoggettarsi, ma un “servo di Cristo”. E’ Cristo che dona la vita nuova. Quanto uno possiede lo ha ricevuto da Cristo. Perché allora te ne vanti? L’orgoglio del possesso crea divisione nella comunità, e fa nascere giudizi e contrapposizioni.



1 Corinzi 4,8-21
L’orgoglio di una parte dei Corinzi si esprime in una scelta sbagliata: quella di pensare e agire fuori o contro il vangelo predicato da Paolo e dagli apostoli.
L’aspetto, la parola, la vicenda storica dell’apostolo … tutto depone a suo sfavore. Infatti, egli è debole e disprezzato, si affatica, sopporta, conforta quando è calunniato. E’ considerato come “spazzatura del mondo, rifiuto di tutti”.
Eppure è padre, e non semplicemente un pedagogo che prescrive disciplina. E’ padre perché “ha generato in Cristo mediante il vangelo”.
L’apostolo supplica con questa richiesta: “Diventate miei imitatori”. Vale a dire: state legati al vangelo e al modo in cui ve l’ho annunciato. Non correte dietro a chi si atteggia a maestro (ha tante parole!), ma non vive nei fatti il vangelo.



1 Corinzi 5,1-13
Aveva detto Paolo: “Il regno di Dio non consiste in parole, ma in potenza”.
Manifestino ora i Corinzi la potenza che viene dallo Spirito e prendano provvedimenti decisi su una questione spinosa. Infatti, un membro della comunità vive in stato di immoralità (porneia).
Come mai la comunità non reagisce? Come mai non si affligge in stato penitenziale? Perché è gonfia di orgoglio, si sente superiore a tutti e a tutto: banalizza o ritiene di poco contro questa situazione.
La comunità, invece, deve operare un “giudizio”. Unita spiritualmente all’apostolo, si raccolga nel nome e con la potenza del Signore Gesù. Metta fuori dalla comunità (scomunichi) quel tale: sarà questa la penitenza che “rovinerà la sua carne”! Se accetterà, sarà salvato nel giorno del Signore.
Ma perché essere così decisi col male? Perché il male ha grande potenza di dilatazione.
I cristiani hanno già celebrato la loro Pasqua in Cristo: sono pasta nuova e non possono vivere più come prima. Non si debbono quindi mescolare coi fratelli cristiani che permangono orgogliosamente in situazioni cattive (avarizia, idolatria, maldicenza, furto, ubriachezza …). Da questi tali non c’è niente da imparare, e quindi bisogna tenerli alla larga!




1 Corinizi 6,1-11
Un altro caso di cui certamente non merita vantarsi: “Uno di voi è in lite con un altro e osa appellarsi al giudizio degli ingiusti anziché dei santi”. Per ingiusti si intende i pagani.
E’ già una sconfitta per un credente in Cristo avere una lite con un altro credente. Cristo ha insegnato ad accettare ingiustizia, piuttosto che commetterla; ad essere privati di ciò che ci appartiene, piuttosto che rubare (Mt 5,39).
Ma se proprio un giudizio deve esserci, è la comunità dei santi che deve procedere, e non un tribunale pagano.
In ogni caso, il problema non è a chi “appellarsi”, ma che le cose cattive non vanno fatte, e basta!
Un tempo, anche i cristiani erano in situazioni di vizio incallito, ma poi sono stati “lavati, santificati, giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio”. Perché ricadono in ciò che la grazia di Dio ha vinto?
I peccatori che non si convertono (vedi l’elenco dei versetti 9 e 10) non erediteranno il regno di Dio.



1 Corinzi 6,12-20
Un altro ammonimento di Paolo: “State lontano dall’impurità”.
La città di Corinto conosceva bene la piaga dei disordini sessuali, in particolare la prostituzione. Alcuni cristiani non si erano distaccati da vizi relativi alla gestione del proprio corpo.
Dicevano: “Tutto è lecito!”, sostenendo nei fatti che la sfera corporea sfugge alla novità del vangelo: si può fare tutto, perché il corpo è nostro, e Dio non tiene conto di quello che facciamo col corpo.
Paolo risponde che non è così. “Il corpo è per il Signore” ed è già introdotto nel disegno della risurrezione. Col battesimo “i nostri corpi sono membra di Cristo”. E’ un peccato grave prendere nostre membra e farne un “corpo solo” con le prostitute. Col battesimo “il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo”. Non apparteniamo più a noi stessi, siamo stati comprati a caro prezzo da Dio: “Glorificate dunque Dio nel vostro corpo”.



1 Corinzi 7,1-9
I Corinzi hanno fatto anche domande scritte all’apostolo. Paolo risponde, punto per punto, entrando in una casistica per noi non sempre nota. Di qui, la difficoltà di interpretazioni particolari.
Due persone sposate - ecco il primo quesito – fanno bene a non avere rapporti sessuali? Fanno bene, però debbono stare attenti a non cadere nell’immoralità (forme varie di evasione). Quindi, “il marito dia alla moglie ciò che le è dovuto; ugualmente anche la moglie al marito”.
Continua l’apostolo: “Non rifiutatevi l’un l’altro, se non di comune accordo (sinfonia!) e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera”. Così dicendo, non sta dando un comando. Anzi, prospetta una situazione nuova in cui non si dà più esercizio di rapporto sessuale marito/moglie, situazione che lui vive, già al presente (“vorrei che tutti fossero come me”).
Aggiunge però che la vita coniugale è “un dono (carisma!) che uno riceve da Dio”.



1 Corinzi 7,10-24
A livello di consiglio, Paolo dice ai cristiani non sposati e alle vedove di “rimanere come sono”; ma se non hanno intenzione di vivere nella continenza o dominio di sé quanto all’esercizio del sesso, si sposino.
Ai cristiani sposati non viene dato un consiglio, ma un “precetto” che viene dal Signore: la moglie non si separi dal marito, e il marito non ripudi la moglie. Se la coppia, invece, è “mista” (lei crede e lui no o viceversa) stiano assieme: c’è una grazia di comunione tra gli sposi! Ma se il non credente vuole separarsi, lo faccia. La parte credente, però, è libera. Dio infatti “ci ha chiamati alla pace”.
Al di là dei casi particolari, l’insegnamento dell’apostolo suona così: “Ciascuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato”. La fede rinnova l’uomo dall’interno e non a partire dal cambiamento delle situazioni esterne: sia la circoncisione, sia la schiavitù, sia altro …
Il cristiano è stato “comprato a prezzo”: appartiene al Signore, sia come giudeo, sia come schiavo, sia come sposato o non sposato. Il fondamento cui riferirsi non è la condizione sociale o religiosa, ma Cristo Signore. La nuova identità è l’essere e appartenere a Cristo, e questa identità la si può vivere in qualsiasi condizione sociale.



1 Corinzi 7,25-40
Quanto alle vergini, cosa dice l’apostolo? Il Signore non ha ordinato nulla a riguardo, e allora Paolo risponde proponendo il suo modo di vedere, dando un “suo consiglio”.
Poiché il Signore “ha abbreviato il tempo”, poiché il Signore “è vicino” ed è soltanto lui l’assoluto della nostra vita, è bene non attaccarsi ad un tipo di vita rispetto a un altro. L’importante è “restare fedeli al Signore, senza distrazioni”.
Certo chi è sposato, dovendo gestirsi in una situazione che è “di passaggio”, dovendo immergersi “in questo mondo”, correrà rischi maggiori di … “distrazione”.
Paolo consiglia di non perdere in alcun modo l’orientamento fondamentale verso il Signore. Chiede di non vivere le singole situazioni (matrimonio, vedovanza, impegni vari …) con l’animo di chi le vuole egoisticamente “possedere”.
Tu sei già stato “posseduto” dall’amore del Signore! Non lasciarti incantare o fagocitare dalle “cose che passano”. Cerca la via che ti tiene più unito al Signore.



1 Corinzi 8,1-13
Altra domanda. Cosa fare della carne già offerta agli idoli e poi messa a disposizione di tutti al mercato? I cristiani ne possono mangiare?
Innanzitutto c’è un problema di “conoscenza” (gnosi). I cristiani “sanno” che c’è un solo Dio (e quindi non ci sono altri dèi), e che c’è un solo Signore, Gesù Cristo (e quindi c’è un solo Salvatore).
Ma non basta “conoscere”, non basta la gnosi. La conoscenza riempie d’orgoglio; va quindi accompagnata dall’amore. Soltanto l’amore edifica/costruisce la comunità.
Concretamente allora: se il mio mangiare carne immolata agli idoli fa vacillare (scandalizza) la fede di un mio fratello cristiano “per il quale Cristo è morto”, io mi asterrò dal mangiare quella carne.
La libertà o “autorità” che i cristiani hanno non deve diventare occasione di caduta per gli altri.
Occorre dunque mettere bene in ordine tre parole: conoscenza, libertà/autorità e amore.



1 Corinzi 9,1-14
Si deve rinunciare al proprio diritto, se l’affermazione di questo diritto viene a intralciare il bene degli altri e il vangelo di Cristo.
Paolo presenta il suo caso. E’ libero in Cristo, è apostolo, ha veduto il Signore. La comunità è “la sua opera”, frutto del suo lavoro. Non ha forse diritto, come tutti gli altri apostoli, di essere sostenuto materialmente dalla comunità che ha generato col lavoro del vangelo?
La Sacra Scrittura stessa dice che chi semina beni spirituali (annuncia il vangelo) ha diritto di raccogliere beni materiali (essere sostenuto dalla comunità). Lo stesso Signore (Gesù) ha disposto che quelli che annunciano il vangelo vivano del vangelo.
Paolo (e altri con lui) dice: “Noi non abbiamo voluto servirci di questo diritto, ma tutto sopportiamo per non mettere ostacoli al vangelo di Cristo”.
Come si vede la polemica è contro coloro che, nella vita comunitaria, fanno prevalere la propria personale “conoscenza” e non l’amore. La conoscenza gonfia d’orgoglio e disgrega la comunità, mentre l’amore edifica, cioè costruisce!



1 Corinzi 9,15-27
La Sacra Scrittura, e anche Cristo concedono diritti a chi lavora nel campo di Dio.
Paolo ha accettato di annunciare il vangelo. E’ dunque come un operaio del vangelo: quale ricompensa o salario riceverà? Egli vuole annunciare il vangelo gratuitamente, non accampando il diritto di essere sostenuto dalla comunità.
“Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe anch’io”. Rinuncia a tutto quello che può essere di ostacolo nell’annuncio del vangelo, fosse anche una cosa buona per lui o un suo diritto. E’ come un atleta che corre nello stadio. L’atleta rinuncia a tante cose buone, tratta se stesso duramente, mette a tacere tanti suoi diritti … per correre e sperare di vincere la gara.
L’apostolo mette tutto il suo impegno nel farsi “servo di tutti”. Non ha in vista se stesso, ma gli altri. Vuole soltanto accogliere il vangelo, lui e tutti gli altri. Per questo si toglie di dosso ogni ostacolo che intralcia il vangelo.
Il “suo guadagno”? Che le persone accolgano Cristo. Questo è vero servizio e vero amore!



1 Corinzi 10,14-22
Come motivare il comando dato (v. 14) di “stare lontano dall’idolatria”? Cioè, come evitare il ritorno alla “vita di prima”? Va ricordato che segno qualificante della “vita di prima” sono le divisioni e le discordie all’interno della comunità.
“Il calice della benedizione” è comunione con il sangue di Cristo, “il pane che spezziamo” è comunione con il corpo di Cristo. Coloro che partecipano all’unico pane sono “un corpo solo”.
Prima conseguenza. Non debbono partecipare ai banchetti dei pagani. Chi celebra il rendimento di grazie (Eucaristia) appartiene totalmente a Cristo. Perché voler “ingelosire” Cristo col ritorno all’idolatria, cioè col ritorno ad un’altra appartenenza, che è quella dei demoni?
Seconda conseguenza. I cristiani non debbono essere divisi tra di loro poiché sono “un corpo solo”.



1 Corinzi 10,23-33
Il problema è l’idolatria in cui possono ricadere i cristiani. Ad essa è collegato strettamente il problema della “gelosia” di Dio.
Il cristiano deve dare risposta a queste tre domande: “A chi appartengo, io?”. E anche: “Con quello che faccio, cosa mi propongo? Infine: “Se, col mio comportamento, metto in crisi la coscienza degli altri, cosa devo fare?”.
Ti devi sempre chiedere, dice l’Apostolo, se quello che fai “rende gloria a Dio”, cioè, fa crescere la comunità. Sforzati di “piacere a tutti in tutto”, sforzati di far crescere la comunità, e non fermarti all’affermazione del tuo diritto. Non cercare il tuo interesse, e basta!
Paolo ha dato l’esempio di tutto questo, pertanto chiede di essere imitato (11,1).



1 Corinzi 11,1-16



1 Corinzi 1,1-16
I Corinzi sono lodati da Paolo perché conservano le tradizioni da lui trasmesse. Non tutte, però. Infatti non rispettano la tradizione della chiesa di Gerusalemme, che prescrive alle donne sposate di portare il velo mentre pregano o profetizzano nell’assemblea liturgica.
All’interno del matrimonio (e quindi anche nell’assemblea liturgica) c’è una configurazione particolare o sacramentalità: capo del marito è Cristo e capo della moglie è il marito. Tutto poi fa riferimento a Dio, perché “capo di Cristo è Dio”.
“Capo” non significa superiore o persona più importante, ma colui al quale si deve fare riferimento in atteggiamento di accolta sottomissione.
Ebbene, la moglie che prega o profetizza nell’assemblea metta il velo sul capo. Il velo (come i capelli) è il suo ornamento, il segno della sua autorità, il suo “titolo” per poter pregare o profetizzare.
Questa è la tradizione che Paolo ha trasmesso, avendola ricevuta dalla chiesa di Gerusalemme. Accoglierla è creare un clima di pace e non di insubordinazione o contestazione all’interno dell’assemblea liturgica.
In definitiva, è quest’ultima cosa che preme all’apostolo.



Luca 1,57-66.80
Grande gioia per la nascita di Giovanni!
Il compito del padre Zaccaria (dare il nome) viene assolto dalla madre, poiché il padre è “muto” a motivo della sua incredulità di fronte alla parola dell’angelo.
Il bambino, al saluto di Maria (e quindi di Gesù!) aveva “sussultato di gioia” nel grembo della madre Elisabetta. Era apparso subito orientato ad altro, a qualcosa di ”nuovo”. Il suo nome, dunque, deve essere “nuovo” e non quello del suo padre incredulo.
Ma quando il padre scrive che “Giovanni è il suo nome”, allora subito gli si scioglie la lingua e benedice Dio. L’Antico Testamento, anche nella sua identità di “scrittura”, aprendosi alla novità, adempie finalmente la sua funzione che è quella di dire la “novità” Cristo.
Del bambino si dice: “Che sarà mai questo bambino?”. Non sarà un sacerdote dell’antica alleanza, ma un profeta della novità che è Gesù Cristo.



1 Corinzi 11,17-34
Un’altra situazione che contraddice la “tradizione” trasmessa da Paolo si riferisce alla “cena del Signore”.
Quando i Corinzi si radunano e si costituiscono come assemblea/chiesa, emergono scismi/divisioni. Queste devono essere superate, poiché si tratta di una “prova”. Purtroppo non avviene così.
Le divisioni non solo emergono, ma creano giudizi e umiliazioni: ognuno mangia il proprio pasto e resta chiuso nel proprio interesse. Non sa “aspettare”, accogliere il fratello.
Non è questa la “tradizione” trasmessa dall’apostolo. Il pane che viene spezzato è “il corpo del Signore Gesù”: corpo accogliente … fino ad essere “per voi”, cioè donato a voi nella morte! Il calice è “la nuova alleanza nel mio sangue”. Quindi, “mangiare e bere” significa unirsi alla morte del Signore, alla sua vita “accogliente e donata”.
E’ mai possibile che uno si isoli, si chiuda, mangi il proprio pasto e non riconosca “il corpo del Signore”? E’ mai possibile che non riconosca quanto ha fatto il Signore: la sua morte per noi? Non riconosca che la chiesa radunata è “il suo corpo”?
L’istruzione di Paolo, allora, è questa “aspettatevi gli uni gli altri”. Il ché vuol dire accogliersi fraternamente, poiché siamo “corpo del Signore”.



1 Corinzi 12,1-11
Altra domanda posta a Paolo: Come dobbiamo esprimerci nella preghiera e nella vita cristiana? Cosa dire dei doni dello Spirito?
Lo Spirito opera un coinvolgimento o “trascinamento” che non può non far esclamare: “Gesù è Signore!”. Il dono spirituale fondamentale, dunque, è la retta conoscenza o fede in Gesù riconosciuto come “Signore”.
Questo dono della fede in Gesù Signore si manifesta, poi, come grazie/carismi, opera dello Spirito; come servizi/diaconie, opera del Signore; come attività energie, opera di Dio.
Tutti quanti i cristiani ricevono una “manifestazione dello Spirito”. A che scopo? “Per l’utilità”, cioè per il bene comune. Lo Spirito dona tante “manifestazioni”: guarigioni, linguaggio di conoscenza … Però, non a uno solo, ma“distribuendole a ciascuno come vuole”.



1 Corinzi 12,12-31
Nel battesimo tutti sono stati dissetati da un solo Spirito, e tutti sono stati costituiti “in un solo corpo”. Ma il corpo è formato da molte membra, cioè da “differenze”. Le differenze però non tolgono l’appartenenza all’unico corpo. Anzi, attestano il reciproco bisogno ed esigono il reciproco aiuto.
Cosa ha disposto Dio nella chiesa, che è il suo corpo? Ha disposto le cose in modo che non ci siano divisioni o “scismi”, ma una cura attenta tra le membra.
Per questo Dio ha costituito innanzitutto le persone: apostoli, profeti e maestri. E poi le attività: guarigioni, governo, assistenza …
Ognuno deve scegliere il dono che Dio ha predisposto per lui, chiedendo “i doni più grandi”.



Matteo 16,13-19
Cosa dice la gente del Figlio dell’uomo, di Gesù?
Le risposte non sono univoche, anche se tutte danno conto del legame di Gesù con gli “ultimi tempi” o tempi del regno di Dio.
La risposta di Pietro è “perfetta”: “Tu sei il Cristo/Messia, il Figlio del Dio vivente”. E’ frutto di una rivelazione del Padre. Solo il Padre conosce il Figlio Gesù. Il Padre lo rivela a Pietro, che raffigura “i piccoli”, tutti i credenti in Gesù.
L’accoglienza della rivelazione del Padre fa di Pietro una “pietra/roccia” su cui è edificata la casa/chiesa. Nella chiesa c’è possibilità di vita, attraverso il ministero di Pietro e degli apostoli.



1 Corinzi 12,31-13,13
Dopo aver esortato a “cercare i doni più grandi”, l’apostolo indica “la via” o condotta nella quale tutti debbono “camminare”. E’ la via dell’amore, “più grande” di qualsiasi dono.
Il confronto è tra i carismi e “l’amore che rimane”. Dono delle lingue, della profezia, della fede che fa miracoli, dell’assistenza … chi li possiede, senza avere l’amore, è frastuono e nulla!
Ma “cosa è” l’amore? Per capirlo, bisogna vedere “cosa fa”. Non invidia, non è orgoglioso, non cerca il proprio interesse, non va in collera e perdona: “Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.
I carismi scompariranno, perché appartengono a una “struttura” ancora imperfetta. Struttura, però, che va verso la maturità e pienezza. Ebbene, la maturità o pienezza o perfezione è rappresentata e poi vissuta “nell’amore che rimane”.
L’amore, dunque, deve essere la nota caratteristica o “la via”, non di alcuni (come avviene per i carismi), ma di tutti i credenti in Cristo.



1 Corinzi 14,1-25
I doni (carismi) più grandi vanno cercati “con zelo o ardore” (12,31;14,1), mentre l’amore va cercato “con determinazione e costante impegno” (14,1).
Tra i carismi, il dono più grande è la profezia: parola di esortazione e conforto rivolta agli uomini per edificare o “costruire l’assemblea/chiesa”. Anzi, tutti i carismi sono dati “per la costruzione dell’assemblea/chiesa”.
Il “parlare in lingue”, che è una pura lode a Dio, deve lasciare il posto ad un “parlare per istruire” le persone che sono nella chiesa/assemblea. Mentre il “parlare in lingue” è un segno soltanto per chi non crede, il “parlare per l’istruzione” è un segno per chi crede (perché lo edifica), e porta a credere quelli che ancora non sono giunti alla fede.



1 Corinzi 14,26-40
All’apostolo era stato chiesto quale condotta tenere riguardo ai carismi (12,1ss).
Dopo le indicazioni generali e la manifestazione della “via” che è l’amore, egli scende a indicazioni più particolari, non senza aver ricordato ancora il dato fondamentale: “Tutto avvenga per l’edificazione”.
Chi ha il dono delle lingue parli soltanto se qualcuno le interpreta. Chi ha il dono della profezia faccia pure i suoi interventi di esortazione, ma tutto avvenga sotto la guida degli altri profeti e di Dio, che non è “Dio di disordine, ma di pace”. Le donne sposate che profetizzano lo facciano col capo coperto (non seguano la loro istintiva eccentricità), altrimenti “tacciano nell’assemblea e imparino a casa dai loro mariti”.
A conclusione, Paolo ricorda che l’andamento della vita comunitaria, soprattutto riguardo alla preghiera comunitaria, è soggetto all’apostolo. Le comunità non vivono di vita autonoma, perché non si sono generate da se stesse. “Da voi, forse, è partita la parola di Dio?”
Occorre, dunque, vivere nella comunione delle chiese e nell’ordine.



1 Corinzi 15,1-11
Ormai al termine della lettera, Paolo sente il bisogno di proclamare in modo esplicito e sintetico il Vangelo (qualcuno infatti contesta la risurrezione).
Il Vangelo è la Parola ricevuta, è la Parola nella quale bisogna rimanere saldi, è la Parola che dona salvezza.
Questa Parola è stata trasmessa e quindi “si riceve”. Va accolta e custodita nella sua gratuità e totalità, senza selezioni di sorta.
Il Vangelo/Parola è questo: Cristo è morto (di morte vera, per questo si aggiunge che è stato sepolto) per i nostri peccati secondo le Scritture (disegno di Dio); Cristo è risorto secondo le Scritture.
Della risurrezione, Cristo ha dato testimonianza a Cefa e ai Dodici, e a Paolo stesso che era come un aborto (un morto che dava morte alla chiesa).
Ora Paolo è apostolo, per la grazia di Dio. Proclama “questo” Vangelo, in comunione con la chiesa. “Questo” Vangelo va creduto e accolto in pienezza.



1 Corinzi 15,12-34
La novità cristiana è la risurrezione di Cristo, proclamata unitariamente dalla chiesa apostolica.
Ma Cristo risorto è “primizia di coloro che sono morti (noi)”. Vale a dire che egli è “capo” o principio di vita per tutti coloro che sono morti.
Se si nega la nostra risurrezione, si nega anche la risurrezione di Cristo. E, negando la risurrezione di Cristo, tutto rimane nella “vuotezza o inefficacia”. E’ vuoto l’annuncio (è nulla e non produce nulla!) ed è vuota la fede, che è risposta all’annuncio. La conclusione è che è vuota/nulla la salvezza: noi non siamo salvi, ma rimaniamo nei nostri peccati.
Certo, noi vediamo “regnare” la morte. Ma Cristo è all’opera e, proprio nella nostra morte, annienterà … la morte, che è “ultimo nemico”!
La certezza della risurrezione dà grande speranza e forza: sia a quelli che già sono morti, sia a quelli che annunciano il vangelo nella fatica e nella tribolazione. Perché andare ogni giorno incontro alla morte? Come non abbattersi negli insuccessi mondani … se non sapessimo che risorgiamo?



1 Corinzi 15,35-50
Dunque, i morti risorgeranno. “Ma come risorgeranno? Con quale corpo verranno?”. Non è un domanda vera, ma una contestazione!
La risurrezione (ecco lo scandalo!) deve essere preceduta dalla morte. Come il seme, che non prende vita se prima non muore.
E’ Dio stesso che darà un corpo ad ognuno: un corpo incorruttibile, glorioso, potente e spirituale.
C’è un uomo (noi) che viene dalla terra (Adamo/terra) e fatto di terra; c’è un uomo che viene dal cielo. Noi, che abbiamo portato l’immagine dell’uomo “terreno”, porteremo anche l’immagine dell’uomo “celeste”.
“La carne e sangue”, cioè, noi “fatti come siamo” non possiamo ereditare il regno di Dio. Ci sarà un intervento “trasformatore” di Dio.



1 Corinzi 16,1-12
All’apostolo era stata posta un’ultima domanda. Riguardava la colletta a favore dei “santi”, i cristiani della Giudea.
Paolo richiama uno stile seguito da lui ovunque: ogni primo giorno della settimana, si raccolga ciò che ognuno è disposto a dare. La domenica (primo giorno della settimana e ricordo della risurrezione) è il giorno dell’assemblea liturgica. E’ il giorno della “grazia” di Dio. Ebbene, i Corinzi facciano questa “grazia” ai loro fratelli della Giudea.
Il progetto di Paolo è di passare dalla Macedonia e fermarsi a Corinto, un po’ di tempo. Poi, ripartire ancora! Intanto starà ad Efeso, dove il Signore gli “ha aperto una grande porta”.
Ciò che guida l’apostolo Paolo è sempre il primato del Vangelo. Egli è il servo del Vangelo e la sua vita ruota attorno ad esso.



1 Corinzi 16,13-24
“Vigilate, state saldi nella fede, comportatevi in modo virile, siate forti”. Un’ultima ammonizione sembra voler riassumere adeguatamente la lettera: “Tutto si faccia tra voi nella carità”.
La famiglia/casa di Stefanas è “la primizia”: i primi credenti dell’Acaia. Poiché hanno dedicato se stessi al servizio dei santi, siate loro sottomessi; come a tutti coloro che operano e faticano per il vangelo.
Un’altra famiglia/casa (Aquila e Prisca), assieme alle chiese dell’Asia, saluta i Corinzi.
Un richiamo ancora all’amore. “Anàtema/maledetto” chi non ama il Signore! La vera maledizione, e quindi ciò che distacca dal Signore, è il non amarlo!
Paolo, peraltro, conclude: “Il mio amore con tutti voi in Cristo Gesù”.



Rut 1,1-22
Il racconto si colloca “al tempo dei giudici” (1) quando cioè non esisteva ancora il regno di Giuda. Il libricino sembra rispondere alla domanda: com’è nato il regno di Davide? Come deve essere il regno? Chi vi appartiene? Che cosa avverrà a questo regno?
L’avvio della storia è a Betlemme. Poi, per ragioni di carestia, ci troviamo emigrati in un paese “nemico”, Moab.
La storia si incentra su un’ebrea, Noemi. Ha due nuore moabite, ma non ha discendenza. Noemi è l’icona della tristezza e della povertà. Una delle due nuore, Rut, vuole stare con Noemi che si era messa in cammino “per tornare nel paese di Giuda”.
Mite e forte è la sua determinazione. Rivolta all’ebrea Noemi dice: “Dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio”.
Noemi e Rut giungono a Betlemme nel tempo della mietitura. Sono in grande povertà.



Rut 2,1-23
La situazione di precarietà introduce Rut, la straniera, nel lavoro stagionale.
Nel tempo della mietitura, i più poveri tra i poveri avevano il permesso di spigolare nei campi.
Rut “lavora” nei campi di Booz, uno dei parenti di Noemi. Egli, in quanto parente stretto, aveva il diritto di riscatto nei confronti dei beni perduti di Noemi.
Le parole di Booz a Rut richiamano il motivo di fondo di tutto il libretto: “Hai abbandonato tuo padre, tua madre e la tua patria per venire presso gente che prima non conoscevi. Il Signore, sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti, ti ripaghi di questa buona azione”.
La straniera avrà spazio nel popolo d’Israele, e avrà una grande ricompensa: da lei verrà Davide e da Davide il Messia.
Intanto Rut continua a spigolare, giorno dopo giorno, sotto la protezione di Booz.



Rut 3,1-18
Noemi, suocera della straniera Rut, ha un progetto ben chiaro: unire Rut a Booz, suo parente avente diritto di riscatto. Da questa unione sarebbe nata una discendenza che avrebbe portato il nome del figlio che era morto senza discendenza.
La via per ottenere questo comporta dei rischi, ma bisogna osare! In una notte di festa, Rut si propone umilmente e audacemente come sposa a Booz.
In questo, mostra di riconoscere la legge di Mosè e di accogliere uno stile di vita conforme ad essa. Sempre di più si inserisce in un popolo che non è il suo, accoglie un Dio che non è quello del suo popolo, accetta abitudini di vita che non sono sue!



Rut 4,1-22
Un parente di Noemi, avente il diritto di riscatto dei beni di Noemi, vuole esercitare tale diritto per accrescere il suo patrimonio. Ma non vuole dare discendenza al fratello morto. Ci rimetterebbe! E così non accetta.
Booz, invece, accetta di “riscattare” i beni di Noemi. Concretamente, sposa la straniera Rut e le dà un figlio. Questo figlio (e non Booz che è il vero padre) erediterà tutti i beni del morto. Così la generazione prosegue, “non scompare il nome del defunto”.
Obed, il figlio nato a Rut la straniera, è il nonno di Davide, re d’Israele.
Nella “generazione” di Davide c’è sangue straniero, come sarà anche nella “generazione” di Gesù, il vero Messia.



1 Samuele 1
Ci accingiamo a seguire la storia di Israele. E’ storia della regalità di Dio, espressa nella “mala regalità” dei re che si sono susseguiti fino all’esilio di Babilonia.
Terminava così il libro dei Giudici: “In quel tempo non c’era un re in Israele; ognuno faceva come gli sembrava bene” (21,25).
La storia dei re ha inizio dalla sterilità di una donna, dal suo pianto, dal suo abbandono a Dio espresso in un “voto”: Dio, se mi darai un figlio, io lo darò a te.
Anna “concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuele”. Samuele viene consegnato al Signore, al servizio del tempio che allora si trovava a Silo. Egli è “richiesto per il Signore” e lo sarà per tutta la vita.
Dio dunque regnerà attraverso il profeta e giudice Samuele. Ma Samuele non è un re!



1 Samuele 2,1-11
La lode che Anna rivolge al Signore non rispecchia più tanto la sua situazione di donna esaudita e gratificata, ma la situazione di tutto Israele. E’ Israele che loda e prega! Così è e così deve essere per ogni vera preghiera.
A Samuele, figlio di Anna, Israele chiederà un re. La risposta, anticipata in questo canto, suona come profezia. Sì, “Dio darà forza al suo re e innalzerà la potenza del suo Consacrato/Messia” (10).
Ma il re vorrà vivere all’ombra di Dio, o vorrà fare “il forte” di testa sua? Sarà umile o superbo? Sarà fedele a Dio o vorrà “prevalere con la sua forza”?
Anna “la sterile che partorisce sette volte” e “la donna ricca di figli che è sfiorita” diventano due immagini del popolo d’Israele e del re che guiderà il popolo. Il re si affiderà al Signore quale “donna sterile”, o si sentirà forte quale “donna ricca di figli”?



1 Samuele 2,12-36
C’è una progressione nel male nei figli di Eli, sacerdote del tempio: avidità quanto ai sacrifici offerti dal popolo e corruzione quanto a vita sessuale. In sostanza, la loro condotta è “praticamente” idolatra, non gradita al Signore.
Invece, c’è una progressione nel bene in Samuele:”Il fanciullo cresceva presso il Signore … Il giovane Samuele andava crescendo ed era gradito al Signore e agli uomini”.
Un uomo di Dio (un profeta) annuncia a Eli la fine del “servizio liturgico” della sua famiglia. [Va ricordato che il servizio nel tempio era ereditario]. La famiglia di Eli non “servirà” più il Signore nel culto d’Israele.
Il motivo? “Avete calpestato i miei sacrifici e le mie offerte … Vi siete pasciuti con le primizie di ogni offerta d’Israele mio popolo”. In una parola, “avete disprezzato il Signore”.



1 Samuele 3
“La parola del Signore era rara in quei giorni”.
Questa espressione mostra chiaramente qual è il filo conduttore della storia d’Israele: non le persone, non le istituzioni, non i progetti umani …, ma unicamente la Parola di Dio.
L’uomo, cosa deve fare? Lo rivela il testo, nella figura di Samuele. L’uomo deve dire, non solo “eccomi”, ma “parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”.
Poi l’uomo, divenuto “profeta”, deve fedelmente trasmettere la parola ricevuta, senza timore. Così, appunto, ha fatto Samuele!
Il testo continua: “Samuele crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole”.
Importante è la conclusione: “Tutto Israele seppe che Samuele era stato costituito profeta del Signore … Il Signore si rivelava a Samuele a Silo con la sua parola”. E’, dunque, la parola di Dio che guida la storia!
Nel caso presente, la parola (attraverso il profeta) annuncia che il peccato dei figli di Eli non sarà espiato, se non con la loro disfatta.



1 Samuele 4
La guida del popolo d’Israele è la Parola di Dio, nella persona del profeta che l’accoglie e la trasmette (Samuele). Ma il bene prezioso che Israele possiede, o meglio, il segno visibile della Parola è “l’arca dell’alleanza del Signore”, custodita a Silo.
Israele viene sconfitto dai Filistei. Solo in quel momento … “pensa” all’arca! Ragiona così: Se viene in mezzo a noi, ci libererà dai nemici. E’ un pensiero buono, ma non funziona!
Israele è sconfitto, i due figli di Eli sono uccisi. Ma ciò che dà costernazione e anche morte (Eli e sua nuora muoiono!) è la notizia: “L’arca di Dio è stata presa”.
Un bimbo, nato in quel momento, porterà un nome emblematico: “Icabod”, cioè “se n’è andata da Israele la Gloria (Dio)”.
Dunque, l’arca del Signore non è un feticcio o un idolo di cui ci si serve a piacimento!



1 Samuele 5
L’arca dell’alleanza è il segno della presenza e dell’azione di Dio nella storia d’Israele.
Israele non la può “possedere” o strumentalizzare. Sarebbe magia o feticismo! I popoli (nel caso, i Filistei) non la possono equiparare o “sottomettere” alle loro divinità. Il Dio d’Israele non è un qualsiasi trofeo di vittoria. Meno che meno sopporta di essere sottomesso agli altri dèi!
Per questo, la divinità filistea dal nome Dagon “cade con la faccia a terra davanti all’arca del Signore”.
Quello che Israele non ha fatto, quello che non stanno facendo i Filistei … lo fa Dagon!
Questa verità va fatta capire con segni. Ecco, allora, che i Filistei sono colpiti da disgrazie varie e, pian piano, “capiscono” la lezione! Cercano, pertanto, di rimandare l’arca che, in mezzo a loro, sta diventando strumento di morte.
Dunque, nessuno può “catturare” Dio e i segni della sua presenza!



1 Samuele 6,1-7,1
La “cattura” dell’arca da parte dei Filistei viene equiparata alla situazione degli Israeliti in Egitto, quando furono “catturati” da Faraone e ridotti in schiavitù. Occorre (questo dicono gli stessi indovini!) non ostinarsi e “lasciarli andare”.
Non solo. Gli Israeliti vanno anche “arricchiti” con doni di riparazione, esattamente come era successo all’uscita dall’Egitto.
Ma l’arca del Signore non è un oggetto qualsiasi, fosse pure santo. Dopo la grande gioia e i sacrifici offerti, gli abitanti di Bet Semes vengono “colpiti”, perché avevano “guardato nell’arca del Signore”. Una sorta di ricognizione o ispezione per prenderne possesso. E’ sempre questo il rischio che corre Israele o, comunque, il credente.
L’arca non va “ispezionata”, ma semplicemente “custodita”, come fa Abinadab nella sua casa.



1 Samuele 7,2-17
L’arca del Signore era ritornata presso Israele, ma i Filistei continuavano a tenere schiavi gli Ebrei. Perché questo? Perché Israele non aveva ancora deciso, nei fatti, di seguire il Signore, ma conservava tradizioni e culti idolatrici.
Samuele, profeta e giudice, richiama all’ordine: “Se è proprio di tutto cuore che voi tornate al Signore, eliminate da voi tutti gli dèi stranieri … Indirizzate il vostro cuore al Signore e servite lui, lui solo, ed egli vi libererà dalla mano dei Filistei”.
Era questo il modo col quale Samuele esercitava il ruolo di giudice: aiutava il popolo a ritornare al Signore, con la preghiera, con l’esortazione e soprattutto con l’esempio della vita.



1 Samuele 8,1-22
Il compito del giudice, e quindi di colui che governa, è riassunto nell’opera compiuta da Samuele: visitare il popolo una volta all’anno, emettere sentenze giuste alla luce della parola di Dio, costruzione di altari (preghiera). Questo “quadro ideale” non è possibile trasferirlo automaticamente ai propri discendenti. I figli di Samuele in fatti non sanno o non vogliono governare correttamente.
La richiesta del popolo è: “Stabilisci per noi un re che sia nostro giudice, come avviene per tutti i popoli”.
Dietro a questa richiesta, lecita, sta il peccato di ribellione a Dio, che Israele si trascina dall’uscita dall’Egitto. In realtà, dice Dio: “Hanno abbandonato me per seguire altri dèi”.
La domanda di un re - resa plausibile dalla constatazione che certo i doni di Dio non vengono mai meno, ma sono nelle mani sue, ed egli li elargisce quando e come vuole – nasconde e palesa l’antico peccato di non fiducia/infedeltà: rifiuto di Dio per essere come gli altri uomini.
Se un re ci dovrà essere - è bene che Israele lo sappia in partenza - sarà come tutti i re di questo mondo: non un servo, ma un padrone!



1 Samuele 9,1-27
Il capitolo appena letto sottolinea cosa “nasconde” la richiesta di un re. Nasconde e manifesta l’antico peccato di ribellione che sta nel profondo delle scelte umane. E’ un discernimento spirituale dello scrittore ispirato.
D’ora in poi, invece, si narra come “storicamente” si è giunti alla regalità. Il popolo “grida” al Signore, e il Signore “guarda/visita” il suo popolo. Di Saul si dice infatti: “Salverà il mio popolo dalle mani dei Filistei”.
In realtà, la guida di Israele è ancora nelle mani dell’uomo di Dio, Samuele. Egli compie tre azioni.
“Unge/consacra” Saul come capo del popolo di Israele. Indica a Saul quanto deve fare, cioè gli comunica la parola di Dio. Infine, lo introduce con onore nel culto sacrificale.
Saul è alto e bello più di tutti, ma appartiene alla “più piccola” tribù di Israele (Beniamino) e alla “più piccola” famiglia della tribù (Kis).
La scelta di Dio va sempre nella direzione di ciò che è “più piccolo”.



1 Samuele 10,1-27
Saul viene consacrato re dal profeta Samuele. Tre segni in successione confermano l’opera di Dio. Conclusione: “Dio sarà con te”, ma “Tu dovrai essere disponibile a Dio”.
E’ proprio quest’ultima parola che aprirà la “crisi” di Saul e di tutti i re successori.
Saul è chiamato ad essere soggetto al profeta, cioè alla parola di Dio. Dice infatti Samuele a Saul: “Sette giorni aspetterai, finché io verrò da te e ti indicherò quello che dovrai fare”.
Davanti a tutto il popolo, Samuele unge re Saul, non senza avere richiamato ciò che sta “nascosto” nella richiesta di avere un re: “Voi oggi avete ripudiato Dio”. Di fatto, storicamente, “Saul si collocò in mezzo al popolo”.
Saul è re, ma qualcuno già lo disprezza.



1Sam 11,1-15
Uomini perversi avevano detto di Saul:\" potra\' forse salvarci costui?\" E lo disprezzarono. L\'episodio di oggi mostra che Dio salva Israele proprio attraverso Saul, il consacrato. Gli abitanti di Galaad \"gridano\" per essere salvati dagli Ammoniti. Saul interviene, poiche\' \" lo spirito di Dio irruppe su di lui\". C\'e\' grande vittoria! La vittoria da\' gioia. Non \"apre\" invece alla vendetta sui perversi che hanno disprezzato Saul, come vorrebbero alcuni. Saul con Samuele e tutto Israele fa festa davanti a Dio, in Galgala: e\' la sua solenne consacrazione come re.


1Sam 11,1-15
Uomini perversi avevano detto di Saul: \"potra\' forse salvarci costui?\" E lo disprezzarono. L\'episodio di oggi mostra che Dio salva Israele proprio attraverso Saul, il consacrato. Gli abitanti di Galaad \"gridano\" per essere salvati dagli Ammoniti. Saul interviene, poiche\' \" lo spirito di Dio irruppe su di lui\". C\'e\' grande vittoria! La vittoria da\' gioia. Non \"apre\" invece alla vendetta sui perversi che hanno disprezzato Saul, come vorrebbero alcuni. Saul con Samuele e tutto Israele fa festa davanti a Dio, in Galgala: e\' la sua solenne consacrazione come re.


1Sam 11,1-15
Uomini perversi avevano detto di Saul: \"potraà forse salvarci costui?\" E lo disprezzarono. L\'episodio di oggi mostra che Dio salva Israele proprio attraverso Saul, il consacrato. Gli abitanti di Galaad \"gridano\" per essere salvati dagli Ammoniti. Saul interviene, poichè \"lo spirito di Dio irruppe su di lui\". C\'è grande vittoria! La vittoria dà gioia. Non \"apre\" invece alla vendetta sui perversi che hanno disprezzato Saul, come vorrebbero alcuni. Saul con Samuele e tutto Israele fa festa davanti a Dio, in Galgala: è la sua solenne consacrazione come re.


1Sam 11,1-15
Uomini perversi avevano detto di Saul: \"potrà forse salvarci costui?\" E lo disprezzarono. L\'episodio di oggi mostra che Dio salva Israele proprio attraverso Saul, il consacrato. Gli abitanti di Galaad \"gridano\" per essere salvati dagli Ammoniti. Saul interviene, poichè \"lo spirito di Dio irruppe su di lui\". C\'è grande vittoria! La vittoria dà gioia. Non \"apre\" invece alla vendetta sui perversi che hanno disprezzato Saul, come vorrebbero alcuni. Saul con Samuele e tutto Israele fa festa davanti a Dio, in Galgala: è la sua solenne consacrazione come re.


1Sam 12,1-25
Samuele si sta congedando dal servizio a Dio e a Israele. Il popolo riconosce che il suo servizio e\' stato totale e senza interessi, come deve essere per ogni profeta, giudice o uomo di Dio. Samuele ricorda due cose al popolo. Primo. Dio ha sempre salvato il suo popolo dai nemici, rispondendo al suo \"grido\". Perche\' ora non ha \"gridato\", ma ha preteso di avere un re? Secondo. Il re e il popolo debbono ascoltare la voce del Signore. Solo facendo cosi\' avranno salvezza. La forza del popolo e del re non sta\' nelle loro capacita\', ma nella fiducia in Dio e nell\'obbedienza a lui solo. Dio e\' ricco di misericordia: non abbandonera\' il suo popolo. Perche? \"A causa del suo grande nome, perche\' il Signore ha deciso di fare di voi il suo popolo\". E\' Dio solo che conduce Israele.


1Sam 13,1-23
Saul incomincia subito con coraggio la sua attivita\' di re, ed e\' scontro immediato coi Filistei, popolo che tiene in soggezione gli Ebrei. Purtroppo agisce in modo pragmatico, secondo \"la ragion di stato\" (che equivale al proprio interesse) e non secondo \"la ragion di Dio\". Trovandosi in difficolta\', a rischio di perdere il popolo, assume lui stesso la funzione sacerdotale, e offre a Dio un sacrificio. Avrebbe invece dovuto aspettare Samuele e seguire le indicazioni dell\'uomo di Dio. Saul non ha fatto cosi\', e Dio gli comunica che lo toglie dal regno. Il motivo vero glielo dice Samuele: \" non hai osservato quanto ti aveva comandato il Signore\".


1Sam 14,1-35
\"Il Signore in quel giorno salvò Israele\", e lo salvò per mano di Gionata che agì fidandosi unicamente di Dio. E\' Dio infatti che ha operato la salvezza gettando \"il terrore divino\" sui nemici. Saul invece, per portare a termine \"la sua vendetta\", fa affidamento sulle sue forze. Costringe con giuramento il popolo a non prendere cibo fino al termine dell\'impresa. E poi, al fine di \"perdonare\" il popolo che ha peccato nel consumare il bottino in modo non rispettoso delle norme rituali, assume il ruolo di sacerdote, ruolo che non spettava a lui.


1Sam 14,36-52
Gionata ha violato, senza essere a conoscenza, un giuramento fatto da suo padre Saul, che vuole proseguire nell\'impresa di depredare i Filistei. Da che parte sta Dio? Dio non da\' risposta alla richiesta del sacerdote. Dunque non e\' d\'accordo con questa impresa! Ma Saul va avanti e, pur di vincere, e\' disposto a sopprimere il \"colpevole\", che e\' ... suo figlio Gionata! Ma il popolo riconosce che \"Dio ha operato con Gionata\" e ha dato una grande vittoria in Israele. Cosi\', \"riscatta\" Gionata dalla morte. Intanto Saul continua a compiere imprese coraggiose. Ma, e\' questo quello che vuole Dio?


1Sam 15
Cio\' che si deve cogliere in questa drammatica pagina non e\' l\'ordine di \"sterminio per il Signore\" o anatema, ma la disobbedienza di Saul all\'ordine del Signore.
La vittoria sul nemico, il popolo degli Amaleciti, si trasforma in \"vanto personale\" del re, con attaccamento al bottino. L\'offerta di esso che Saul vuole fare al Signore, non copre e non toglie il peccato di disobbedienza alla parola di Dio. L\'offerta che piace al Signore e\' l\'obbedienza alla sua parola.
Poiche\' Saul ha rigettato la parola del Signore, il Signore ha rigettato Saul.


1 Samuele 16,1-13
Incomincia la storia di Davide. Il segno è questa parola del Signore: “Ho ripudiato Saul perché non regni più su Israele … Mi sono scelto un re tra i figli di Iesse”. Sarà il profeta Samuele a “ungere” o consacrare il nuovo re.
Su chi cade la scelta di Dio? Sul “più piccolo” della famiglia di Iesse. Non su un guerriero, ma su uno che “sta a pascolare il gregge”. Il futuro re infatti dovrà avere la nota del pastore che guida il popolo e non del condottiero che guide alle guerre.
Davide è unto re “in mezzo ai suoi fratelli” e non “sopra i suoi fratelli”. Dovrà essere, cioè, un servo di Dio in mezzo e a favore del popolo, non un padrone.
L’unzione fa “irrompere su di lui lo spirito del Signore”. Colui che è unto/consacrato viene trasformato.



1 Samuele 16,14-23
Lo spirito del Signore si era ritirato da Saul, non per un’arbitrarietà di Dio, ma perché Saul si era allontanato da lui con la sua disobbedienza, vale a dire con un modo autonomo di gestire il regno.
Ora, tutta la sua vita è “turbata”: sregolata, dissociata, impaurita, “stressata” ….
Avanza allora la figura di Davide. Egli è ricco di tutti i doni, perché il Signore è con lui. “Sa suonare ed è forte e coraggioso, abile nelle armi, saggio di parole, di bell’aspetto, e il Signore era con lui”. Silenziosamente ma progressivamente prende il posto del re!
Il primo passo è rappresentato dal dono di “calmare” Saul e riportarlo al giusto esercizio dell’autorità nel regno.



1 Samuele 17,1-37
Il senso di questo noto episodio è tutto nelle parole dei contendenti.
Golia, gigante filisteo, dice: “Oggi ho sfidato le schiere d’Israele”, vale a dire Dio stesso che guida Israele.
Davide risponde: “Il Signore che mi ha liberato dalle unghie del leone e dalle unghie dell’orso, mi libererà anche dalla mani di questo filisteo”.
Golia è un orgoglioso uomo di guerra. Davide è un pastore, abituato a difendere il gregge dai pericoli. Uno ha fiducia in se stesso e nella sua forza, l’altro ha fiducia in Dio e nella forza che viene soltanto da lui.



Marco 9,2-10
Trasfigurazione del Signore.
Chi è Gesù? La risposta viene dalla Voce di Dio Padre sul Monte: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo”.
Chi è che rivela progressivamente Gesù? E’ la Sacra Scrittura (Mosè e i Profeti).
Questo Gesù viene annunciato dagli apostoli: “Vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo”.
Gesù, che va alla morte per la salvezza del mondo, è da accogliere e da seguire: “Ascoltatelo”.



1 Samuele 17,38-58
Preceduto da uno scudiero e armato di lancia, spada e asta, il Filisteo “disprezza” Davide perché è un ragazzo. Anzi, “lo maledice in nome dei suoi dèi”.
Solo e senz’armatura, munito soltanto di fionda e pietre, Davide così risponde all’orgoglio del Filisteo: “Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d’Israele, che tu hai sfidato … Il Signore non salva per mezzo della spada e della lancia …Tutta la terra saprà che vi è un Dio in Israele”.
“Con la fionda e la pietra” Davide affronta il Filisteo. “Lo uccise, benché non avesse spada”.
E’ la vittoria di Dio e di chi confida in lui.



1 Samuele 18,1-30
Dopo la vittoria contro il filisteo Golia inizia di fatto l’ascesa di Davide al trono.
Per diventare re, Davide dovrà superare molte “prove” o persecuzioni, ma Dio sarà sempre con lui.
Intanto Gionata, figlio di Saul, si lega in amicizia con Davide: “lo amava come se stesso”. Le imprese belliche, affidate da Saul a Davide, riescono sempre. In Saul nasce la paura. Si era accorto che “il Signore era con Davide”: farà di tutto per eliminarlo!
Ma , “Davide divenne famoso”.



1 Samuele 19,1-24
Saul comunica a Gionata, suo figlio, e ai suoi ministri la decisione di uccidere Davide. Ha paura di lui, perché vede che “il Signore era con Davide” …e non più con lui!
Gionata, legato a Davide da grande amicizia, intercede per lui. Ottiene soltanto enfatiche promesse dal padre, subito smentite da atti inconsulti e violenti. Ormai Davide è visto da Saul come “nemico”, e tutto si svolgerà di conseguenza!
Inizia, così, il racconto della grande fuga di Davide o, per meglio dire, il racconto della sua “prova/persecuzione”.
Nessuno, però, può “catturare” Davide. E’ piuttosto lo Spirito di Dio che “cattura” gli inviati. Saul stesso “crollò e restò nudo tutto quel giorno e tutta la notte”.



1 Samuele 20,1-42
Gionata figlio di Saul, già legato con Davide da un “patto del Signore”, espone la sua vita per difendere l’amico e futuro re: mostra così il suo amore per Davide. E’ lo stesso amore che Dio mostra per il suo popolo! Gionata preferisce Davide, piuttosto che il regno. Saul mostra l’odio e non l’amore.
Gionata vive col padre Saul, ne scruta le intenzioni, lo vuole dissuadere dall’uccidere Davide. Rischia la vita per lui! Commenta la Scrittura: “Gionata voleva bene a Davide e lo amava come se stesso”.
Il distacco tra i due è siglato da “bacio e pianto”. Commenta ancora la Scrittura: “Il Signore sia tra me e te, tra la mia e la tua discendenza per sempre”.
In questo modo (proprio attraverso Gionata!) anche la casa di Saul ottiene salvezza!



1 Samuele 21,1-16
“Davide si alzò e se ne andò”.
Le prove di Davide hanno come elemento di fondo l’essere “ramingo”, e quindi l’essere esposto ad eventi che egli non può guidare. E’ già un consacrato del Signore, ma la sua vita è quella di un povero e di un perseguitato.
Infatti è uno che ha fame (riceve i pani dell’offerta dal sacerdote di Nob) e uno che non ha armi o difese (riceve la spada di Golia).
Ma è anche uno che fa uso di bugie e strattagemmi per celare la sua vera situazione! Infatti, si mostra “pazzo” davanti ad Achis re di Gat in Filistea.
Certamente, la clandestinità o la status di rifugiato creano situazioni di grandi prove e rischi per Davide.



1 Samuele 22,1-23
“Davide partì di là e si rifugiò nella grotta di Adullam”. E’ un altro momento di “prova”, segnato da vita errabonda e braccata, potremmo dire, da vita di “esilio”.
Molti però si uniscono a Davide, specie i suoi parenti e “quanti erano nei guai, quelli che avevano dei debiti e tutti gli scontenti, ed egli diventò loro capo”. E’ un singolare, profetico regno: Davide capo di un popolo di fuorilegge: popolo di … “peccatori”!
La Scrittura ci racconta, oggi, del massacro dei sacerdoti di Bob, sacerdoti che avevano ospitato e aiutato Davide nella fuga da Saul. E’ una “guerra santa” all’incontrario: abominevole delitto compiuto senza ordine del Signore e , per giunta, “all’interno” del popolo di Israele. Delitto consumato per orgoglio, interesse e “ragion di stato”. Il Signore non è d’accordo!



1 Samuele 23,1-28
Nella sua vita errabonda e fuggiasca, Davide non dimentica il suo popolo. E così “salva” gli abitanti di Keila dall’attacco dei Filistei. E’ sua guida il Signore, nella forma della “consultazione” tramite il sacerdote Ebiatar che vive con lui.
Storicamente parlando, Davide è un perdente (per il momento!). Infatti “uscì dalla città di Keila (da lui salvata, ma da lei tradito!) vagando senza mèta”. Vaga nel deserto, esposto a ogni pericolo.
Ma “Dio non lo mise mai nelle mani di Saul”. La conferma di questa “provvidenza” viene da un incontro tra Davide e Gionata e da un nuovo “patto davanti al Signore”. Dice Gionata: “Non temere: tu regnerai su Israele”. Nonostante ciò, ovunque Davide va, viene tradito da chi sembra averlo accolto in pace.
Solo una “notizia” improvvisa di attacco dei Filistei alla terra di Israele obbliga Saul a smettere di inseguirlo. In questo deve vedersi “la provvidenza”.



1 Samuele 25
“Davide si alzò e scese verso il deserto di Paran”. Il suo errare tocca anche la vita tipica del deserto abitato, la vita dei nomadi pastori.
Si vede bene che Davide, pur nella vita di randagio, sta costruendo un regno. All’inizio, il suo popolo è una banda di fuorilegge e scontenti. Nel caso presente, egli pretende gratitudine e ricompensa da un ricco pastore, poiché – dice – “non abbiamo recato alcun male”. Nabal, il ricco pastore, disprezza Davide, chiamandolo traditore, e gli nega ogni dono.
Abigail, la bella moglie di Nabal, presenta un grosso regalo come domanda di perdono a Davide, che aveva espresso intenzioni vendicative.
Davide accetta, secondo il suggerimento di Abigail, di non farsi giustizia da sé (in ebraico: di non salvarsi con la propria mano/forza).
Dopo la morte di Nabal, Davide prende in moglie Abigail che, col suo saggio gesto, aveva impedito a Davide di “salvarsi con la propria mano/forza”.
Intanto, il regno di Davide si ingrandisce ….



1 Samuele 26
Altra prova di magnanimità di Davide, a seguito di un altro tradimento.
Gli abitanti di Zif danno una “soffiata”, e Saul si trova di fronte a Davide. O meglio, Davide si trova di fronte a Saul che, nella notte, addormentato, è completamente esposto alla vendetta di Davide.
“Oggi Dio ti ha messo nelle mani il tuo nemico!” dice un suo ministro. La risposta di Davide è netta: “Solo il Signore lo colpirà … Il Signore mi guardi dallo stendere la mano sul consacrato del Signore”. E aggiunge: “Come è stata preziosa la tua (Saul) vita ai miei occhi, così sia preziosa la mia vita agli occhi del Signore ed egli mi liberi da ogni angustia”.
Vivere da “esiliato” è molto difficile e pericoloso, perché è come “essere impediti di partecipare all’eredità del Signore”. E’ come venga detto: “Va’ a servire altri dèi”.
Per la seconda volta sembra esserci riconciliazione tra Saul e Davide, ma così non è. “Davide andò per la sua strada e Saul tornò alla sua dimora”.



1 Samuele 27
L’emarginato e perseguitato Davide, per “sfuggire alle mani di Saul”, attua una strategia “ad alto rischio”: cerca scampo nella terra dei Filistei.
“Fu riferito a Saul che Davide era fuggito a Gat e non lo cercò più”. Se Davide è salvo da Saul, si allontana però dalla “eredità del Signore” e va in terra straniera. A tal punto può portare il persistere di una prova!
Incomincia un tempo (più di un anno) di astuzie, menzogne, corteggiamenti, massacri … “Tale fu la sua norma (modo di governare) finché dimorò nella campagna dei Filistei”.
Davide deve far credere al re filisteo di essere un suo servo fedele e di essersi messo contro il popolo d’Israele. In realtà sta già lavorando per il suo regno!
Comunque, è una situazione “ad alto rischio”.



1 Samuele 28
Davide è promosso a guardia del corpo di (nientemeno!) Achis, re filisteo, e proprio alla vigilia dello scontro decisivo tra Israele e Filistei.
Saul, per la prima volta, “ha paura e il suo cuore trema”. Consulta il Signore, ma non ha risposta: non sa cosa fare! Ha bisogno dell’aiuto di Dio (e lo pretende!), ma non lo trova.
Allora consulta una negromante (cosa che lui stesso aveva proibito di fare) per conoscere la parola del profeta Samuele, già morto.
Samuele ribadisce quanto già detto da lui in vita: “Il Signore ha strappato da te il regno e l’ha dato a un altro, Davide. Perché non hai ascoltato la voce del Signore … per questo il Signore ti ha trattato in questo modo. Il Signore metterà Israele insieme con te nelle mani dei Filistei”.
La battaglia sul monte Gelboe confermerà tragicamente la parola del profeta Samuele.



1 Samuele 29
La situazione si fa veramente drammatica per Davide. I Filistei marciano contro gli Israeliti: “Davide e i suoi uomini marciano nella retroguardia con Achis”, re filisteo!
I principi dei Filistei, con ragione, dubitano della “giustizia” o della lealtà di Davide verso di loro. Lo allontanano dalla battaglia decisiva, giudicandolo avversario (Satàn in ebraico). Achis invece lo giudica un “angelo di Dio”. Davide, poi, protesta la sua lealtà e il suo proposito di “combattere i nemici del re”.
Astuzie, falsità, ambiguità, retorica, giochi politici: situazione veramente “illeggibile” dal punto di vista umano. Ma è proprio in questa “confusione” di scelte che va avanti il disegno di Dio, per il quale Davide non può e non deve combattere contro il consacrato di Dio.



1 Samuele 30
Il brano, che precede il racconto della battaglia fatale tra Saul e i Filistei, descrive come deve essere la guida/pastore nel regno di Israele. Davide è visto come il pastore/guida del popolo del Signore.
Infatti, supera “la grande angustia” per essere stato privato di tutto, trovando “forza e coraggio nel Signore”. Consulta il sacerdote e poi si dà all’inseguimento della banda di razziatori.
Dice la Scrittura: “Davide liberò tutti. Non mancò nessuno tra loro: Davide recuperò tutto”.
E quanto al “bottino di Davide”, egli lo divide anche con quelli che non hanno faticato nella riconquista dei beni perduti.
Infine manda agli anziani di Giuda un “dono” proveniente dal “bottino dei nemici del Signore”.
La tribù di Giuda, cui appartiene Davide, deve sapere che egli è amico. Lo siano anch’essi nei suoi confronti!



1 Samuele 31
Racconto del fallimento della risposta umana (morte di Saul) alla scelta di Dio. La morte di Saul ha qualcosa di tragico e di fiero ad un tempo.
Tragico, perché è l’epilogo annunciato della fine di un sovrano che si è allontanato da Dio, che non è riuscito o non ha voluto sottoporre la sua condotta di re al volere di Dio, vero re d’Israele.
Fiero perché, già ferito a morte, resta sul campo di battaglia, non fugge, ma chiede e poi si dà alla morte.
Atto, questo, che non è giudicato dalla Scrittura, ma che è consequenziale a tutta la vita di Saul. Egli, che ha sempre voluto “fare da sé”, si dà anche la morte. E’ il fallimento!
Ma è anche il riconoscimento che il piano di Dio è un altro, e che un altro (Davide) lo porterà avanti.
Al momento sembrano vincere gli idoli degli incirconcisi, cioè una conduzione sregolata della storia umana (“mandarono a dare il felice annuncio in giro nella terra dei Filistei”). Ma non è così!



2 Samuele 1
Alla notizia della morte di Saul, Davide e i suoi, invece di rallegrarsi per la scomparsa dell’oppressore, “alzarono lamenti, piansero e digiunarono”. Piansero perché era morto violentemente (“di spada”) “il consacrato del Signore”. [Venne ucciso anche l’amalecita che diceva di averlo ucciso e che portò le insegne regali di Saul a Davide]
Non è un giorno di festa! E’ festa per i Filistei, ma non per Israele e Giuda.
Il “lamento” su Saul e Gionata ripropone la tragicità della vita di Saul. Da un lato la sua morte è l’esito di un “rigetto” da parte di Dio; dall’altro Saul è un eroe, un forte che muore per il suo popolo. “Qui fu rigettato lo scudo degli eroi”.
Gionata, più che eroe, è un amato fratello. E questo dà la più grande sofferenza a Davide.
Questo bellissimo “lamento” dice una cosa importante: gli eroi di guerra cadono, ma il disegno di Dio va avanti in altro modo!



2 Samuele 2
Dopo la morte di Saul inizia, per Davide, un movimento contrario a quello percorso in passato: si era sempre dovuto “allontanare/discendere”, ora comincia a “salire”.
La salita è guidata dal Signore. Davide infatti chiede umilmente: “Devo salire? … Dove salirò?”.
La prima tappa è la città di Ebron, dove gli uomini di Giuda lo “ungono/consacrano re sulla casa di Giuda”.
Il primo atto di Davide è di “fare del bene” a coloro che hanno mostrato amore verso Saul, recuperando il suo corpo e dandogli sepoltura. In questo modo egli intende dilatare la sua influenza anche fuori della tribù di Giuda.
Il cammino dell’unità fra Giuda e Israele sarà molto tribolato e mai perfettamente compiuto.
Abner, capo dell’esercito d’Israele, si oppone militarmente alla “salita” di Davide, ma è costretto alla ritirata oltre il Giordano. Is-Baal, figlio di Saul, era diventato re d’Israele. Soltanto “la casa di Giuda” seguiva Davide installatosi a Ebron.



2 Samuele 3
L’unità dei due “gruppi” è difficile.
Dice la Scrittura: “La guerra tra la casa di Saul e la casa di Davide fu lunga”. Aggiunge però: “Davide andava facendosi più forte, mentre la casa di Saul andava indebolendosi”.
Abner, capo dell’esercito di Israele, decide di “trasferire” le tribù del Nord a Davide. Ma motivi di potere, velati da spirito di vendetta familiare, fanno sì che questo piano vada per il momento in frantumi. Infatti, Abner viene ucciso a tradimento da Joab, capo dell’esercito di Davide.
Il re Davide, pur essendo il consacrato/unto del Signore, è “tenero/debole” (o forse misericordioso). Il suo capo militare è più “forte/duro” di lui, sempre per il momento!
Anche per Abner, come per Saul, Davide eleva un “lamento”. Abner è “grande in Israele” ed è caduto “davanti a malfattori”.



2 Samuele 4
“La vendetta di Davide” contro Saul e la sua discendenza non si esprime nell’uccisione dei “nemici” (cosa che avveniva ordinariamente per ogni dinastia che prendesse il potere).
Chiunque credeva di fare omaggio a Davide, uccidendo i suoi “nemici”, veniva lui stesso ucciso!
Infatti, dice Davide, “è il Signore che libera da ogni angustia” e non l’uomo, meno che meno, la sua violenza. Il corpo di Is-Baal, figlio di Saul, viene seppellito da Davide, ancora una volta con un gesto di misericordia.
Comunque, in tutta questa violenta sequenza di fatti, per Davide si apre la strada al regno di tutto Giuda e tutto Israele.



2 Samuele 5
Si celebra finalmente l’alleanza tra “tutte le tribù d’Israele” e Davide. Di fatto è una “alleanza nuziale: “Noi siamo tue ossa e tua carne”. Si realizza così la parola di Dio: “Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d’Israele”.
[Qui, il termine Israele significa Giuda e Israele assieme”]
Non solo Giuda (vedi 2,4) ma ora anche Israele conclude un’alleanza con Davide. Dopo la “unzione” Davide è finalmente “re d’Israele”. E’ scritto: “Davide regnò trentatré anni su tutto Israele e Giuda”.
Il suo regno ha come centro Gerusalemme, più precisamente, la Rocca che verrà chiamata “città di Davide”.
La Scrittura dà un giudizio complessivo sulla “operazione Davide”, dicendo: “Davide andava sempre più crescendo in potenza e il Signore, Dio degli eserciti, era con lui”.
L’aggiunta di mogli e concubine, nonché le vittorie sui Filistei, segnano il cammino di questa “crescita”. Infatti è scritto: “Davide seppe che il Signore lo confermava re d’Israele ed esaltava il suo regno per amore d’Israele suo popolo”.



2 Samuele 6
E’ tempo ormai di “far salire l’arca di Dio”.
Cos’è l’arca? E’ il luogo della rivelazione e dell’incontro (di perdono!) di Dio col suo popolo. Con le parole della Scrittura diciamo: luogo sul quale “si proclama il nome del Signore, che siede sui cherubini (i cherubini dell’arca e non quelli del cielo)”.
Dio vuol far conoscere che l’arca è “santa” e non deve essere “profanata” in alcun modo. Lo mostra con la morte di Uzzà (uno che non è sacerdote).
E’ così che “Davide in quel giorno ebbe il (giusto) timore del Signore”. Se accolta con “timore” l’arca diviene luogo di benedizione e non di morte.
Quando Davide vide che era luogo di benedizione “la fece salire dalla casa di Obed-Edom alla città di Davide”. Non senza però i dovuti riguardi, cioè, nel rispetto delle regole legate alla “santità” dell’arca stessa. Questo avvenne con la celebrazione di sacrifici e con danze.
La festa si traduce in grande benedizione per il popolo. E’ Davide che benedice, quale pastore d’Israele. E’ Davide che dona generosamente cibo, quale padre d’Israele.
Mical, figlia di Saul, “disprezza in cuor suo” Davide che salta e danza davanti all’arca, come fosse “un uomo da nulla”. Davanti a Dio Davide è proprio un uomo da nulla, ma è questa la sua grandezza!



2 Samuele 7,1-17
Finalmente tutto è a posto! I nemici sono sconfitti e il re Davide si è stabilito nella “sua casa”, nella città di Davide. Dunque, il Signore è stato con lui.
Ma lo sarà ancora? Potrà Davide “assicurarsi” la protezione del Signore per il futuro? Sì, se costruirà al Signore una “casa/tempio”, cioè, se gli farà una “dimora stabile”.
Con questo progetto è d’accordo anche “il pensiero religioso” del tempo, rappresentato dal profeta Natan.
Dio, però, ha un altro progetto! L’uomo non potrà mai “legare” Dio a sé (è questo che significa “fare una casa a Dio”). Sarà invece Dio a “legare” l’uomo a sé (è questo che significa “sarò io a farti una casa”).
Ma questo è sempre successo! Dio ha sempre camminato con Israele, senza che Israele gli facesse una “casa”, senza che lo legasse a sé. E’ Dio invece che si è sempre legato a Israele. E lo farà anche per il futuro: ecco la parola di salvezza!
Come? Dando una “discendenza” e un regno. Dunque, non la “casa/tempio” sarà stabile per sempre (infatti il tempio sarà distrutto), ma la “casa/discendenza” promessa da Dio sarà stabile per sempre (infatti verrà sulla terra “la discendenza”: il Figlio, Gesù).



2 Samuele 7,18-29
Davide abbandona il “suo progetto” per accogliere quello di Dio. Infatti, va a presentarsi davanti al Signore per un ringraziamento e una domanda.
Per il tempo passato, riconosce: “Hai stabilito il tuo popolo Israele come popolo tuo per sempre, e tu, Signore, sei diventato Dio per loro”.
Per il tempo futuro, domanda: “La casa del tuo servo Davide sia dunque stabile davanti a te … Ora, Signore Dio, tu sei Dio, le tue parole sono verità. Hai detto al tuo servo questa cosa bella. Degnati dunque di benedire la casa del tuo servo, perché sia sempre dinanzi a te”.
Davide, illuminato dalla parola di Dio, scopre che Dio è interessato a lui e alla sua discendenza; che Dio lo ama e amerà la “sua casa”, la sua discendenza.
Per questo ha trovato “l’ardire e la decisione” di pregare. Ci vuole un bel coraggio a dire: io prego che tu, Signore, mantenga la tua parola! Nella preghiera le vie si invertono.



2 Ssamuele 8
Il brano racconta le imprese militari di Davide.
Egli assoggetta tutti gli staterelli che lo infastidivano all’intorno. Assoggetta “le nazioni”! Così il suo regno, quanto a influenza politica, si estende dal Mediterraneo all’Eufrate.
Due sono le note da richiamare. Quanto Davide sottrae alle nazioni viene consacrato al Signore. E quelle che noi chiamiamo “imprese” di Davide, la Scrittura le descrive così: “Il Signore salvava (rendeva vittorioso) Davide in tutto quello che faceva”.
Conclusione: “Davide regnò su tutto Israele e rese giustizia con retti giudizi a tutto il suo popolo”.
Dunque un regno dilatato al massimo: Mediterraneo e Eufrate. Un regno unito: tutto Israele e tutto il popolo. Un regno guidato con giustizia: regno di Dio.
E’ la descrizione del regno come piace a Dio: tipo del “regno messianico”.



2 Samuele 9
Raccontato “lo splendore” del regno di Davide, la Scrittura presenta l’adempimento della grande promessa di Dio: una discendenza che “edificherà una casa al mio nome”.
E’ un nuovo inizio, che avrà il suo culmine nel figlio Salomone, il quale costruirà una casa (tempio) al nome del Signore.
Ma l’adempimento sarà soltanto “per un attimo”. Il regno di Dio infatti non si realizzerà che in Cristo Gesù.
Intanto seguiamo le nuove “prove” di Davide: slanci, peccati, fedeltà, violenza, generosità, intrighi.
Il primo passo è il racconto di un gesto, non solo di bontà, ma di fedeltà all’alleanza stabilita con l’amico Gionata. Merib-Baal, figlio di Gionata e storpio, riceve l’eredità di Saul e mangerà alla mensa di Davide in Gerusalemme. Davide, dunque, tratta Merib-Baal con amore “a causa di Gionata”. Davide è fedele!



2 Samuele 10
Come si realizzerà la promessa di Dio: “Io costruirò a te una casa”? Si tratta ovviamente della successione a Davide. Vedremo peccati, vittorie, intrighi, violenze, perdono … fino al discendente, che è Salomone.
Davide “mantiene fedeltà” ad un re ammonita, cioè vuole fare alleanza con lui. Ma questi non accetta, anzi irride gli inviati di Davide. E’ dunque di nuovo guerra!
Prima di impegnarsi contro il re ammonita, Davide opera una grande vittoria contro Aram e tutti i regni vassalli. Gli Ammoniti, pure essi vassalli, avevano chiesto aiuto agli Aramei.
Con queste vittorie (già antecedentemente narrate) siamo al massimo splendore del regno di Davide. Ma presto, e forse proprio per questo, la storia di Davide prenderà una brutta piega!



2 Samuele 11
Davide è re d’Israele, ma non può fare quello che gli pare e piace (come facevano gli altri re).
E’ re d’Israele, popolo di Dio. Deve pertanto seguire i comandi del Signore per il bene del popolo.
Al culmine del suo splendore, mostra una lucida determinazione a perseguire “ciò che è male agli occhi del Signore”. Il peccato di Davide è peccato di onnipotenza, come quello di Adamo, e crea una nuova svolta nella sua vita.
Il punto di partenza è una relazione amorosa con la moglie di un suo ufficiale.
Dalla volontà di “possedere” una persona, che già apparteneva come moglie ad un altro, nasce un perfido delitto: uccisione pianificata dell’ufficiale, uccisione ammantata da “incidente bellico”.
Adulterio e omicidio si intrecciano, ma ciò che prima di tutto sarà contestato a Davide sarà l’aver “ucciso di spada” Uria.
Agli occhi degli uomini, Davide non ha fatto niente di clamoroso: si è comportato secondo le regole dei potenti e dei superbi! Ma il commento della Scrittura è chiaro: “Ciò che Davide aveva fatto era male agli occhi del Signore”.
Dunque, il re d’Israele non è onnipotente. E’ servo del Signore e deve stare sotto il suo giudizio.



2 Samuele 11
“Il Signore mandò il profeta Natan a Davide”. Ciò che Davide ha fatto non piace a Dio!
Il male viene chiaramente denunciato perché Davide possa capire che è un peccatore. Lo capisca e lo accetti (chieda perdono), mettendo “sul suo conto” tutti gli sviluppi creati dal peccato.
Nonostante tutti i doni di Dio, forse a motivo di questi, Davide si sente onnipotente: “prende” ciò che vuole, anche se non è suo (Betsabea) e “uccide di spada” un uomo, anche se è innocente (Uria).
Questa triste scelta (adulterio e morte violenta) non si allontanerà più dalla “casa di Davide”. Purtroppo, sarà la linea operativa dei suoi successori. E’ una scelta idolatrica che suona come “disprezzo del Signore”.
Ma Davide non è come i suoi successori. Egli riconosce: “Ho peccato contro il Signore”.
Inizia così una vita diversa, segnata dalla penitenza. Penitenza che si traduce in sofferenza/prova.
Il segno del perdono di Dio è, negativamente, la dimenticanza/morte del “fatto/realtà”, morte che viene a incarnarsi nella “morte reale” del figlio.
Positivamente, il segno del perdono è la nascita di un altro figlio, Salomone. Riguardo a questo figlio è scritto: “Il Signore lo amò e mandò il profeta Natan perché lo chiamasse Iedidia (“amato dal Signore”) per ordine del Signore”.



2 Samuele 13,1-22
“Dopo questo”, dice la Scrittura. L’espressione va intesa anche come “a motivo di questo”, vale a dire a seguito del peccato di Davide. Il Signore infatti aveva detto: Intrighi, tradimenti, spada non si allontaneranno dalla tua casa. E così è!
Come Davide si innamorò di Betsabea, così Amnon (suo primogenito) si innamora perdutamente di Tamar (sorella di Assalonne e sorellastra). L’amore lo porta, prima alla malattia, e poi ad escogitare intrighi per averla.
Al rifiuto di Tamar di avere rapporto con lui senza il permesso di Davide, Amnon le usa violenza. Anche il figlio di Davide, come il padre, compie un gesto di onnipotenza o di “autostima”: non può permettere che qualcuno/a rifiuti di accondiscenderlo.
Il suo non era amore vero, ma voglia malata di possesso (e forse anche voglia di avere anticipatamente il regno!). Dopo la violenza esce dal cuore di Amnon quello che c’è dentro: l’odio e l’avversione violenta. Caccia Tamar, dopo averla diffamata.
Assalonne, suo fratello, non perdona. Nel suo cuore odia Amnon. Davide è irritato, ma non vuole urtare il figlio primogenito.
Cala un tragico “silenzio” sulla triste vicenda, almeno per il momento.



2 Samuele 13,23-39
Il “silenzio” pieno di odio è rotto da un gesto di Assalonne. Questi ha deciso di eliminare l’erede al trono Amnon, suo fratellastro.
Quando Assalonne vuole avere con sé alla festa Amnon, Davide ancora una volta si mostra “debole”. Perché non ha accettato di andare anch’egli alla festa? Non sarebbe successo nulla!
Invece, solo Amnon andrà alla festa, e sarà ucciso.
Un consigliere di Davide “spiega” che le cose “dovevano andare così”: l’infamia compiuta doveva avere una sanzione. Assalonne, dopo il delitto, fuggì e restò lontano per molto tempo.
Intanto Davide “cessò di sfogarsi contro Assalonne, perché si era consolato per la morte di Amnon”.
Questo significa che Davide accetta la svolta imposta da Assalonne. Morto il primogenito Amnon, sarà re il terzogenito Assalonne. Come mai non il secondogenito Chilab (2Sam 3,3)?
Ancora una “debolezza” di Davide, o un essere trascinato dagli eventi che, col suo peccato, ha scatenato?



2 Samuele 14
La guerra di successione a Davide è tristemente intrigata.
Ioab, comandante dell’esercito, vuole che il regno appartenga ad Assalonne. Vede che il cuore di Davide è “debole” (o magnanimo?) e sta passando sopra alla legge che vorrebbe la morte dell’uccisore.
Per questo, inventa uno strattagemma perché Davide emetta “un giudizio” o sentenza di pace. Davide è come “un angelo di Dio nell’ascoltare il bene e il male”, cioè è un perfetto giudice. Ebbene, emetta un giudizio definitivo a favore di Assalonne. Davide lo fa, imponendo però una dura “penitenza”. La penitenza, per il figlio uccisore, consiste nel non pretendere più il regno: “Si ritiri in casa e non veda la mia faccia”.
Ma poi Davide si mostra ancora “debole” (o magnanimo?). Non solo Assalonne è perdonato, ma è completamente reintegrato nella corsa al regno, in comunione col padre. Lo si comprende dalla conclusione dell’episodio: “Il re baciò Assalonne”.



2 Samuele 15,1-12
Si rivela il vero progetto di Assalonne. La morte di Amnon, figlio primogenito di Davide, era stata programmata più per arrivare al regno, che per lavare l’infamia subita dalla sorella Tamar.
Assalonne si procura un corpo armato e incomincia a regnare “virtualmente”. Ogni mattina incontra persone: le saluta, le ascolta e le accontenta, sempre … “virtualmente”. “Se fossi io giudice del paese, ti fari giustizia”. Ormai, Assalonne si è sostituito a Davide. “In questo modo si accattivò il cuore degli Israeliti”.
E’ una vera congiura! Ma Assalonne si sente investito del compito da Dio stesso. Lo aveva promesso: “Se il Signore mi ricondurrà a Gerusalemme, io servirò il Signore”, cioè sarò re!
Da dove era partito Davide per regnare? Da Ebron. Proprio a Ebron Assalonne si fa proclamare re su tutto Israele.
Commenta la Scrittura: “La congiura divenne potente e il popolo andava aumentando intorno ad Assalonne”.



2 Samuele 15,13-37
Davide è a conoscenza del progetto di rivolta di Assalonne e decide la fuga da Gerusalemme.
Questo passo è dettato da saggezza politica e militare (in quel momento uno scontro sarebbe stato un disastro), ma ancor più da un affidarsi alla volontà di Dio: “Faccia di me, il Signore, quello che sarà bene davanti a lui”.
Di per sé, Davide è pronto a lasciarsi annullare e perdere tutto. In verità egli “ritorna” alla sua situazione originaria, che è quella del “camminare a piedi, uscire dalla città, andare dove capiterà …”. La situazione, cioè, del fuggitivo, dell’oppresso, del povero. Non pretende protezione da Dio, e lascia l’arca dell’alleanza in Gerusalemme. Nello stesso tempo, non manca di predisporre alcune strategie per poter affrontare vittoriosamente la rivolta.
In tutta questa faccenda, chi sta vicino a Davide è Ittai con la sua gente. Egli è uno straniero! E’ pronto “a morire e a vivere” con Davide. La “fedeltà e lealtà” che Davide non ha dal figlio Assalonne, l’ha invece da uno straniero, e per giunta filisteo!
Davide, col suo popolo, prende la via del deserto. E’ un nuovo inizio, a partire dalla “penitenza”: piedi nudi e pianto.



2 Samuele 16
Ad accompagnare Davide nel deserto della solitudine c’è uno straniero con tutta la sua gente, ma ci sono anche profittatori come Siba che, screditando il figlio di Gionata, vuole impossessarsi dell’eredità..
Davide accetta la maledizione di un certo Simei, della casa di Saul. Capisce che, anche se perdonato dal Signore, il peccato lo ha posto sotto la maledizione di Dio.
Nella fede attende che il Signore guardi alla sua “afflizione” e gli renda nuovamente “il bene” del regno: annullamento manifesto della maledizione.
Con gesto pubblico e provocatorio, Assalonne mostra di “rompere” col padre: si appropria delle concubine di suo padre.
In sottofondo, la Scrittura vuole che noi ripensiamo al fatto che anche Davide si appropriò di una donna non sua (11,4; 12,1-2). I peccati purtroppo generano peccati!



2 Samuele 17,1-16
Dio scrive la “sua storia” anche attraverso gli intrighi degli uomini.
Achitofel, saggio consigliere di Assalonne, vorrebbe attuare una strategia d’urto per eliminare direttamente il re Davide e riportare ad Assalonne tutto il popolo. La strategia è funzionale allo scopo. Dal punto di vista militare e politico era la più giusta. Siccome Davide era stanco, bisognava fare presto!
Prevale però il consiglio di Cusai, amico di Davide. In questo modo, Davide ha tempo per passare il Giordano e ricompattarsi per la battaglia decisiva che lo vedrà contro Assalonne stesso.
“Giochi” umani, meandri della vita nei quali si inserisce il disegno di Dio!



2 Samuele 17,17-29
La ritirata di Davide porta a “passare il Giordano” in senso inverso a quel che aveva fatto il popolo con Giosuè. In un certo senso, Davide e il popolo del Signore vivono l’esperienza dell’abbandono della “terra”: come avvenne per Giacobbe e i suoi figli, come avvenne per il popolo di Giuda deportato a Babilonia. In definitiva, Davide si trova nella condizione di “esilio”.
E, in questa condizione di povertà assoluta, è aiutato ancora una volta da stranieri e da personaggi non strettamente legati alla sua famiglia. Essi compiono gesti di misericordia verso Davide e il suo popolo: “Questa gente ha patito la fame, stanchezza e sete nel deserto”.
Achitofel, consigliere inascoltato di Assalonne, si toglie la vita, prima che gliela tolga Davide stesso. E’ un gesto che sigilla un fallimento.



2 Samuele 18,1-18
Il testo racconta “la fine” del figlio ribelle.
Assalonne aveva organizzato una rivolta in grande stile, al fine di possedere il regno. Nel conto ci stava anche la morte di Davide, “consacrato di Dio”. Assalonne assume, dunque, tutti i segni del “ribelle” al volere di Dio e dell’omicida.
La sua fine è la fine del traditore e del malvagio. Emblematica è la sua “non sepoltura”. “Lo gettarono in una grande buca nella foresta ed elevarono sopra di lui un grande mucchio di pietre”.
Il suo ricordo non sarà legato alla “discendenza”, che non ha avuta o voluta, ma ad una “inanimata” stele, che egli stesso (!) si era eretta.
Intanto, la Scrittura annota: “Tutto Israele era fuggito, ciascuno alla sua tenda”. Siamo alla dispersione del popolo d’Israele: è la seconda, dopo quella avvenuta alla morte di Saul.



2 Samuele 18,19-19,9
La morte violenta di Assalonne è “bella notizia” per il popolo, ma non per Davide. Il popolo aveva visto in Assalonne “il nemico”, Davide vi vedeva “il figlio mio”.
Ecco allora una nuova “prova” (fragilità, debolezza, inquietudine, amore?) di Davide. E’ più “padre” legato al figlio, o è più “re consacrato di Dio” legato a tutto il popolo?
Come padre piange il proprio figlio, mostrando di “amare quelli che lo odiano”. Come re deve “stare seduto alla porta”, sicché “tutto il popolo possa venire alla presenza del re”.
Davide “padre”, afflitto fino alla morte, riprende il compito di Davide “re”. Compito che gli ha dato Dio: quello di stare col popolo e guidarlo come pastore.



2 Samuele 19,10-44
Fallita la congiura di Assalonne, si tratta di radunare nuovamente il popolo del Signore.
Le tribù del Nord, che avevano aderito alla congiura, vengono riconosciute da Davide come “mio osso e mia carne”, cioè fratelli. A maggior ragione lo si dice della tribù di Giuda, di cui faceva parte Davide.
Così Davide “piegò il cuore di tutti gli uomini di Giuda come se fossero il cuore di un sol uomo”. Si cammina faticosamente verso l’unità dei “due” blocchi.
Avviene poi il “passaggio del Giordano”, un passaggio fecondo di benedizioni per amici e nemici di Davide. Ma si intravede anche la fragilità della nuova situazione.
Davide è certamente la guida unificatrice degli Israeliti (Nord) e di Giuda (Sud), ma restano evidenti le pretese degli uni rispetto agli altri. Vincono le ragioni di parentela: Davide è dentro alla tribù di Giuda e quindi Giuda prevarrà con la sua “durezza”.



2 Samuele 20
Subito un’altra rivolta! La compie Seba, un uomo della tribù di Beniamino, la tribù di Saul.
Seba vuole l’opposto di quello che sta operando Davide. Vuole, cioè, la disunione. Dice infatti: “Non abbiamo alcuna parte con Davide e non abbiamo un’eredità con il figlio di Iesse”.
Seba viene seguito “da tutti gli Israeliti”, mentre “gli uomini di Giuda” accompagnano Davide “dal Giordano fino a Gerusalemme”. Ioab, comandante dell’esercito, vince Seba “per mano di una donna” e non per il proprio valore.
In precedenza, Ioab aveva eliminato vigliaccamente Amasa, capo dell’esercito del Nord, ma ormai diventato amico di Davide e quindi suo concorrente nel comando dell’esercito.
In qualche modo siamo alla fine. L’autore traccia una conclusione, senza un commento esplicito (20,23-26). Ci vuol dire soltanto che il regno di Davide è finalmente stabile: il governo è in carica e funziona! Ma la storia di Davide non è ancora finita.



2 Samuele 21
La carestia è il segno di uno “squilibrio” dovuto a un qualche fattore negativo o peccato. Occorre dunque una giusta riparazione o penitenza.
Saul aveva creato “squilibrio” sterminando i Gabaoniti (che, tra l’altro, non erano Israeliti e che avevano “strappato” un patto con inganno!). Lo “sterminio” deve riflettersi invece su Saul. Sono i suoi discendenti che verranno sterminati!
Rispa, concubina di Saul, rende onore ai morti coprendoli e vegliando su di loro, giorno e notte, per una estate intera, fino alla … benedizione della pioggia. Soltanto a questo punto, c’è “riposo e pace” per tutti. Davide “capisce” e restituisce pace alla discendenza di Saul.
Come? Con la sepoltura. Infatti, le ossa di Saul e anche i corpi degli impiccati vengono “sepolti nel territorio di Beniamino a Sela nel sepolcro di Kis, padre di Saul”.
Questi gesti, nella loro bruta materialità, ci sorprendono. Vanno accolti invece nel loro significato vero e quindi nel loro insegnamento, che è questo: non si devono violare i patti e non si deve sterminare nessuno, nemmeno lo straniero!



2 Samuele 22,1-30
Canto di Davide. Canto in risposta di lode al Signore che lo ha liberato da tutti i suoi nemici e dalla mano di Saul, cioè dai nemici esterni e interni.
Davide è “aggrappato/alleato” a Dio, perché Dio si è “aggrappato/alleato” a Davide. Dice infatti Davide che il Signore è “mia roccia … mio Dio … forza che ha salvato me”.
La forza di Davide consiste soltanto nell’invocazione: “Invoco il Signore e sarò salvato dai miei nemici”. La risposta di Dio è pronta: “Stese la mano dall’alto e mi prese, mi liberò da nemici potenti”.
Tutto questo perché? “Perché mi vuole bene”. Il voler bene del Signore, che si traduce in una scelta, trasforma Davide e gli dona giustizia, innocenza, custodia delle parole di Dio …, insomma integrità e fedeltà al Signore.
L’integrità non è l’infallibilità (Davide non è stato infallibile!), ma il voler rapportarsi sempre a Dio, al non volersi distaccare da lui. Quindi, a riconoscersi … peccatore!
Davide che dice: “Il Signore mi tratta secondo la mia giustizia”, è lo stesso che dice: “Quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto. Pietà di me nel tuo amore!”.



2 Samuele 22,31-51
Prosegue il canto di Davide per la fedeltà di Dio “al suo consacrato/messia, a Davide e alla sua discendenza per sempre”.
Dio ha detto una parola, ha fatto una promessa. Essa è “via perfetta”. Dio la percorrerà.
E l’uomo, la percorrerà? Sì, se si lascerà guidare dea Dio. “Le vittorie sui nemici” sono di Dio, come pure la dilatazione del regno a tutte le nazioni.
Compito di Davide e dei suoi discendenti è di “lodare Dio tra le genti” e di camminare nella “via perfetta”. Stare con Dio, seguendo le sue parole nella integrità.



2 Samuele 23,1-7
Più che “ultime parole di Davide” (cfr invece 1 Re 2,5-9) si tratta di un oracolo profetico sapienziale.
Chi è Davide e “la sua casa”, cioè “il suo discendente”? E’ un uomo “innalzato dall’Altissimo”. E’ “il Consacrato/Messia del Dio di Giacobbe”. E’ “il soave salmista/cantore di Israele”.
E’ colui nel quale “parla lo Spirito del Signore”, la cui parola è “sulla sua lingua”. E’ dunque, anche, il profeta. E’ colui che governa con giustizia e “fa scintillare dopo la pioggia i germogli della terra”, cioè altri messia/germogli.
Tutto questo, Davide lo vede come dono di Dio, come “alleanza eterna” voluta da Dio, alleanza “in tutto regolata e custodita (da Dio!)”.
Lo sguardo in avanti coglie già la presenza del Messia: “Non farà dunque germogliare quanto mi salva e quanto mi diletta (cioè il Messia)?”.
Coglie anche “la fine” degli scellerati che saranno buttati via. E’ la vittoria del Messia/Consacrato.



2 Samuele 23,8-39
Davide non è un eroe solitario! Ci sono “i tre” e ci sono “i trenta”.
Attraverso “i tre”, il Signore dona a Israele “una grande salvezza”, cioè una vittoria dovuta a lui solo.
Attraverso “i trenta”, il Signore mostra il suo aiuto alla persona di Davide. Infatti, tre dei trenta espongono la loro vita per Davide, andando fino a Betlemme a prendere acqua per lui.
Ma Davide non beve quell’acqua. Vale a dire che non è uno sfruttatore dei suoi.
Fra i trenta c’è anche Uria l’Ittita, che Davide fece uccidere a motivo di Betsabea. L’annotazione, che ricorda come Uria fosse “guardia di Davide”, svela l’enormità del peccato compiuto. Mentre Uria “rischiava la vita” per Davide, questi lo eliminava!



2 Samuele 24
L’episodio del censimento è visto come una “prova” di Dio (qui espressa con “ira del Signore”). Una prova che Davide non è riuscito a vincere, ma il cui esito è una grande benedizione: la costruzione del Tempio.
Davide vuole un censimento di Israele e Giuda. Quando la decisione del censimento viene dall’uomo, e non da Dio, è un male. Il re infatti vuole censire/misurare e quindi “possedere” il popolo che è del Signore. L’organizzazione militare e fiscale diventa uno strumento di dominio e non di servizio.
Davide stesso capisce che ha fatto una cosa contro il Signore: “Ho peccato molto per quanto ho fatto … ho commesso una grande stoltezza”.
Proprio quel popolo che Davide voleva “possedere” gli sfugge. La peste crea morte fino … a lui, a Gerusalemme!
Il sacrificio che Davide compie e il Tempio futuro, sorto “là”, saranno il luogo di allontanamento del flagello.
E’ scritto che Davide costruì “là” (Gerusalemme) un altare al Signore e offrì olocausti e sacrifici di comunione.
Altari e sacrifici di comunione sono “luogo” che caccia il flagello di morte.



Sapienza 1,1-11
La parola del Signore è rivolta ai “giudici/governatori della terra”: non solo ai re, ma a tutti gli uomini, in quanto tutti gli uomini hanno il compito da Dio di “dominare/governare la terra” (cfr Gn 1,27ss).
L’inizio del libro è unico: “Amate la giustizia”. Dio e la sua giustizia sono da amare!
Amare, pensare, cercare … sono atteggiamenti, posti i quali, Dio e la sua sapienza si fanno “trovare”. Chi invece si volge al male, chi si lascia guidare da “ragionamenti distorti”, chi mette alla prova Dio … lo costringe a tenersi lontano.
Lo spirito/sapienza è “amico dell’uomo”. Per questo lo scruta, lo corregge; ma anche si fa “vendicatore” se l’uomo si comporta da empio.
“Guardatevi da inutili mormorazioni”. Come dire: Fidatevi/affidatevi a Dio e non parlate male di lui.



Sapienza 1,12-16
C’è un amore/ricerca di Dio e della sua Sapienza, e c’è un amore/ricerca della morte.
La morte va intesa non tanto in senso fisico, ma spirituale: è dunque la rovina vera dell’essere, è la perdizione.
Un uomo ama la morte quando compie opere contrarie alla volontà di Dio (il peccato, dunque).
“Questa” morte non l’ha creata Dio. Egli ha creato tutto “per la vita”, cioè per la comunione con lui. Infatti, chi è “giusto”, chi ha comunione con lui è “immortale”.
Gli empi invece (quelli che non vivono in comunione con lui) vanno a braccetto con la morte, che è loro “amica”.



Sapienza 2,1-11
Come “ragionano o pensano o decidono” gli empi? Cosa hanno “dentro/in se stessi”?
Ragionano così. La nostra vita fisica (bios in greco) è breve, si muore tutti e non c’è liberazione dalla morte. Non c’è ritorno per nessuno! Dunque, Dio non c’entra con noi. Egli non ha un progetto su di noi.
Siamo fumo, soffio, scintilla, ombra che passa … Queste ultime parole sono vere, ma gli empi traggono conclusioni sbagliate. Godiamoci la vita! Rimaniamo perennemente giovani, con tutto quello che di spensieratezza comporta! E’ questa la nostra “parte” o eredità. E’ questo che ci dà sicurezza e gioia.
Il mondo “reale” è fatto di poveri, vecchi, giusti … questo mondo ci dà fastidio, questo mondo va eliminato. Con che criterio? Con la nostra forza/violenza. “La nostra forza sia legge della giustizia”. Come dire: la giustizia siamo noi!



Sapienza 2,12-20
Il giusto “chiama se stesso figlio di Dio e proclama di possedere la conoscenza di Dio”.
Già questo, già il solo fatto di “esserci” diventa un rimprovero e produce “molestia” per gli empi. Per questo decidono di eliminarlo!
La vita del giusto, infatti, non è come quella degli altri. Il giusto è mite e ha spirito di sopportazione. Soprattutto si fida di Dio e del suo aiuto nella prova.
Gli empi allora lo mettono alla prova “con violenza e tormenti”. Si tratta della persecuzione nelle varie forme, fino … alla “morte infamante” (secondo il loro modo di vedere).
In realtà gli empi, così facendo, mettono alla prova Dio stesso! Vogliono vedere se Dio è capace di liberare il giusto che si è proclamato “suo figlio”.
[L’adempimento di queste parole nella passione e morte di Gesù è del tutto manifesto. Cfr Sal 22 e Mt 27,43]



Sapienza 2,21-3,9
Il progetto degli empi è distorto/deviante, non nel senso che funzionerà male (infatti il giusto verrà ucciso), ma nel senso che gli empi non la pensano come Dio.
Essi non conoscono “i misteri di Dio”, vale a dire quello che l’uomo da solo non può conoscere. Vale a dire che non conoscono “la ricompensa per la rettitudine o il premio per una vita irreprensibile”.
Non conoscono Dio, e quindi non conoscono l’uomo fatto “a immagine della natura di Dio”. La conseguenza è che non accettano “l’incorruttibilità” della creatura. Perché?
Perché essi hanno scelto di appartenere alla morte (spirituale) che il diavolo ha introdotto nel mondo.
La vita (l’anima) del giusto perseguitato, invece, è nelle mani di Dio. Nella storia avrà sconfitte e rovine, ma davanti a Dio avrà “vita immortale”, vera ricompensa di Dio per una breve pena.
Chi capisce questi “misteri”? “Coloro che confidano nel Signore e sono fedeli nell’amore, per rimanere presso di lui”.



Sapienza 3,10-4,6
C’è una retribuzione per il giusto e c’è una retribuzione per gli empi. Poiché “non hanno avuto cura del giusto e si sono allontanati dal Signore”; e ancora “hanno disprezzato la sapienza e l’educazione”.
La retribuzione è già in atto con la “infelicità”, con la vacuità del faticare e con una discendenza stolta. C’è invece la “felicità/beatitudine” per chi è povero, ma è giusto, come la donna sterile e l’eunuco.
Realisticamente parlando, la sterile e l’eunuco (coloro che non possono generare) sono i più sfortunati e sono anche emarginati dalla vita e dal culto, ma se compiono “opere buone” avranno la ricompensa, l’eredità … a motivo della loro fedeltà o “virtù” (4,1). [Non è la biologia/fisicità che dà di appartenere al Signore, ma la fedeltà/virtù]
Sempre realisticamente parlando, l’empio avrà molti figli o giungerà a vecchiaia, ma Dio non tiene conto di questo, anzi, l’empio avrà una “dura fine” (nel giudizio).



Sapienza 4,7-20
Dove sta la maturità? Dove sta la realizzazione di sé? In una parola, dove sta “la perfezione”, “la pienezza di vita”? Non necessariamente in una vita “lunga”, ma nella saggezza che è vita “senza macchia”.
Nella morte prematura del giusto si ha, non una tragedia, ma un “trasferimento”. Colui che è amato, Dio “lo prende con sé”.
La gente (l’empio) non capisce questo “mistero”. Non capisce che la morte non ha la forza di sottrarre agli eletti di Dio “grazia e misericordia”. La gente (l’empio) non capisce, anzi, disprezza il disegno di Dio e non vuole trarre alcun buon insegnamento.
Tutto questo, però, si volgerà a sua “rovina” nel giorno del giudizio di Dio.

Attenzione! Il commento quotidiano riprenderà, a Dio piacendo, sabato 17 ottobre.



Sapienza 8,17-9,12
Poiché nella parentela con la sapienza c\'é l\'immortalità, nella sua amicizia godimento, nel lavoro con lei ricchezza inesauribile, nella sua compagnia prudenza, infine fama nella comunione con lei... \"andavo cercando il modo di prenderla con me\".
L\'unico modo per \"prenderla\" é pregare con umiltà che sia donata.
\"Dio dei padri e Signore della misericordia, con te é la sapienza che conosce le tue opere, che era presente quando creavi il mondo... Inviala dai cieli santi, perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica e io sappia ciò che ti é gradito\".
Dunque, la sapienza viene ad identificarsi, ma non in modo esclusivo, nel progetto stesso di Dio, o meglio, nella sua parola creatrice che, accanto ad ogni uomo e da lui accolta, guida alla immortalità.
L\'immortalità, poi, non é semplicemente la vita ultraterrena, ma quella edificazione quotidiana che la parola opera nel credente.


Sap 9,13-10,4
Se la sapienza è la parola di Dio, se è la sua stessa volontà, come si può arrivare a conoscerla?
L’uomo è soltanto fragilità. Per lui Dio manda la sapienza, qui identificata nello spirito. Con la forza dello spirito, gli uomini vengono istruiti e salvati.
Col capitolo 10 incomincia la narrazione della storia, intesa come continua salvezza operata dal Dio che dona la sapienza. Vedi Adamo e Noè.


Sapienza 10,5-14
Seguiremo un modo molto singolare di narrare la storia della salvezza. L’importante sarà riconoscere che tutto è guidato, ricuperato e infine “liberato/salvato” dalla Sapienza.
Da un mondo “unito nella malvagità” (vedi Genesi 11 con la torre di Babele) Dio “estrae” Abramo: lo riconosce giusto, lo conserva davanti a sé senza macchia, lo rende forte nella grande prova.
La Sapienza libera Lot e giudica un’anima incredula. Libera dalle sofferenze coloro che la servono.
Guida il giusto in fuga dal fratello (si tratta di Giacobbe). La forza di Giacobbe è tutta nella supplica, qui detta “pietà”.
La Sapienza non abbandona il giusto venduto (si tratta di Giuseppe), ma si fa sua compagna: dal carcere lo porta alla gloria eterna.



Sapienza 10,15-11,3
Continua il racconto delle “liberazioni”, cioè della salvezza. L’opera della Sapienza è descritta coi seguenti verbi.
“Liberò” il popolo santo e la stirpe senza macchia attraverso il servo del Signore e profeta Mosè.
“Diede la ricompensa” delle fatiche (il riferimento è alla schiavitù d’Egitto).
“Guidò” per una strada meravigliosa, anche se in un deserto inospitale.
“Divenne riparo” di giorno e “divenne luce” di notte.
“Fece attraversare il Mar Rosso” e “sommerse” i nemici.
Per questo, la Sapienza stessa “aveva aperto la bocca” dei muti e dei bambini, perché celebrassero (e celebrassero per sempre) il Signore Salvatore.



Sapienza 11,4-22
Il testo, d’ora in poi, si fa ancora più esplicitamente predica o esortazione.
Tutto è guidato sapientemente da Dio per punire gli uni (empi) e per beneficare gli altri (giusti).
C’è una prova per tutti. Ma, se per Israele Dio “corregge come un padre”, per l’Egitto è “un re severo che condanna”.
A Israele ha dato acqua dalla dura aroccia, all’Egitto ha dato un putrido fiume di sangue. La prova, per l’Egitto, è in funzione della conversione o perlomeno del riconoscimento della presenza del Signore. La prova per Israele è per mostrare quanto ha sofferto l’Egitto.
Non solo l’acqua, ma anche gli animali si sono volti a punizione degli empi. E perché sono serviti per la punizione “rettili senza parola”, invece di bestie feroci o draghi? Perché gli Egiziani capiscano che “con le cose con cui uno pecca, con quelle viene punito”.
Infatti, gli Egiziani adoravano come divinità i rettili, ebbene … proprio i rettili senza parola saranno la punizione. Vedano e capiscano!



Sapienza 11,23-12,2
Dio è chiamato ed è “Signore, amante della vita”. Proprio per questo interviene nella vita del mondo. Lo fa, correggendo l’uomo.
E perché corregge? Perché tutto quello che è creato è nato dal suo amore ed è “suo”. Il mondo e gli uomini non sono “estranei” a Dio, ma sono “suoi”, per il solo fatto che esistono.
La correzione, però, comporta una prima fase delicata e difficile: l’uomo deve riconoscere i suoi peccati.
Non siamo noi a stabilire quando e in che cosa pecchiamo, ma è Dio che ce lo fa capire col suo amore e la sua parola.
La correzione, dunque, è già un dono del suo amore, e mira al cambiamento di vita. Mira, in una parola, al “credere/affidarsi a te, Signore”.



Sapienza 12,3-18
Compare per la prima volta la parola “terra santa” riferita alla terra di Canaan.
Nella terra santa abitavano uomini dediti a pratiche idolatriche e a una vita malvagia. “Tu li hai odiati” significa che li hai cacciati dalla terra santa, per introdurvi “i figli di Dio”. Dio, però, ha operato tutto con indulgenza “per lasciare posto al pentimento”.
I Cananei (antichi abitanti della terra santa) sono stati creati da Dio, di loro Dio ha avuto cura, ma poi sono “periti”, perché non hanno cambiato vita.
E con Israele, quale rapporto avrà Dio? Egli che è padrone della forza giudica con moderazione e governa con molta indulgenza. Israele stesso vive sotto il segno dell’indulgenza di Dio.



Sapienza 12,19-27
L’agire di Dio nella storia è “mite, indulgente, misericordioso”. Questo modo diventa un “modello” per il popolo d’Israele che dice e vuole essere “giusto”.
Dio insegna a questo popolo tre cose. Il giusto “deve amare gli uomini (essere filantropo)”. Il giusto sperimenta in se stesso che, dopo i peccati, Dio concede il pentimento. Ebbene, la volontà di Dio è la salvezza dell’uomo. Se infatti Dio ha punito con tanta mitezza “i nemici”, con quanta maggiore attenzione giudicherà “i figli” coi quali ha giurato un’alleanza? Terza cosa. Quando il giusto giudica e quando è giudicato deve sempre pensare alla bontà di Dio.
Viene detta, poi, una parola su coloro che riconoscono Dio come vero, ma a lui non si sottomettono: avranno un duro giudizio.



Sapienza 13,1-9
La “ignoranza” di Dio non è la semplice non conoscenza di Dio, ma la “non sottomissione” a lui, e quindi il rifiuto del culto a lui dovuto.
Gli Egiziani, e con loro ogni idolatra, si fermano alle cose che vedono. Queste cose sono “opere di Dio”, ma gli idolatri non riconoscono l’artefice di tali opere, e si riducono ad adorare cose o animali.
Gli idolatri sono in una situazione di “vanità”. Vale a dire, più di inconsistenza, di illusione, di menzogna, di inganno … che di vero peccato!
Cercano Dio, ma non lo trovano. Sono inescusabili, ma “leggero è il rimprovero”. Perché? Perché sono persone ingannate, o meglio, sedotte dalla belle cose che vedono. L’inganno è un paradosso: il creato, che è opera di Dio, non diviene veicolo per andare a Dio, ma …contro Dio! Il creato diventa idolo.



Sapienza 3,13-19
Se i cercatori di Dio, che si fermano all’apparenza del mondo e non arrivano a Dio che è l’artefice del mondo, sono chiamati “vani o illusi”, quanti sono descritti in questo testo sono chiamati “infelici o disgraziati”.
Chi sono? Sono coloro che chiamano “dèi le opere di mano d’uomo”. Vale a dire le statue d’oro e d’argento, le immagini di animali, oppure le vestigia antiche e tramandate.
La descrizione realistica di come viene “fatto” (nel tempo libero!!) un idolo ha qualcosa di buffo e paradossale. Vuole mostrare la stupidità o l’infelicità dell’adorazione degli idoli, e soprattutto della preghiera volta a loro. L’uomo “produce” un idolo, lo fissa bene al muro … e poi lo prega per avere da lui, che è debole e inanimato, forza e vita!



Sapienza 14,1-11
Perché invocare e poi affidarsi all’idolo, raffigurato in una statua, quando si intraprende un viaggio in mare? La nave è “pilotata” non dall’idolo (più fragile della nave stessa!), ma da Dio che è Provvidenza.
In mare, infatti, c’è come “un sentiero” preparato da Dio stesso, sicché anche gli inesperti possono viaggiare ed essere salvi. Ci sono poi due segni, già operati, della Provvidenza di Dio: il passaggio del Mar Rosso (Dio ha aperto “un sentiero nel mare”) e l’arca di Noè (salvezza su un “piccolo legno”).
Il legno trasformato in idolo è maledetto, trasformato in nave è benedetto.
Conclusione più generale. Gli idoli della nazioni saranno giudicati e condannati.



Sapienza 14,12-21
L’idolatria o “invenzione degli idoli” è “l’inizio della fornicazione”. Si vuol dire che l’allontanamento da Dio (fornicazione) è generato da una precisa scelta dell’uomo, quella di adorare gli idoli e in definitiva sé stesso.
All’inizio le cose non erano così: era Dio il termine del rapporto. E alla fine, le cose torneranno come all’inizio: sarà Dio il termine del rapporto.
Ma la storia segna come (quasi “naturalmente”) nasce la pratica dell’idolatria. Nasce dal culto dei defunti; dall’ordine dei sovrani di costruire loro immagini e di adorarle; dalla folla che considera “oggetto di adorazione” un’immagine bella, frutto dell’ambizione di un artista.
Quindi, le disgrazie e il potere sono state un “agguato” per l’uomo: hanno portato e portano ad attribuire “il nome incomunicabile (Dio) a pietre o a legni”.



Sapienza 14,22-31
Il rifiuto di Dio o idolatria porta, non solo d una conoscenza errata di Dio, ma ad un modo di vivere che ingloba grandi mali. Questo modo di vivere sfrenato viene chiamato dagli idolatri “pace”, cioè pienezza di ogni bene.
Di che stile di vita si tratta? Qual è il sistema imperante? E’ un mix tra culto e vita: riti strani che si associano tranquillamente (!) alla violenza, all’adulterio, al furto, soprattutto alla falsità e spergiuro.
Conclude nuovamente l’autore: “L’adorazione di idoli innominabili è principio, causa e culmine di ogni male”.
Allontanarsi da Dio, teoricamente e soprattutto praticamente, porta ad ogni genere di male.



Sapienza 15,1-13
Ora parla direttamente Israele. Egli conosce Dio, il suo Nome, la sua realtà profonda che è bontà, misericordia, indulgenza, perdono.
Israele sa di appartenere a Dio. Quindi non vuole più peccare. Il peccato, qui, è da intendere come apostasia e idolatria.
La retta “conoscenza” di Dio porta a smascherare tutti gli inganni dell’idolatria e a ottenere così l’immortalità.
Tra tutti i fabbricanti di idoli, particolare colpa ha il vasaio: colui che fa e dipinge immagini di creta. Cenere è lui e cenere è il suo prodotto!
Per lui, fabbricare idoli, cioè fare il male è un gioco e un trastullo, è una fiera lucrosa, è uno strumento di profitto.



Sapienza 15,14-16,4
Si ritorna a parlare in modo diretto degli Egiziani “nemici del tuo popolo e oppressori”.
Essi hanno accolto come dèi gli idoli di tutte le nazioni, dèi che non hanno vita. Li ha fatti l’uomo!
Come può un uomo “plasmare un dio”? Non può dare l’alito di vita (perché non è suo, ma soltanto “in prestito”) ad un oggetto. Egli è sempre “migliore degli oggetti che venera”.
Mentre gli Egiziani furono puniti con le stesse bestie che avevano venerato e persero anche l’istinto della fame, “il tuo popolo” ebbe il beneficio di un “cibo” preparato da Dio stesso, un cibo dal “gusto insolito”, come dire, “nuovo”. Più oltre, si dirà che questo cibo è la Parola di Dio.



Sapienza 16,5-19
Viene richiamato l’episodio dei serpenti che mordono Israele nel deserto.
“Per correzione (gli Israeliti) furono turbati, e per breve tempo”. E’ questa la pedagogia di Dio: correggere, ma per breve tempo.
Dopo questa correzione, a Israele fu dato “un segno di salvezza”: attraverso il serpente di bronzo e lo sguardo volto ad esso, era Dio che li guariva e salvava. Era esclusa ogni idolatria!
Israele, in seguito, avrebbe dovuto conservare il ricordo di questo fatto, abbandonandosi alla forza della parola di Dio.
Infatti, è la parola di Dio “che tutto sana”.



Sapienza 16,20-29
L’antitesi fame (Egitto) e sazietà (Israele) si evolve in una riflessione sulla manna del deserto.
Il “cibo degli angeli” sfama, manifesta la dolcezza di Dio, s trasforma in ciò che uno desidera …
Al fondo di questa riflessione si comprende che il cibo degli angeli è, in definitiva, la stessa parola di Dio.
E’ scritto infatti: “Perché i tuoi figli, che hai amato, o Signore, imparassero che non le diverse specie di frutti nutrono l’uomo, ma la tua parola tiene in vita coloro che credono in te”.
E perché la parola di Dio “non si sciolga” come brina al sole, occorre ringraziare Dio al mattino … al sorgere della luce.



Sapienza 17
Lungo racconto delle “tenebre” che avvolsero gli Egiziani, popolo oppressore.
Non si tratta soltanto di tenebre naturali, quanto di non conoscenza, di confusione, di paura …
Gli Egiziani avevano preteso di dominare il popolo santo, togliendo la luce della Legge di Dio. Invece diventano “prigionieri delle tenebre e incatenati a una lunga notte”.
Ogni realtà faceva loro paura. Gli improvvisi lampi di luce, invece di rischiarare, peggioravano la visione della realtà stessa, creando ancora più irrazionale paura. Nessun rimedio a questa “notte” era dato da medici, psicologi, saggi, maghi. Anzi, essi stessi ne erano colpiti!
Le tenebre altro non significavano che la malvagità in cui l’Egitto si trovava, e dalla quale non voleva uscire. La loro coscienza li accusava, ma nessuno sfuggiva all’inesorabile “catena di tenebre”. Cioè, nessuno si ravvedeva.



Sapienza 18,1-3
Gli Egiziani, avvolti nelle tenebre, proclamano beati gli Israeliti perché non soffrono come loro. Anzi, li ringraziano perché non si vendicano su di loro, pur potendolo fare. E implorano perdono!
Gli israeliti sono stati guidati, nello sconosciuto cammino del deserto, da una “colonna di fuoco” di notte, e da un “sole inoffensivo” di giorno.
Ma che cos’è questa “luce grandissima” che permette “il glorioso migrare in terra straniera”? E’ “la luce incorruttibile della legge” data a Israele e, attraverso di lui, al mondo.
C’è poi il richiamo alla “notte preannunciata ai nostri padri”, notte della Pasqua. E’ la notte in cui si celebra un patto: Dio “glorifica Israele chiamandolo a sé” (mentre l’Egitto sprofonda nel mare); Israele si impegna alla comunione/condivisione e alla “lode dei padri” (salmi!) per la liberazione ottenuta.
Paradossalmente, gli Egiziani proclamano che “questo popolo era figlio di Dio” (cfr Marco 15,39!).



Sapienza 18,14-25
Quello che nel libro dell’Esodo compie l’Angelo sterminatore, in questo libro è compiuto dalla stessa Parola di Dio.
Assimilata ad un guerriero e ad una spada affilata, porta a compimento “il decreto irrevocabile di Dio”, cioè la morte di chi non si era sottomesso a lei.
[La morte fisica dei primogeniti è soltanto un “segno” della “morte vera”, che è quella che si identifica nel rifiuto di Dio]
Anche i giusti fanno esperienza di morte, nel deserto, a motivo della loro ribellione. Ma c’è un baluardo che caccia la morte, ed è la liturgia col ministero dell’intercessione. Esso è compiuto attraverso … la parola che ricorda a Dio i suoi giuramenti.
Come dire: è Dio stesso che salva dalla morte, poiché lo ha giurato; ma la salvezza avviene storicamente là e dove la parola è accolta.



Sapienza 19,1-12
Perché ci fu la morte degli Egiziani? E perché “li sovrastò sino alla fine una collera senza pietà”?
Perché, dimenticando le cose passate, avevano preso una “decisione insensata”, quella di inseguire e voler annientare Israele fuggitivo. Israele, invece, “intraprese un viaggio straordinario”.
Il viaggio (uscita dall’Egitto) è considerato come una seconda, nuova creazione in vista della salvezza dei “tuoi figli”. Tutta la creazione infatti viene “rimodellata”.
Al comando di Dio, la terra emerge deve prima c’era l’acqua (cfr Gen 1,9), il Mare diventa una strada, una nuova generazione di uccelli (“che salgono dal mare”!) diventa cibo delicato …
Tutto questo perché “ i tuoi figli fossero preservati sani e salvi” e, contemplando i tuoi prodigi, potessero celebrare “te, Signore, che li avevi liberati”.



Sapienza 19,13-22
Gli Egiziani sono castigati. Perché? Avevano “coltivato l’odio più feroce per lo straniero”, anzi “ridussero in schiavitù gli ospiti che li avevano beneficati”.
Più ancora che gli abitanti di Sodoma, gli Egiziani cadranno nella cecità. Il mondo “si ribalterà” a loro danno; mentre creerà una grande “armonia” per Israele, popolo giusto. L’armonia, poi, è il frutto dell’accoglienza del “celeste nutrimento di vita”, cioè della parola di Dio o della sapienza.
Il libro si conclude con una lode a Dio: “Tu, Signore, hai reso grande e glorioso il tuo popolo … Non l’hai trascurato. In ogni tempo e in ogni luogo lo hai assistito”.
L’assistenza di Dio non è soltanto il soccorso nel pericolo, ma la “la presenza” amorevole che salva rendendo Israele “glorificato”, cioè “figlio e intimo” al Signore.
Questa “assistenza/presenza” è esattamente la Sapienza, cantata in tutto il libro (cfr 9,10).



Isaia 36
Il racconto ha un preciso riferimento storico: l’invasione del “grande re”, il re d’Assiria. E’ l’anno 701 a.C. Gerusalemme è assediata e ridotta alla fame. Suo re è Ezechia, il riformatore del culto.
Il discorso del “gran coppiere” de re d’Assiria sottolinea due cose.
Prima. Non dovete confidare nell’Egitto, che è una canna spezzata.
Seconda. Non dovete confidare nel Dio che vi presenta Ezechia, quel Dio che pretende un culto esclusivo a dispetto e contro tutti gli altri dèi. Il vostro è un Dio perdente. Infatti siete ridotti a niente!
Dovete arrendervi, perché il vostro Dio vale meno degli altri dèi. Non potrà liberarvi! Se vi arrendete, io vi darò ogni bene: terra e pace!
Il gran coppiere parla come fosse Dio stesso!



Isaia 37,1-20
Pure il re Ezechia “si traccia le vesti”. Con questo gesto vuole indicare che si dissocia dalle affermazioni “blasfeme” del gran coppiere d’Assiria, ma anche che non può farci nulla.
Si rivolge allora al profeta Isaia, chiedendo che innalzi al Signore la preghiera di supplica per il popolo. Ha udito il Signore l’insulto che il gran coppiere gli ha rivolto? Allora, intervenga!
La risposta del profeta non è quella di armarsi, ma di “non temere” e basta! Infatti, non un esercito sconfiggerà l’Assiria, ma una semplice “parola” o notizia (7).
Una seconda ambasceria, tramite lettera, si rivolge direttamente ad Ezechia. Il concetto è sempre lo stesso: Non ti illuda il tuo Dio in cui confidi. E’ forse più forte di altri dèi il tuo Dio?
La risposta di Ezechia è in forma di preghiera: Signore, gli altri dèi non sono come te; anzi non esistono, perché sono idoli: “opera delle mani dell’uomo”. Salvaci, Signore perché sappiano tutti i regni della terra che tu solo sei il Signore.



Isaia 37,21-38
Può una “parola” cambiare le sorti della storia? Sì, se questa parola è “la parola che dice il Signore” (22).
Dice il Signore, tramite il profeta Isaia: “Poiché il tuo (re d’Assiria) infuriarti contro di me e il tuo fare arrogante è salito ai miei orecchi … ti farò tornare per la strada per la quale sei venuto”.
Il “segno” che il Signore dà è la permanenza di Giuda nella propria terra: nel “terzo anno” seminerà e mieterà nella sua terra. Se Giuda resta nella sua terra, è segno che l’Assiria se ne sarà andata.
Ma di mezzo c’è una grande prova. Essa farà sì che rimarrà soltanto … “un resto”: un piccolo gruppo che “continuerà a mettere radici in basso e a fruttificare in alto”.
Di fatto “Sennacherib, re d’Asiria, levò le tende, partì e fece ritorno a Ninive, dove … rimase!”
Tutto questo fu opera non dell’uomo, ma dell’Angelo del Signore, cioè di Dio stesso (36).
[Confronta lo stesso intervento di Dio nella morte dei primogeniti in Egitto]



Isaia 38
La malattia di Ezechia va posta, storicamente, prima della liberazione di Gerusalemme.
Ezechia si ammala mortalmente e prega il Signore di essere guarito. La sua preghiera poggia su due elementi: l’integrità di vita del giusto e il pianto di chi è povero. Il Signore ascolta Ezechia: lo libera e con lui libererà la città di Gerusalemme.
La Scrittura presenta un cantico, a mo’ di ringraziamento. E’ il canto, non solo di Ezechia ma di chi è povero, di chi è amareggiato, di chi non ha ancora terminato “i suoi giorni”.
Il malato/povero si appella a Dio per rimanere nella terra dei viventi, dove si dà lode a Dio: “Guariscimi e rendimi la vita”.
Nella fede, il povero è certo della risposta di Dio e afferma: “Ecco, la mia amarezza si è trasformata in pace”. Da dove viene la pace? Dal fatto che il Signore “ha gettato dietro le spalle tutti i miei peccati”.



Isaia 39
Il giovane re Ezechia, liberato dalla sua malattia e dalla potenza del re d’Assiria, si guarda addosso e, ingenuamente, si sente lui stesso il vittorioso! E come fa un padrone quando, compiaciuto, mostra le sue cose ad un ospite importante, proprio così fa anche lui! Si sente un padrone e non più un miracolato. Come padrone, per mantenere il suo possesso, ha bisogno di nuove e più sicure alleanze.
Il testo dice: “Non ci fu nulla che Ezechia non mostrasse loro nella reggia e in tutto il regno”. Ciò che è “mostrato”, in un qualche modo è già “perduto”.
Circa 100 più tardi verrà il re di Babilonia (col quale Ezechia aveva avviato un’alleanza!) e porterà via tutto: cose e persone.
La prima parte del libro di Isaia si conclude, dunque, con l’annuncio dell’esilio. Il capitolo 40 ci mostrerà una situazione del tutto nuova.



Isaia 40.1-11
Per il popolo di Giuda che si trova in esilio a Babilonia risuona un “grido” che diventa parola di “consolazione”. Un grido sostenuto dalla “bocca del Signore che ha parlato”.
Un grido/parola declinato in tre annunci: la tribolazione (miseria) di Gerusalemme è compiuta; la colpa di Gerusalemme è stata tolta; Dio ha compiuto quanto stabilito a riguardo dei peccati di Gerusalemme.
Una voce grida! Viene annunciato quanto il Signore sta per fare: preparerà nel deserto una via (la salvezza) e così manifesterà la sua gloria. Non solo Giuda, ma “ogni carne” vedrà la gloria del Signore.
Il popolo è come l’erba. Il suo amore è come il fiore del campo che secca, ma la parola del Signore lo farà vivere. Si tratta di un annuncio che è “buona notizia”. Infatti, il Signore, come un pastore, condurrà il suo popolo alla salvezza (a Gerusalemme).



Isaia 40,12-31
Le nazioni, cioè gli uomini, sembrano chiedersi: Dio è in grado di liberare e poi guidare un popolo alla salvezza? Dio è in grado di fare tutto: nessuno è come lui!
Ma ci sono gli idoli! Gli idoli, come coloro che li fabbricano, non valgono nulla. Soltanto Dio è il liberatore: ha fatto “uscire” il mondo dal nulla, come ha fatto “uscire” Israele dalla situazione di schiavitù in Egitto. Farà “uscire” Israele da Babilonia.
Ma, più che le nazioni, è Israele stesso che deve essere convinto. Dice infatti: Dio mi trascura!
L’invito che viene dal profeta è di “sperare nel Signore” per riacquistare forza e cammino. Sperare è soprattutto … pazientare e attendere con fiducia l’opera del Signore.



Isaia 41,1-20
Invito a “fare silenzio”, cioè ad attendere l’intervento del Signore. Solo così si riacquisterà forza.
L’invito è rivolto alle “isole o nazioni”, cioè a chi non appartiene al popolo di Giuda. A loro viene detto che tutto quello che sta succedendo – le vittorie del re persiano Ciro – è opera di Dio.
Quale sarà la risposta delle nazioni? Sarà ancora l’idolatria, o invece l’accoglienza della parola di Dio?
E che ne è di Israele, servo del Signore? Egli non deve temere, perché Dio è con lui, Dio è il suo “redentore”. Israele è piccolo, è “verme” … ma Dio lo renderà forte nei confronti dei popoli e dei loro idoli. Israele è “povero e assetato” … ma Dio lo assisterà e gli preparerà una strada sicura e bella nel deserto.
Vede Israele (anche i popoli?) che questo “ha fatto la mano del Signore” … e non gli idoli che sono nulla?



Isaia 41,21-29
Israele si trova ancora in esilio. Il confronto tra il “suo Dio” e gli “altri dèi” è continuo. In stile retorico viene “aperta una causa”, una diatriba giudiziale in cui bisogna portare delle “prove” per la propria difesa.
Portino questi “altri dèi” delle prove del loro esistere! Possono parlare? No. Possono ascoltare? No. Possono agire e cambiare la storia? No. E allora sono nulla! E come loro sono quelli che li scelgono.
Israele invece ha un Dio che ha parlato da tempo e che ha fatto una promessa: Ti libererò, chiamando “uno dal settentrione”. E questa promessa ora l’ha mantenuta. Israele, vedendone l’adempimento, può dire: “E’ giusto e vero!”.
In verità, è una “prova” che vale per chi è già credente. L’autore vuole semplicemente confermare Israele nella sua fede in Dio che (solo lui!) guida la storia dei singoli e dei popoli.



Isaia 42,1-9
“Io ho suscitato uno dal settentrione ed è venuto”. E’ l’annuncio della venuta di Ciro che, nel presente capitolo, viene chiamato “il mio servo che io sostengo”.
Egli “non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta”, cioè il popolo d’Israele. Anzi, “proclamerà il diritto con verità”: da parte di Dio, emetterà la sentenza di liberazione per tutta la terra.
Attraverso Ciro, l’opera del Signore si compirà. Opera che consiste in questo: “aprire gli occhi ai ciechi e fa uscire dal carcere i prigionieri”, cioè il popolo che è prigioniero in esilio.
Questo significato immediato si apre poi a messaggi sempre più profondi: il servo è il popolo, il servo è “un resto” all’interno del popolo, il servo è il profeta, e infine (per noi cristiani) il servo è Gesù.



Isaia 42,10-25
Di fronte all’annuncio della liberazione, sgorga gioioso “il canto al Signore”: un “canto nuovo dall’estremità della terra”. Vale a dire che tutti gli uomini lodano il Signore per quello che ha fatto.
L’intervento del Signore è raccontato come l’avanzata di un “prode” in guerra. Un valoroso, però, che assume il volto di una donna che partorisce dopo il lungo tempo dell’attesa/silenzio.
Ciò che “nascerà” sarà un mondo totalmente trasformato, non più appannaggio degli idoli e di quanti li venerano.
Tutto questo va atteso, ascoltato visto … Israele invece non ha atteso, ascoltato, visto. In una parola, ha peccato contro il Signore e la sua legge! Per questo si è trovato “in prigione”. Dio lo ha abbandonato al saccheggio e ai suoi nemici.



Isaia 43,1-15
Israele è il servo sordo e cieco che non ha osservato la legge del Signore. Per questo vive in esilio.
Ma ora il Signore, che lo ha creato e plasmato, gli dice: Non temere, perché ti ho riscattato. Tu mi appartieni. Io sarò con te. Io sarò il tuo Dio, il tuo Santo, il tuo Salvatore. Tu sei prezioso ai miei occhi e io ti amo. Dall’oriente farò venire la tua stirpe, dall’occidente io ti radunerò.
A quanto il Signore dice, fa eco una supplica: Fa uscire il popolo cieco! …
Appunto questo farà il Signore, l’Unico, il Salvatore, il Redentore, qui detto, “il Creatore d’Israele”.
Alla luce di così grande evento, Israele dovrà “conoscere e credere nel Signore”. Comprenderà che “Io sono!”. Il suo Dio “Sono Io” … che ora lo sto liberando!



Isaia 43,16-18
Ancora l’annuncio della liberazione. Chi è colui che annuncia? E’ Dio che “ha fatto uscire” Israele dalla condizione di schiavitù in Egitto.
Ma ora Dio sta per fare una cosa ancora più grande: “Ecco, io faccio una cosa nuova!”. Non più una strada in mezzo alle acque, ma nel deserto. Perfino le bestie selvatiche “glorificheranno” il Signore. Israele, invece, continua a non vedere, e rimane nella sua testardaggine. Dio allora “apre una causa” contro il popolo e dice: “Io non ti ho molestato con la richiesta di offerte … tu invece mi hai molestato con le tue iniquità”. Come a dire: Io non ti ho affaticato o trattato da schiavo chiedendoti dei sacrifici (tutto quello che offri è già mio!). Tu invece mi hai affaticato o trattato da schiavo con le tue iniquità. Togli dunque il tuo peccato! Israele però non intraprende questa strada.
Ma la testardaggine “antica” di Israele non annullerà il disegno di Dio. Dio infatti cancellerà il peccato di Israele “a causa del suo Nome”, cioè perché lo vuole lui e basta. Il suo amore è fatto così!



Isaia 44,1-9
In questo brano “il servo” è Giacobbe. Il Signore “lo ha fatto e formato dal seno materno e lo soccorre”.
Giacobbe dunque non deve temere. Perché? Il Signore “verserà acqua” sul suolo assetato: è la prima operazione del Signore e riguarda gli Israeliti in esilio (suolo assetato). Il Signore “verserà il suo spirito sulla tua discendenza e la benedizione sui tuoi posteri”: è la seconda, vera e più grande operazione sulla “discendenza” e sui “posteri”.
Cosa produce questo “versamento” dello Spirito? Non solo Israele, ma anche i popoli diranno: “Io appartengo al Signore” (cfr Salmo 87).
Il brano insiste ancora nel dire che solo il Signore è Redentore, solo lui ha annunciato l’evento della liberazione, solo lui lo ha realizzato … Gli idoli non c’entrano e non valgono nulla!
Pertanto, gli Israeliti non debbono essere “ansiosi”, ma “testimoni” dell’evento.



Isaia 44,9-20
“I fabbricanti di idoli sono tutti vanità (vuoto/caos) e i loro oggetti preferiti non giovano a nulla”.
La polemica è contro chi “fabbrica/confeziona idoli”. Anzitutto i fabbricanti di idoli cercano sempre un proprio vantaggio. Così avveniva a Babilonia, così avviene per i nuovi fabbricanti di idoli, oggi! Tutta l’operazione, dunque, è un grande mercato!
E poi, si arriva al colmo col fatto che colui che si è fatto un dio con materiale comune “venera, adora e prega il suo idolo dicendo: “Salvami perché sei il mio dio!”.
I fabbricanti di idoli cadono nell’autoinganno: succede che “non sanno, non comprendono, non vedono, non capiscono …”. Perdono quel minimo di “comprensione” che li farebbe dire: “(Come è possibile che) mi prostri davanti a un pezzo di legno (che ho fatto io)?... Ciò che tengo in mano non è forse falso?”.
Il peggio è che, a questo punto dell’iter idolatrico, i fabbricanti sono lontani dal vero Dio, non sanno più “comprendere” la stupidità in cui si sono cacciati e rimangono schiavi dei loro idoli, cioè di se stessi!



Isaia 44,21-28
Mentre i fabbricanti di idoli rimangono nella schiavitù e nella “non comprensione” della stupidità della loro situazione… Giacobbe è invitato ad esultare, perché il Signore ha perdonato tutti i suoi peccati: lo ha riscattato/redento. Risuona pertanto il monito all’impegno: “Ritorna a me, perché io ti ho redento”.
Risuonano anche le autoproclamazioni di Dio: “Sono io che …”. Sono io (e non gli dèi) che ho fatto l’universo. Sono io (e non i maghi) che guido la storia. Sono io che confermo la parola del mio servo e dico a Gerusalemme: “Sarai abitata”. Sono io che dico a Ciro … di dire a Gerusalemme: “Sarai riedificata”.
Come si vede, nulla va tolto alla potenza della parola del Signore. Al punto di dire: “Fa tutto lui!” (24).



Isaia 45,1-13
Ciro, re persiano e pagano, fa parte integrante del disegno di Dio.
E’ chiamato “messia/cristo” (la traduzione italiana preferisce “eletto”). Dio sarà con lui, lo renderà vittorioso e gli consegnerà “tesori nascosti”.
Perché tutto questo? “Perché tu (Ciro) sappia che io sono il Signore, Dio d’Israele, che ti chiamo per nome”.
Ma c’è anche un’altra finalità, più ampia. Ciro è chiamato “per amore di Giacobbe”: è la salvezza dei giudei. E’ chiamato “perché sappiano dall’oriente all’occidente … che io sono il Signore”: è la salvezza dei popoli.
Ecco il disegno di Dio: la salvezza dei popoli a partire dalla liberazione dei deportati giudei.
Israele, chiamato “figlio” e anche “lavoro delle mie mani”, verrà liberato per pura misericordia di Dio, come fa intendere l’espressione “non per denaro e non per regali”.



Isaia 45,14-25
I popoli riconoscono che “solo in te (Israele) è Dio; non ce n’è altri, non vi sono altri dèi”.
E’ la grande “confessione” dei popoli, che riconosce “vergogna” per i fabbricanti di idoli e “salvezza eterna” per Israele.
Nell’ultimo scontro tra Dio e i fabbricanti di idoli, risuona un appello ai popoli: “Volgetevi a me voi tutti confini della terra, perché io sono Dio, non ce n’è altri”.
Risuona anche una parola profetica che dà speranza: “Davanti a me si piegherà ogni ginocchio, per me giurerà ogni lingua”, poiché “solo nel Signore si trovano giustizia e potenza”.
Sempre di più si avverte il disegno universale di salvezza.



Isaia 46
La caduta di Babilonia è la caduta dei suoi dèi o idoli.
Mentre gli idoli sono “portati” su animali affaticati e vanno in schiavitù, Israele è “portato (da Dio) fin dal grembo” … fino alla canizie, per trovare la liberazione.
Siamo al “giudizio” degli idoli! Sono portati, spostati, posti per terra e “più non si muovono dal loro posto”. Non sanno liberare l’uomo dalle sue afflizioni.
Dio non è così. Egli annuncia in anticipo i fatti, ha un “progetto/volontà” e poi lo realizza. Come?
Chiamando da lontano “l’uomo del suo progetto/volontà”: Ciro.
Saprà Israele ricordare e ascoltare? Saprà uscire dalla ostinazione e dalla sfiducia di chi non gusta ancora la liberazione definitiva? Essa, è detto, “non è lontana”, ma di fatto … non è ancora giunta! Di qui l’appello alla fiducia.



Isaia 47
Babilonia cadrà. “La signora dei regni” diventerà come una giovane schiava, costretta ai lavori domestici e in balìa dei piaceri dei vincitori.
Perché Babilonia è caduta? Perché si è creduta Dio, ripetendo: “Io, e nessun altro!”. Non ha capito che era il Dio d’Israele che le aveva consegnato, per un momento, il popolo peccatore. Essa invece si è creduta onnipotente e ha umiliato Israele. Per questo non avrà futuro (“rimarrà vedova”).
Babilonia confidava nella sua forza, nel suo sapere, nelle sua magie, nei suoi indovini, nei suoi trafficanti, cioè nei fabbricanti di idoli … Con tutto il suo essere, il suo pensare e il suo agire si era elevata al rango di Dio! “Nessuno mi vede”, cioè nessuno mi può comandare o giudicare! “Io, e nessun altro”, cioè io sono Dio! E’ nient’altro che autodivinizzazione, per questo è caduta.



Isaia 48,1-11
Espressioni molto dure sono usate contro Israele, come “sapevo che sei ostinato e che la tua nuca è una sbarra di ferro e la tua fronte è di bronzo”.
L’inganno in cui può cadere Israele è credere che la liberazione dalla schiavitù sia opera del caso o, peggio, degli idoli. Israele è tentato di dire: “Il mio idolo le ha fatte”.
Proprio per questo il Signore ha annunciato la liberazione da tempo, quando Israele “non lo sapeva e non lo aveva udito”.
Sapeva il Signore che Israele era “sleale e perfido”. E allora, il Signore non libererà Israele? Certo che lo libererà, ma lo farà di sua iniziativa, perché lo vuole lui.
E’ scritto: “Per riguardo a me, per riguardo a me lo faccio”. E ancora: “Per il mio nome, per il mio onore … altrimenti il mio nome verrà profanato”.
A prevalere è sempre l’amore preveniente del Signore.



Isaia 49,1-13
La parola del Signore si fa “appello/chiamata” per tutto il mondo, qui evocato con l’espressione “isole”.
Al mondo viene manifestato chi è Israele, o meglio, chi è “il resto d’Israele” detto “mio servo”.
Israele appartiene al Signore (“seno materno”) e possiede la parola forte che salva (“bocca come spada affilata”), ma non comprende ancora il senso del suo essere in esilio: sembra essere un “faticare invano, consumare invano le forze” (4).
Non è così, dice il Signore. Israele ritornerà a Gerusalemme, ma non da solo: avrà con sé i popoli.
Il servo o il resto di Israele sarà “restaurazione di Giacobbe” e nello stesso tempo “luce delle nazioni”. Dunque, il senso di Israele è la salvezza sua e del mondo intero!
Israele “rioccuperà l’eredità devastata” e i popoli che “vengono da lontano” cammineranno con Israele: “pascoleranno lungo tutte le strade e su ogni altura troveranno pascoli”.
E’ l’immagine che annuncia la salvezza di tutti.



Isaia 49,14-26
Non si placa il “lamento” di Gerusalemme: lamento degli esiliati e di quanti si trovano fuori dalla terra promessa ad Abramo. “Il Signore mi ha dimenticato”. No, il Signore non ha dimenticato Gerusalemme: la ama più di una madre!
Gerusalemme, però, deve guardare avanti e aggrapparsi, come sempre, alla parola del Signore che annuncia con decisione il ritorno.
Sarà il ritorno di una Gerusalemme sposa e madre: lei che era vedova, sola e … fuori casa!
Anche i popoli si convertiranno! Anzi, saranno loro stessi a portare in braccio “i figli di Israele”.
E gli oppressori? E “i forti” che hanno tenuto in schiavitù Gerusalemme come “preda”? Saranno distrutti, anzi si autodistruggeranno!
“Allora ogni uomo – volente o nolente – saprà che io sono il Signore, il tuo salvatore e il tuo redentore”.
A Israele è chiesto, come sempre, di fidarsi e affidarsi alla parola del Signore.



Isaia 50
“Il lamento” contro il Signore continua!
Ma il Signore risponde di non aver mai abbandonato Israele. Se mai, sono stati i peccati a far sì che Israele vendesse se stesso ad altri.
Ma adesso il Signore vuole salvare il suo popolo. Perché il popolo non ascolta e non risponde?
Il profeta, divenuto discepolo per la via di una grande prova, è la voce stessa di Dio. Si rivolge al popolo che è “stanco”.
Chi teme il Signore (Israele), “ascolti la voce del servo”. Chi cammina nelle tenebre (i popoli?) “confidi nel nome del Signore, si affidi al suo Dio”.
Chi invece rifiuta Dio sarà consumato dal fuoco.



Isaia 51
Parola del Signore “al mio popolo”. Il Signore dice di guardare al “fondamento” della storia di questo popolo, vale a dire alla fede/obbedienza di Abramo, “roccia da cui siete stati tagliati”. Dice, in concreto, di ascoltare e mettere in pratica la legge “che esce da lui”. Solo così Israele avrà benedizione: non solo Israele, bensì tutti i popoli. “La mia salvezza (sarà) di generazione in generazione”.
Poiché così avverrà … questo occorre chiedere con fiducia. E allora Israele manda una supplica al Signore: “Svégliati … come hai fatto nei tempi antichi”. Il Signore non tarda a rispondere e dice: “Io sono il Signore, tuo Dio, e tu sei mio popolo”.
Ma Israele manda un messaggio anche … a se stesso: “Svégliati, alzati, Gerusalemme”. Gerusalemme “ha le vertigini”, è incapace di svegliarsi. Allora il Signore stesso le toglie di mano “la coppa della vertigine”. La città, che era “afflitta/misera”, sarà “ebbra, ma non di vino. Avrà cioè gioia nel Signore.



Isaia 52,1-12
Gerusalemme è stata schiava. Per tutto il tempo della sua schiavitù “il nome del Signore è stato disprezzato”.
Ora il Signore ha deciso il riscatto della “schiava”. Gerusalemme dovrà vestirsi come una regina. Ma il cambiamento più grande sarà che finalmente la città “conoscerà il mio nome”, conoscerà cioè “chi sono io”. Conoscere significa, per la città, fare esperienza della liberazione operata dal Signore. “In quel giorno comprenderà che io dicevo: Eccomi”. Comprenderà, cioè, che sono io il suo salvatore.
E’ giunto il tempo del “ritorno”, il tempo del regno di Dio: tempo di pace e di salvezza. La buona notizia/vangelo è che “regna il tuo Dio”: egli cammina davanti al suo popolo.
Questo “ritorno” porterà salvezza a tutti i popoli, fino ai confini della terra.



Isaia 52,13-53,12
Il servo è il popolo in esilio. Là egli era “sfigurato … non aveva bellezza, disprezzato e reietto dagli uomini.
Perché il popolo era ridotto a questo? La risposta che già conosciamo suona così: “a motivo dei suoi peccati”. Eppure, in questo stupendo testo, appare una novità.
Si dice che il servo è sfigurato “per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità”. Si aggiunge: “Per le sue piaghe noi siamo stati guariti”. Questo “noi” è tutto il popolo.
Il servo, allora, non è più il popolo, ma “il resto d’Israele”, o meglio, il Messia stesso “che giustificherà molti”. Salverà, con la sua morte e risurrezione, non solo Israele, ma tutto il mondo.



Isaia 54
Dopo la grande prova viene la gioia: “il resto d’Israele” ha generato la vita. Gerusalemme è sposa e madre. Un tempo era “abbandonata”, ora deve allargare gli spazi della sua tenda. Come mai tanta fecondità e dilatazione?
“Tuo sposo è il tuo creatore”, ma è anche “tuo redentore”. Per un breve tempo, Dio ha abbandonato Gerusalemme. Ora la raccoglie “con immenso amore”, e giura: “Da te più non si allontanerà il mio amore”.
Gerusalemme sarà forte e bellissima. Non per una magia qualsiasi, ma perché “tutti i tuoi figli saranno discepoli del Signore”.



Isaia 55
Gli assetati rappresentano il popolo di Israele.
Venite a bere, comprate, mangiate … dice il Signore. E’ invito ad “ascoltare, a venire al Signore”, cioè, a “ vivere dentro a un’alleanza eterna” (3).
Per arrivare a questo, occorre: (positivamente) “cercare il Signore mentre si fa trovare, invocarlo mentre è vicino”; (negativamente) “abbandonare le vie inique”.
La parola del Signore è come pioggia e neve: è feconda. Farà “germogliare” il ritorno da Babilonia e darà una nuova vita in comunione col “Dio di misericordia”.
Israele, così rinnovato, sarà “testimone fra i popoli” e chiamerà “le nazioni che non conoscevano il Signore” (4).



Isaia 56
La parola del Signore, a partire dal capitolo 56 fino alla fine, sembra richiamare il tempo della costruzione della comunità in Gerusalemme e nella Giudea. Il contesto, dunque, è cambiato: siamo già nella Terra e l’esilio è terminato.
Cosa fare nella Terra? “Osservate il diritto e praticate la giustizia”. “Beato chi agisce così … che osserva il sabato e che preserva la sua mano da ogni male”.
Se lo straniero e l’eunuco faranno così entreranno nell’alleanza del Signore. Appare chiaro che è giunto il tempo in cui tutti i popoli saliranno al tempio del Signore e, assieme a Israele, “aderiranno al Signore per servirlo e lo ameranno”.
Ma in tutta questa visione positiva e universale c’è un guaio antico. I capi non fanno il loro dovere di “pastori”, ma badano al proprio interesse. E così “il giusto”, cioè il popolo, ne soffre, anzi “è tolto di mezzo” (57,1).



Isaia 57
Il popolo ritornato dall’esilio ha bisogno di rinnovarsi, o meglio, di convertirsi in radice.
Con crudezza, questo popolo viene chiamato “figlio di maga” e “figlio di adultero/prostituta”. In realtà, si dava alla magia e all’idolatria,come appare dalla descrizione di riti di fertilità e di pratiche di culto proibite.
E’ come se Gerusalemme avesse abbandonato “il suo sposo” e avesse creato “una relazione” con gli idoli. Dunque, il popolo è “infedele”. Questo rimprovero è rivolto soprattutto ai capi di Israele che non fanno il loro dovere di pastori.
Invece, dov’è Dio? E con chi sta? Dio abita in un luogo eccelso, anzi egli è l’Eccelso, ma “sta con gli oppressi e gli umiliati” per rinnovarli. Dio vuole cambiare il suo popolo. Lo farà: “Io li guarirò: pace ai lontani e pace ai vicini”.



Isaia 58
La comunità di Gerusalemme, che va ricostituendosi, crede di esaurire il suo impegno di conversione con pratiche esterne, in particolare col digiuno comunitario (Yom Kippur).
Digiunare non significa “usare sacco e cenere” e poi tirare dritto coi propri peccati. Il digiuno che piace a Dio è l’esercizio della giustizia e dell’amore del prossimo, a partire da quello più bisognoso.
In questo sta la vera “guarigione”. E’ questa la vera “luce” della quale deve risplendere il popolo che è ritornato dall’esilio. E’ questa la vera “ricerca” del Signore.
Segno della novità di vita è l’accoglienza, cioè l’osservanza autentica del sabato. In questo senso esso è “delizia/piacere”. Non facendo di sabato “ciò che piace a te”, ma ciò che piace al Signore, tu troverai “delizia/piacere” nel Signore.



Isaia 59
Il problema vero tra Israele e Dio è l’ostinazione nel peccato da parte del popolo. Non è che Dio sia “incapace” a salvare, ma è l’uomo che, coi suoi peccati, mostra di non voler essere salvato.
C’è un lungo elenco di peccati: azioni, pensieri, giudizi, parole, idolatria …Conclusione: “Il diritto si è allontanato da noi e non ci raggiunge la giustizia … La verità è abbandonata”. E ancora: “I nostri peccati testimoniano contro di noi”.
E Dio che fa? Eserciterà “il giudizio”: i suoi avversari saranno messi a tacere, mentre l’Israele fedele sperimenterà Dio come “redentore”. Dio, cioè, darà la vita al popolo che abbandonerà il peccato. E poi c’è una solenne promessa: darà il suo Spirito e la sua Parola come “alleanza perenne”.



Isaia 60
“Alzati, rivestiti di luce”. Come e perché è possibile “rivestirsi di luce”, cioè della vita di Dio? “Perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla su di te”.
La luce del Signore, manifestata in Gerusalemme, attrarrà tutti i figli d’Israele lontani e tutte “le isole che sperano in me”, cioè i popoli convertiti.
Cos’è avvenuto di così straordinario? E’ avvenuto che il Signore “ha provato tenero e profondo amore per te” (10). Allora Gerusalemme farà esperienza di salvezza, poiché il Signore sarà “il tuo Redentore”. “Tuo sovrano sarà la pace, tuo governatore sarà la giustizia”.
E tutto questo in virtù della venuta della “luce”, la vera, definitiva “eterna luce” che è il Signore.
Quando avverrà questo? “Io sono il Signore, a suo tempo lo farò rapidamente”. Noi cristiani diciamo che questo “tempo” è il tempo di Cristo e della Chiesa.



Isaia 61
Parla colui che il Signore ha unto/consacrato. Parla il Messia, ora visto nella figura del popolo, ora (come avviene in questo caso) visto nella figura di una persona inviata a portare la salvezza.
Il Consacrato è uno che “promulga l’anno di grazia del Signore”, anno che viene chiamato anche … “il giorno di vendetta del nostro Dio” (2). [In Dio grazia e vendetta sono la stessa cosa!]
Gli afflitti di Sion saranno consolati e ricostruiranno Gerusalemme. La ricostruiranno non come guerrieri, ma come “sacerdoti del Signore” e come “ministri di Dio”. Assieme a loro, e sotto di loro, saranno tutti i popoli. Il Signore concluderà “un’alleanza eterna”, poiché essi sono “la stirpe benedetta dal Signore”.
“Io gioisco pienamente nel Signore”. E’ il popolo, è “la discendenza in mezzo ai popoli” che parla. Essa appare splendente: come “sposo col diadema” e come “sposa adorna di gioielli”.
E’ la descrizione di un popolo che è stato rinnovato dall’amore del Signore, suo Redentore.



Luca 2,10
L\'angelo disse loro: Non temete: ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo SIgnore.
Questo per voi il segno: torverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia.


Atti 8,1ss
In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme; tutti, ad eccezione degli apostoli, si dispersero nelle regioni della Giudea e della Samaria.
Uomini pii seppellirono Stefano e fecero un grande lutto per lui.
Saulo intanto cercava di distruggere la Chiesa: entrava nelle case, prendeva uomini e donne e li faceva mettere in carcere.
Quelli però che si erano dispersi andarono di luogo in luogo, annunciando la Parola.


Isaia 62
Cosa sarà Gerusalemme? Cosa sarà del suo popolo?
Gerusalemme sarà una realtà “nuova”: un popolo reso giusto dal Signore. Nel popolo giusto si realizzerà finalmente la volontà di Dio. E così Dio lo chiamerà: “Mia volontà/compiacimento”. Come dire: Tu accoglierai la mia volontà e quindi tu sarai il mio compiacimento/gioia.
C’è come una storia d’amore tra Dio e il popolo. Storia, dapprima raffigurata come “matrimonio”. E’ scritto infatti: “Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te”. Storia, raffigurata poi come “terra”. E’ scritto: “Mai più darò il tuo grano in cibo ai tuoi nemici”.
Tutto questo però è ancora “profezia”. Compito profetico di Israele è “ricordare il Signore” e, nello stesso tempo, “non dare riposo al Signore finché non abbia ristabilito Gerusalemme”.
Solo allora Gerusalemme sarà “popolo santo”; solo allora gli Israeliti saranno veramente “redenti del Signore”.



Isaia 63
La comunità non è ancora pienamente rinnovata: è in stato di miseria (19).
Essa, allora, ricorda le opere grandi che il Signore ha compiute, le meraviglie di un tempo. Nello stesso tempo, prega perché ancora il Signore intervenga come Salvatore: “Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore … Dov’è la tua misericordia? … Ritorna per amore dei tuoi servi … Se tu squarciassi i cieli e scendessi!”
E il Signore viene, egli che è “grande nel salvare”. La Scrittura chiama questo “giorno di salvezza” con un termine audace: “giorno di vendetta”. E’ da intendersi come “il giorno del riscatto/redenzione”, giorno dell’esercizio del diritto di Dio che, “solo e da solo”, sconfigge “i nemici”, cioè il male oppressore, e dona salvezza ai suoi poveri.



Isaia 64
La preghiera è che il Signore “squarci i cieli e scenda”, che la sua potenza si manifesti come “fuoco che incendia le stoppie e fa bollire l’acqua”. Si vuol dire che il Signore sia conosciuto (volenti o nolenti) in tutto il mondo.
Israele non è pronto all’incontro col Signore. E’ costretto a dire: “Tu sei adirato con noi perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli”.
Nello stesso tempo, con grande fiducia dice: “Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasmi, tutti noi siamo opera delle tue mani”. E conclude: “Ecco, guarda: tutti siamo tuo popolo”.
Di fatto, l’uomo o si lascia rammollire/plasmare dai propri peccati, o si lascia rammollire/plasmare dalla mano di Dio.
Tutto al presente è ridotto a deserto: città sante e tempio. “Dopo tutto questo, resterai ancora insensibile, o Signore, tacerai e ci umilierai fino all’estremo?”.



Isaia 65
Il peccato che avvolge Gerusalemme è veramente grande! E’ un popolo che non invoca il Signore e non lo cerca. Anzi, si dà ad ogni forma di idolatria.
Ma il Signore “non si arrende”. Egli, per amore dei suoi servi “farà uscire una discendenza da Giacobbe”: darà “un resto”, darà il Messia.
Il Signore “creerà” Gerusalemme, e con essa “creerà nuovi cieli e nuova terra”: non ci sarà più pianto, angoscia … ma soltanto gioia, vita e grande pace (lupo e agnello pascoleranno insieme).
Tutto questo verrà dato gratuitamente. Infatti “prima che mi invochino, io risponderò; mentre ancora stanno parlando, io già li avrò ascoltati”.







Santa Maria madre di Dio
\"Così benedirete gli Israeliti: direte loro:
Ti benedica il Signore e ti custodisca.
Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia.
Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace\".
Gesù, nato da donna, nato da Maria, è la vera benedizione del mondo intero.


Isaia 66,1-4
L’uomo ha sempre desiderato “costruire una casa” a Dio. Ha sempre cercato di “dare una fissa dimora” a Dio. Per poterlo incontrare o, forse, per poterlo “sfruttare”?
Dio dice che “la sua dimora” non può essere fissata dall’uomo. No, Dio semplicemente “volge lo sguardo” sulla terra. E su chi volge lo sguardo? Non verso un luogo, ma verso le persone: sugli umili e su chi ha lo spirito contrito. In una parola, su chi prende sul serio la sua parola.
Dio non volge lo sguardo su chi esercita un culto ipocrita o compromesso. Rifiuta tali persone, perché “hanno scelto le loro vie” e “hanno fatto ciò che è male ai miei occhi”.



Giovanni 1,18
Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.


Isaia 66,5-18a
“Tremare alla parola di Dio” designa non la paura, ma la responsabilità che la parola deve creare in chi “sta davanti a Dio”.
Gli empi, gli idolatri canzonano e dileggiano il vero Israele. Ma saranno confusi nel giorno del giudizio di Dio.
E’ vero, Gerusalemme è come una donna povera, vedova … ma Dio stesso la visiterà e le darà di generare “un maschio”, cioè “la discendenza” tanto promessa. E con la presenza di questo “maschio” la città si ingrandirà, diverrà un popolo sterminato: popolo amato e consolato da Dio (“portati in braccio, accarezzati …”), popolo fatto risorgere (“le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba fresca”).
“I nemici” invece (idolatri, pasticcioni, apostati …) “saranno colpiti dal Signore”.



Isaia 66,18b-24
“Io verrò e radunerò tutte le genti e tutti i modi di pensare; essi verranno e vedranno la mia gloria”.
Questo movimento o questo “universale ritorno a Gerusalemme” è opera di Dio tramite Israele. Israele infatti è “segno o resto in mezzo alle isole lontane che non hanno udito parlare di me”. “Il segno” ricondurrà i fratelli dispersi.
Con Israele redento, verrà anche “ogni carne”, cioè tutta l’umanità “prostrata davanti al Signore”. Dio, cioè, realizzerà in Gerusalemme “nuovi cieli e nuova terra”.
E i ribelli? Saranno sconfitti e ridotti “a cadaveri”. Non abiteranno più a Gerusalemme, ma “fuori”. Per vederli, bisognerà “uscire” da Gerusalemme.
Chi, invece, dimora in essa “durerà per sempre davanti a me”, dice il Signore.




Epifania del Signore

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme.
Alla luce delle Scritture i Magi debbono “uscire” da Gerusalemme e andare a Betlemme. Là trovano la luce, là trovano Gesù, là trovano la chiesa: “il bambino con Maria sua madre”. Là credono in Gesù e lo adorano, là fanno dono delle loro cose e di sé stessi, là ricevono l’annuncio di ritornare al loro paese.
Gerusalemme non ha accolto Gesù, il Signore. I popoli lo hanno accolto e lo annunciano nel loro paese.



1 Giovanni 1,1-4
“Quello che era da principio” è Gesù e il suo vangelo. E’ chiamato anche “Verbo della vita”, Parola della vita: Parola vivente e Parola che fa vivere.
I testimoni oculari (“noi”) di cui fa parte Giovanni o l’autore della lettera hanno fatto esperienza della “vita che si manifestò”.
Ora il “noi” (apostoli e comunità” annuncia “la vita eterna che era presso il Padre e che si manifestò a noi”. L’annuncio, se accolto, porta “comunione”, cioè realizza l’attesa di una alleanza fedele Dio-uomo.
In ogni modo, l’annuncio dà gioia piena a chi lo porta, dà pace (cfr Mt 10,13).



1 Giovanni 1,5-2,2
Il messaggio è questo: “Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna”.
Più che una definizione di Dio, si tratta di indicare un cammino per l’uomo. Come dire: Poiché Dio è luce, come deve “camminare” o comportarsi l’uomo?
Il credente in Dio luce non deve camminare nelle tenebre/male (fare il male). Deve viverre in comunione con gli altri (amore fraterno). Deve confessare i propri peccati (umiltà e verità) accettando il perdono da Gesù che è “vittima di espiazione per i nostri peccati … e per quelli di tutto il mondo”.



1 Giovanni 2,3-11
La comunità ha veramente “conosciuto Dio (rivelato in Cristo)”? C’è una verifica? Sì, ed è la “osservanza dei suoi comandamenti”.
“Menzogna” è dire di conoscere Dio e però non osservare i suoi comandi. La vera “conoscenza di Dio in Cristo” sta nella “osservanza della sua parola”. Soltanto per questa via si può dire: “amo perfettamente Dio”.
Altra domanda. La comunità “rimane in Dio”? Sì, se si comporta “come lui”. E come si è comportato “lui”? Amando, fino a donare il suo Figlio! E’ possibile? Sì, se si fa un passo preliminare e cioè se “rimaniamo nella Parola udita”.
L’amore di Dio, poi, si esprime nell’amore del fratello. Chi non ama il fratello rimane nelle tenebre.



1 Giovanni 2,12-17
Quali sono i doni che Dio ha fatto alla comunità: ora chiamata “figlioli”, ora “padri”, ora “giovani”? Ha ricevuto il perdono dei peccati in virtù della fede in Gesù Cristo. Ha conosciuto Cristo e, per questo, ha vinto il Maligno. Conoscendo Cristo, la comunità ha conosciuto il Padre.
L’autore, poi, ribadisce tutto (lo si riconosce dall’uso del verbo scrivere al passato: ho scritto) affermando che la vittoria sul Maligno è dovuta alla “parola di Dio che rimane in voi”.
Poiché tutto questo è vero, perché “amare” e quindi lasciarsi asservire dalle strutture o indirizzi di vita che “occupano” il mondo? Nel mondo abita abusivamente un movimento anti divino , chiamato “concupiscenza”. Essa mira a ribaltare Dio e a porre l’uomo con tutti i suoi desideri al suo posto. Non è questo l’atteggiamento giusto. Occorre, invece, fare la volontà di Dio.



1 Giovanni 2,18-29
“E’ giunta l’ultima ora”: non l’ora della fine del mondo, ma l’ora o il tempo dopo il quale non c’è che il ritorno glorioso del Signore. “L’ultima ora” è l’ora del Cristo e della Chiesa.
E’ un’ora contrastata! Contrastata da “anti-cristi”. Chi sono? Sono uomini che erano “in mezzo ai discepoli”, ma non erano veri discepoli: “non erano dai/dei nostri”.
Come riconoscerli, come difendersi? “Avete ricevuto l’unzione/crisma dal Santo”, cioè voi “avete la conoscenza”. Conoscete, cioè, che Gesù è il Cristo, che è il Figlio di Dio. Così rimanete nella fede o verità, “rimanete nell’unzione che avete ricevuta da lui”. Non lasciatevi dunque ingannare dall’anti-cristo, cioè da colui che è”bugiardo”, in quanto “nega il Padre e il Figlio”.
Cosa fare in ordine all’ultima ora? Bisogna “operare la giustizia”, cioè fare la volontà del Signore.



1 Giovanni 3,1-10
L’amore di Dio ha fatto sì che noi, nel Figlio Gesù Cristo, siamo veramente figli di Dio. Allora dobbiamo cercare di “santificare/purificare” noi stessi, vivere cioè come Cristo che è “santo”.
La santità sta ad indicare la totale “appartenenza a Dio”. Alla santità si oppone “il peccato che è iniquità”. E il grande peccato/iniquità del mondo è non credere nel Figlio Gesù.
Chi crede e “rimane in Gesù” esce dall’iniquità. “Non pecca”: vuol dire che non commette questo tipo di peccato.
Questo però non basta. “Il non commettere peccato”, vale a dire il credere in Gesù, pone in noi “un germe divino” che ci fa “praticare la giustizia”. E che cos’è la giustizia se non “amare il proprio fratello”?



1 Giovanni 3,11-24
Il messaggio udito da principio è “che ci amiamo gli uni gli altri”. L’amore fraterno “dice” al mondo che noi siamo passati dalla morte alla vita.
L’amore fraterno, poi, è dare! Dare se stessi, come ha fatto Gesù. Egli è immagine dell’amore, ma anche fonte e forza. Infatti, “rimanendo in lui” noi possiamo amarci “coi fatti e nella verità”.
E se abbiamo delle fragilità? (“se il cuore rimprovera”). Dio è più grande del nostro cuore e ci perdona, se ci amiamo davvero.
Se non abbiamo fragilità (“se il cuore non rimprovera”) abbiamo franchezza e libertà per poter chiedere tutto.
In sintesi. C’è un comandamento che si realizza in modo armonico in due movimenti indissociabili: credere in Gesù Cristo Figlio di Dio, e amarci gli uni gli altri. La forza della fede e dell’amore è “lo Spirito che ci è stato dato”.



1 Giovanni 4,1-6
All’interno della comunità ci sono “spiriti”, qui chiamati “falsi profeti” o “anticristi”.
C’è un criterio chiaro per riconoscere lo Spirito di Dio da altri spiriti: “Ogni spirito che riconosce (che) Gesù Cristo (è) venuto nella carne, è da Dio”.
In pratica, i falsi profeti negano la vera “incarnazione” di Dio nella carne/umanità di Cristo: adorano un essere celeste, ma non ammettono che “il cielo” si sia fecondamente unito alla “terra” nel Figlio Gesù.
I veri discepoli di Gesù “hanno vinto”, perché lo Spirito che è in loro è più forte di tutto e di tutti. Essi “conoscono Dio”, in quanto restano uniti al “noi”, cioè alla chiesa apostolica, rappresentata da colui che scrive.



1 Giovanni 4,7-16
Ancora un’affermazione solenne: “Chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio”. L’amore di cui si parla è l’amore fraterno (7).
Ama chi accoglie la generazione donata da Dio in Cristo: solo così “conosce Dio”. Non ha conosciuto Dio chi non ama. La ragione è che “Dio è amore”.
E ha manifestato il suo amore “in noi-comunità” mandando il suo Figlio unigenito. Il suo amore “in noi” mira a chè noi “abbiamo la vita per mezzo di lui (Cristo)”.
L’amore si riceve prima di donarlo, e lo si riceve come perdono in Cristo, lui che è “vittima di espiazione per i nostri peccati”.
Tutta questa “operazione dell’amore di Dio” per dire: “Dobbiamo amarci gli uni gli altri”.
E’ lo Spirito che conduce dentro alla fede in Gesù e quindi dentro alla conoscenza/visione di Dio. La conoscenza/esperienza porta alla fede, intesa come fiducia/affidamento. “Noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha per noi”. Abbiamo, cioè, creduto che Dio ci ama e a lui, che è Amore, crediamo/ci affidiamo agendo nell’amore.



1 Giovanni 4,17-5,3
Giovanni parla dell’amore, l’amore di risposta al Dio amore. Noi amiamo, perché “egli ci ha amati per primo”. Se Dio ci ama e noi lo amiamo, l’amore si fa “perfetto”, compiuto o realizzato.
Allora siamo come Gesù che ha amato in modo perfetto, e sfuggiremo alla condanna nel giorno del giudizio.
“Bugiardo” è chi dice di amare Dio e poi odia suo fratello. Bisogna amare “chi si vede” (fratello) per mostrare che si ama “chi non si vede” (Dio). Chi crede in Cristo entra come in una famiglia che ha Dio come Padre. Allora amerà tutti quelli che sono stati generati da Dio e che sono suoi fratelli.
C’è una verifica nell’amore dei fratelli? Sì, ed è l’amore di Dio! C’è una verifica nell’amore di Dio? Sì, ed è l’osservanza dei suoi comandamenti! Infatti, l’amore che Dio ha per noi ci conduce all’osservanza di tutti i comandamenti: quello che tutti li riassume e che è l’amore dei fratelli.
Da questo intenso brano appare una grande unità tra fede, obbedienza e amore.



1 Giovanni 5,4-13
L’essere generati da Dio porta all’amore di Dio e dei fratelli, ma anche ad una “vittoria” sul mondo, quel mondo che ha rifiutato di credere in Cristo e lo contrasta.
Se la sconfitta del mondo è il non credere in Cristo, la vittoria sul mondo è “la nostra fede” in Gesù, Figlio di Dio.
Sul campo, sta ancora la domanda: Chi è Gesù Cristo? E’ colui che è venuto “nella gloria” al momento del battesimo nel Giordano (acqua), ma anche “nell’umanità” sulla croce (sangue).
E’ colui che, ora nella chiesa, riceve testimonianza dallo Spirito, dal battesimo e dall’eucaristia. Le tre testimonianze sono, in definitiva, “la suprema testimonianza di Dio”.
Avere in noi questa testimonianza riguardo a Gesù, Figlio di Dio, vuol dire sperimentare il dono della vita eterna: vita eterna che “è nel suo Figlio”.



1 Giovanni 5,14-21
“Credere nel nome del Figlio di Dio” dona franchezza/fiducia nel chiedere. Chiedere qualsiasi cosa, ma “secondo la sua volontà”. Forse si vuol dire che la preghiera deve avere come “base” non tanto attese e desideri, ma osservanza dei comandamenti (cfr 3,22). Se osserviamo i comandamenti del Signore, otterremo tutto.
Cosa chiederà il credente? Chiederà per il fratello che pecca di fragilità (peccato che non conduce alla morte) la comunione piena con Dio nella comunità. Ma se uno “si mette fuori” non credendo più a Gesù Cristo (peccato che conduce alla morte) non è più nemmeno fratello e cade sotto il giudizio di Dio.
I cristiani umili e fedeli hanno un forte “sapere”. “Sanno/conoscono” che il Maligno non li tocca; sanno che appartengono a Dio (sono da Dio); sanno che il Figlio di Dio ci ha introdotti all’incontro con Dio, avendoli ammessi alla comunione con lui che è “il vero Dio e la vita eterna”.
Guai ad allontanarsi da questa via per cadere in mano “ai falsi dèi”!



Osea 1,1-2,3
L’attività del profeta Osea si svolge a metà del secolo ottavo a.C. nel regno di Samaria o del Nord.
Il modo di parlare di Dio al profeta è molto singolare. La vita stessa del profeta sarà un “segno” del rapporto che Dio ha col suo popolo: un rapporto segnato da continue infedeltà (prostituzioni) del popolo.
E allora, Osea sposa una “prostituta sacra”. Da le ha “figli di prostituzione”. I nomi dei figli indicano la realtà vera di Israele. “Izreel”: di lì a poco sarà punita la classe regnante. “Non amata”: Dio non amerà più questo popolo del Nord (nel senso che lo abbandonerà a se stesso). “Non popolo mio”: Voi non siete mio popolo, poiché vi siete allontanati da me con l’idolatria.
Questa drammatica realtà di Israele sarà cambiata in futuro: Israele e Giuda saranno “figli del Dio vivente”.



Osea 3,1-5
Situazione di Osea: ama una donna che esercita la prostituzione sacra e che è amata da un altro (l’uomo che a turno viene da lei).
E’ questa la situazione che si è creata tra Dio e Israele: Dio lo ama e Israele si allontana coi peccati. Questo finirà, e lo mostra l’atto nuovo che Osea è invitato a compiere. Infatti, egli sposa la donna, versa il prezzo dovuto e la fa “stare con lui per molti giorni”.
Se questo è l’esito finale, prima ci sarà una grande “prova di purificazione” che è l’esilio, indicato dal tempo in cui “i figli di Israele saranno senza re e capi …”.
Poi però “ritorneranno e cercheranno il Signore, loro Dio, e Davide, loro re”. Il “ritorno” si è realizzato come “segno” nel fatto che Osea riprende la sua donna.
Col capitolo terzo viene abbandonata la vicenda coniugale di Osea e si apre la sua predicazione profetica (cc. 4-14).



Osea 4
Il libro segna un nuovo inizio. Lo si capisce dal forte e tradizionale appello: “Ascoltate la parola del Signore, o figli di Israele”.
Il Signore ha “aperto una causa” con Israele. Nel popolo non c’è fedeltà all’alleanza, perché non c’è amore. Conclusione: non c’è conoscenza di Dio. La traduzione pratica della “non conoscenza” di Dio è: spergiuro, falsità, omicidio, furto, vendetta …
L’accusa è molto dura contro i sacerdoti, che avevano il compito di fare osservare la legge o l’istruzione di Dio, e non l’hanno fatto. Essi e il popolo, per colpa loro, si sono dati alla prostituzione/infedeltà, che è idolatria.
L’accusa finisce con una sentenza che sancisce la “pena”, descritta come profezia: “Un vento li travolgerà con le ali e si vergogneranno dei loro sacrifici”.



Osea 5
L’accusa contro i sacerdoti e la casa d’Israele continua: “Uno spirito di prostituzione è in mezzo a loro e non conoscono il Signore”. Ancora: “Le loro azioni non permettono di fare ritorno al loro Dio”.
La prospettiva, allora, è che il Signore si allontanerà; che Israele, assieme a Giuda, “andrà in cerca del Signore, ma non lo troverà”. Si affiderà a potenze straniere, ma “la sua piaga non sarà guarita”.
Sarà necessario l’allontanamento dalla propria terra, l’esilio: là “cercheranno il mio volto, e ricorreranno a me nella loro angoscia”.



Osea 6
Il profeta aveva invitato a “cercare il volto del Signore”. C’è la risposta del popolo: “Venite, ritorniamo al Signore … e noi vivremo davanti al suo volto”.
Questa risposta è bellissima, ma al momento è soltanto rituale o formale. Dà cioè per scontato che il Signore miracolosamente metta tutto a posto! “Dentro” a Israele sta un amore fragile che subito svanisce, come la nube del mattino e come la rugiada.
Non è un rito formale pur bellissimo (sacrificio e olocausti) che vuole il Signore, ma l’amore di lui e la conoscenza, cioè l’adempimento della sua volontà.
“Ma essi ha violato l’alleanza, hanno tradito … “. Vedi i vari luoghi di culto a Galaad, Sichem, Betel …



Osea 7
Le iniquità di Efraim e Samaria stanno “davanti al Signore” (2). L’adulterio, cioè l’infedeltà, è universale: popolo, sacerdoti e re. Ma il richiamo severo è rivolto soprattutto ai sacerdoti/maestri che trasformano le feste religiose in sfrenati banchetti (5). E così Israele ha perso la sua identità “mescolandosi con le genti”, cioè facendo il male come fanno le genti. Da esse spera salvezza, compiendo i loro riti e stabilendo con loro alleanze (11).
Israele, con tutti i suoi riti, “grida” per essere salvato (14), ma non grida verso il suo Signore. Anzi, è “ribelle contro di me”. Essi “non ritornano al Signore e, malgrado tutto, non lo ricercano”.
Prospettiva? “Cadere di spada”, cioè estinzione e morte.
Israele è “come un’ingenua colomba, priva d’intelligenza” (11). Ovunque vada (12) troverà una rete che la cattura! Incontrerà il giudizio di Dio.



Osea 10
Israele è descritto come una vite rigogliosa e come una terra ricca.
Questa grande “fecondità”, che era dono di Dio, viene intesa come dono delle divinità straniere, cui Israele dedica culti in ogni parte (altari); viene intesa anche come frutto della “fiducia nella propria forza e nella moltitudine dei suoi guerrieri”.
“Il loro cuore è falso/diviso”, per dire che Israele vuole stare con tutti, celebrare alleanze con tutti; e non stare invece soltanto col suo Signore.
“Orbene, sconteranno la pena!”: o andando in esilio o sperimentando oppressione nella loro terra.
Ma il Signore non manca di esortare: “Seminate per voi giustizia e mieterete secondo bontà… perché è tempo di cercare il Signore”.



Ebrei 2,14-18; Lc 2,22-40
Festa della venuta del Signore e del suo “incontro” con l’umanità.
Dio viene nella povertà, assumendo la condizione umana: obbedienza alla legge e alla morte!
Gesù è “il primogenito” che ricorda la liberazione dalla schiavitù d’Egitto, primogenito che diviene anche “sacerdote”, perfetto mediatore con la presentazione/offerta della sua vita sulla croce.
In Maria, madre di Gesù, vediamo “la passione” dell’obbedienza e dell’accoglienza. Una spada trafigge la sua anima e l’anima di tutti coloro che accoglieranno Cristo, che vive il “sommo sacerdozio” nella sua passione e morte.
Come Sacerdote alla destra di Dio egli è “misericordioso e degno di fede”. Affidiamoci a lui per avere anche noi “l’incontro con Dio”.



Osea 11
Tra le tante immagini di Israele in rapporto a Dio, viene ripresa quella del “figlio” (vedi Es 4,22s). Figlio al quale Dio ha insegnato a “camminare” e che ha tratto a sé con “vincoli d’amore” e al quale ha dato da “mangiare”, sollevandolo alla sua guancia.
Tutte queste stupende espressioni, paterne e materne assieme, evocano il dono della Legge o delle parole di Dio, chiamate “vincoli d’amore”. Evocano anche la chiamata di Dio (2), annullata però da un’altra chiamata, quella delle potenze straniere, dei loro idoli e dei loro culti.
La realtà è questa: “Il mio popolo è duro a convertirsi”. Ma il Signore non tratterà Israele come ha trattato città simili a Sodoma e Gomorra (8).
Si parla, paradossalmente, di uno sconvolgimento o di una “conversione” nel cuore di Dio. Egli, proprio perché è Dio, sa e vuole… pentirsi/convertirsi! (9).
“Ruggirà come un leone”: dopo l’esilio, i suoi figli accorreranno a lui e lo seguiranno, e abiteranno nelle loro case (11).



Osea 12
Osea “ritrova” il peccato di Israele in tutta la sua storia, a partire da Giacobbe che è il capostipite.
Il vivere di Efraim (Israele) è come “inseguire il vento”, un vivere vano perché cambia in continuità direzione: ora con l’Egitto, ora con l’Assiria.
Il rapporto Dio-Israele è sempre stato drammatico: lotta, vittoria, pianto, domanda di grazia. Dio invita Israele a “ritornare” e a “osservare la bontà e la giustizia”. Ma Israele è ricco, sicuro di sé, ribelle (9). Per questo, ancora una volta, viene evocato il deserto e l’esilio.
Eppure il Signore aveva sempre assistito il suo popolo con Mosè e coi profeti.



Osea 13,1-14,1
Dio si è mostrato a Israele come “pastore” che guida e protegge. Ma Israele ha continuato a peccare, aderendo ad altre divinità.
E allora il Signore si mostrerà come “leone” che sbrana e divora. Israele sarà rovinato! I re, i governanti, i capi non ci potranno fare niente. Esito finale: morte! Dio non farà nulla per farla evitare al suo popolo: “la compassione è nascosta ai miei occhi”. Infatti, “il vento d’oriente” (l’Assiria) distruggerà Israele.
E tutto questo perché “si è ribellato al suo Dio” (14,1).



Osea 14,2-10
Il ritorno al Signore o la conversione vera è la lode (lett. i tori delle nostre labbra). Cioè non più i tori o i sacrifici cultuali formali, ma la lode o la vera confessione di fede in Dio.
Tale lode comporta tre passaggi: domanda di perdono; impegno a non seguire più i cammini della idolatria e del proprio orgoglio; fiducia nella misericordia di Dio verso i poveri (orfani).
Ed ecco la risposta del Signore: “Io li guarirò dalla loro infedeltà, li amerò profondamente… Io l’esaudisco e veglio su di lui”. Conclusione: “Il tuo frutto è opera mia (e non più degli idoli)”.
Il libro di Osea si conclude con un invito a comprendere con intelligenza “queste cose”, cioè quello che è stato scritto, e a camminare “nelle rette vie del Signore” con sapienza.



Malachia 1
Il nome Malachia significa messaggero/angelo. Per il ministero di questo messaggero ascoltiamo la parola di Dio trasmessa al popolo di Giuda, da poco ritornato dall’esilio di Babilonia.
Il tempo dell’entusiasmo (prime riforme, restauro del tempio…) è passato. Ora le cose vanno a rilento, c’è stanchezza. Eppure Dio mostra di essere con questo popolo: l’ha amato, l’ha fatto ritornare, l’ha reso vittorioso sulla potenza del vicino Edon (2-5).
La prima accusa di Dio è contro i sacerdoti (6-14). Essi esercitano il culto senza rispettare le regole stabilite. Offrono a Dio animali difettosi e rubati (quindi impuri) tenendo per sé quelli sani. E poi, il culto è diventato una grande noia! Tutto questo non piace al Signore.
Viene annunziato un culto nuovo “fra le nazioni”. Profezia del sacrificio nuovo di Cristo?



Malachia 2,1-9
Ai sacerdoti era stato dato il comando di “dare gloria al nome del Signore”. Questo significava due cose: offrire sacrifici secondo le regole da Dio stabilite e dare un giusto insegnamento al popolo con le parole e con l’esempio.
I sacerdoti sono stati infedeli al primo (vedi cap. 1) e al secondo compito, quello di insegnare rettamente le vie di Dio.
“Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca insegnamento, perché egli è messaggero del Signore degli eserciti”. Così non è avvenuto.
E allora Dio “spazzerà via” i sacerdoti come si fa con gli escrementi! “Non avete seguito le mie vie e avete usato parzialità nel vostro insegnamento”.



Malachia 2,10-17
Brano estremamente difficile, anche per la cattiva conservazione del testo. Sembra proseguire lo stile letterario della controversia, che suona così: Voi (sacerdoti) dite… e io (Signore) rispondo…
I sacerdoti dicono: Ci ha creati un unico Dio. E Dio dice: Voi agite con perfidia e non da fratelli, e così profanate l’alleanza dei padri. Il chiaro sintomo della profanazione dell’alleanza è il matrimonio con donne straniere. In questo modo violate il “matrimonio” con Dio, vale a dire, infrangete l’alleanza dei padri.
I sacerdoti dicono: Noi facciamo tanti atti di culto, ma tu Signore non ci ascolti. E Dio dice: Voi non avete custodito “la donna della vostra giovinezza”, cioè l’alleanza/fedeltà. Il chiaro sintomo di questa infedeltà è il facile ripudio praticato in Giudea. “Custodite il soffio vitale e non siate infedeli”.
Attraverso l’immagine del matrimonio Malachia, come Osea e altri profeti, esorta ad essere fedeli al Signore, “unico sposo”.



Malachia 3,1-12
I sacerdoti hanno stancato il Signore “con parole” (2,17), cioè con un culto stanco e formale. Hanno l’ardire di rimproverare Dio, come fosse parziale nel giudicare: “Dov’è il Dio della giustizia?”.
Risposta di Dio. Egli manderà un suo messaggero “e subito entrerà nel suo tempio il Signore… e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire”.
L’angelo dell’alleanza è Dio stesso nella forma e nella forza della sua Parola, proclamata dal “mio messaggero”, cioè dal profeta Malachia (malachia significa mio messaggero!); messaggero che denuncia l’infedeltà del popolo (3,5), ma nello stesso tempo purifica (3,3).
Il messaggero, al momento, non è ascoltato. Voi dite: Noi non dobbiamo tornare/convertirci (3,7). In realtà il popolo peccava, perché non portava le decime e le primizie al tempio. Così facendo mostrava di non avere riconoscenza e fedeltà all’unico Dio. Non dare le decime significava sentirsi padroni dei beni della terra e della vita stessa.



Malachia 3,13-24
Le parole del popolo sono “pesanti”. Cosa dice? Non serve a niente osservare i comandi di Dio e fare celebrazioni penitenziali. Dunque: “È inutile servire Dio”.
Queste parole – che provengono dai “timorati di Dio” – sono “lamento” (vedi tanti salmi di supplica) e non accusa a Dio. È come si dicesse: Perché Dio lascia che le cose vadano male e non interviene a favore dei giusti?
Dio “ascolta” e risponde. Coloro che osservano i comandi di Dio (timorati di Dio) diverranno “proprietà” di Dio e saranno da lui curati “come un padre cura il figlio che lo serve”.
Nel giorno del “giudizio di Dio” si vedrà la differenza: i malvagi saranno bruciati e coloro che osservano i comandi di Dio saranno guariti/salvati.
Il libro di Malachia chiude la lista dei “Dodici profeti” e apre al Nuovo Testamento.
“Il giorno grande e terribile del Signore” (giorno di nostro Signore Gesù Cristo) sarà preceduto dalla venuta del profeta Elia (Giovanni Battista: vedi Mt 17,9-13) che preparerà il popolo all’incontro col Signore. Come preparerà? “Tenete a mento la legge del mio servo Mosè”.



2 Giovanni 1-6
La verità di cui parla “il presbitero” – che si rivolge alla “signora” cioè alla chiesa – è la rivelazione, la testimonianza apostolica. Quindi, è anche la risposta alla rivelazione e cioè la fede in Cristo e il rimanere saldi in essa.
Il saluto è dato “nella verità e nell’amore”. Infatti la fede in Cristo genera l’amore. In questo senso il presbitero può rallegrarsi, perché ha trovato i figli della chiesa che “camminano nella verità/fede” secondo “il comandamento ricevuto da principio” e che è l’amore reciproco.
Ne viene che c’è una corrispondenza perfetta tra “il camminare nella verità/fede e “il camminare nell’amore.



Terza lettera di Giovanni
Gaio, destinatario della lettera, è amatissimo come ogni cristiano. Il Presbitero “lo ama nella verità”, cioè nella dottrina di Cristo Vero.
Gaio “cammina nella verità”. Non si discosta cioè dal Cristo Vero. Così fanno anche gli altri cristiani. Egli sta sostenendo con amore alcuni cristiani missionari itineranti; in questo modo si fa “collaboratore della verità”, cioè della dottrina di Cristo Vero o del vangelo.
Purtroppo, all’interno della comunità sta un certo Diòtrefe che non accetta l’autorità del Presbitero e non dà ospitalità ai missionari itineranti, in particolare a Demetrio. Diòtrefe è uno che fa il male, e non va imitato.
Il Presbitero saluta gli amici “nome per nome”, uno per uno. La comunità non è una massa, ma è fatta di persone che si amano e si salutano.



da Leone Magno papa
Tutti devono rinnovarsi ogni giorno per combattere l’abitudinarietà della nostra condizione mortale e, nelle tappe del nostro progredire, ognuno deve diventare sempre migliore; tutti devono sforzarsi, affinché nel giorno della redenzione nessuno resti nei vizi della sua vita passata.
Quello che ogni cristiano deve fare sempre, carissimi, ora deve essere ricercato con maggiore impegno e generosità.
(Leone Magno)



Luca 1,1-4
Nel mondo succedono tanti eventi e gli storiografi li raccontano. Quanto agli eventi successi “in mezzo a noi”, Luca – così la tradizione chiama l’autore del terzo vangelo – dice che sono da intendersi come “compimento”, cioè realizzazione di un disegno o promessa di Dio. Dal seguito di tutto il vangelo capiremo che questi eventi sono lo stesso Gesù Cristo e il suo mistero pasquale.
Gli eventi sono stati trasmessi da “testimoni oculari”, divenuti “ministri della Parola”. Luca ha fatto ricerche accurate “fin dagli inizi” e ha steso “un resoconto ordinato”: il libro del vangelo. Suo scopo è di dare “solidità/certezza” agli insegnamenti oralmente ricevuti.
La nostra fede scaturisce dalla predicazione, ma ha il suo fondamento nella Scrittura.



Luca 1,5-25
Al tempo di Erode, re della Giudea, c’era un sacerdote Zaccaria. Egli e sua moglie Elisabetta, che era della discendenza di Aronne, “osservavano tutte le leggi e le prescrizioni della legge”. Però non avevano figli ed erano vecchi.
Mentre Zaccaria prega nel tempio riceve “il lieto annuncio” che la sua preghiera è stata esaudita. Che “preghiera” faceva Zaccaria e di che “lieto annuncio” si trattava? Zaccaria, in quanto sacerdote, chiedeva, non tanto e non più la nascita di un figlio, ma la “visita di Dio e la salvezza del suo popolo” (cfr 1,67).
Dio ha esaudito “questa preghiera” dandogli un figlio che “preparerà un popolo ben disposto”.
Il sacerdote allora chiede un segno. Il segno è… che egli sarà muto fino alla nascita del figlio.
Zaccaria “non ha creduto alle parole del Signore, parole che però “si compiranno al oro tempo”.
Si delinea già il filo conduttore di tutta la storia umana: rifiutare o credere “alle parole del Signore”?



Luca 1,26-38
La risposta del “sacerdote” – Israele nella sua ufficialità – al lieto annuncio è stata l’incredulità.
“Al sesto mese”… del tempo dell’incredulità/mutismo e “in una città della Galilea, chiamata Nazaret”… luogo non noto alla Scrittura, prende avvio “il compiersi” della storia di salvezza.
Maria, “la vergine”, accoglie il lieto annuncio, prima con timore e poi con abbandono totale (fede). Crede e si abbandona quando l’angelo le dice che sarà la Spirito (e non l’uomo) a operare in lei, e che “nulla è impossibile a Dio”.
“La vergine” – non più la sterile – darà alla luce Gesù “Grande e Figlio dell’Altissimo”: il suo regno no avrà fine.
Le parole della “vergine” disegnano la vita di ogni cristiano: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”.



Luca 1,39-45
Maria, “la serva del Signore”, è la prima annunciatrice del vangelo. Si alza, cammina con impegno e slancio, entra nella casa, dona la pace (vedi il legame con 10,1-7).
L’annuncio di salvezza è accolto dai “piccoli”. Infatti “il bambino (Giovanni) sussultò nel grembo”.
Israele, rappresentato da Elisabetta che è colma di Spirito Santo, proclama Gesù “benedetto” e Maria “benedetta fra le donne”. I poveri di Israele accolgono Gesù come “mio Signore”.
“La vergine” ha dato alla luce Gesù perché “ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. E poiché ha creduto è “beata/fortunata”. Così è di chiunque crede nelle parole del Signore.



Luca 1,46-56
Elisabetta aveva detto: “A che cosa devo che la madre del mio Signore venga a me?”.
La risposta di Maria “vergine” è questa. Dio ha guardato la piccolezza, la miseria, l’afflizione della sua serva, di quanti cioè cercano il Signore con timore e credono nella sua parola.
“La vergine” è figura di tutto il popolo dei poveri di Dio. Essa canta la misericordia di Dio Salvatore, di Dio Potente, di Dio Santo, di Dio che compie “grandi cose per me”. Dio innalza i piccoli e poveri (come Maria), dona ogni bene a chi ha fame di lui. Soccorre Israele “suo servo” ricordandosi della sua misericordia, a motivo di Abramo e della sua discendenza che è Gesù, portato in seno da Maria.
“Maria rimase con lei circa tre mesi” fino alla nascita di Giovanni e poi “tornò a casa sua”. Luca vuol dire che sta per iniziare il tempo di Giovanni, un tempo distinto da quello di Gesù. Giovanni e Gesù non si sovrappongono, ma il primo prepara il secondo.



Luca 1,57-66
Con Maria che “tornò a casa sua”, Gesù Signore esce momentaneamente dal racconto. L’attenzione si fissa su Giovanni il suo precursore.
Cosa avviene veramente alla nascita di Giovanni? Avviene quanto Maria aveva cantato, cioè che “la sua misericordia si stende di generazione in generazione”.
È tempo di “grande misericordia” (1,58), ma è soprattutto tempo di “novità”. Novità attestata da un “dire… con scrittura”. La scrittura si fa parola e la parola si fa scrittura, cioè cosa salda e sicura (cfr 1,4). Viene “scritto/detto” che il bimbo non sarà un sacerdote come suo padre, ma qualcosa di nuovo.
Davanti alla “novità” prodotta dalla misericordia di Dio nasce il vero “timore”. La gente si chiede: “Che sarà mai questo bambino?”. La risposta è questa: “La mano del Signore era con lui”.
Dunque, la gente deve prepararsi ad accogliere Dio che opera (mano del Signore) attraverso Giovanni.



Luca 1,67-80
Alla domanda: “Che sarà mai questo bambino?” risponde Zaccaria “colmato di Spirito Santo”, cioè “in profezia”.
Giovanni sarà “profeta dell’Altissimo”, ma non come tutti gli altri. Infatti “andrà innanzi al Signore a preparargli le strade”. Egli darà la popolo “la conoscenza della salvezza”, nella prima e fondamentale forma, che è “la remissione dei peccati”.
Così si realizza “la visita di Dio”: la “redenzione”, che è riscatto dai “nemici/peccati”. La visita di Dio sarà tempo di “tenerezza e misericordia del nostro Dio”, di vera e definitiva “santa alleanza”.
Israele, liberato dai nemici/peccati, potrà servire Dio senza timore “in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni”. Il sacerdote Zaccaria, colmato di Spirito” riconosce che tutto il popolo, in virtù del “sorgere/risorgere” del Salvatore potente, potrà “servire Dio (non più gli idoli) in una fedeltà vera e duratura.
Giovanni vive in regioni deserte fino al giorno della sua “manifestazione a Israele”. Sarà la chiamata di Dio a “manifestarlo” (cfr 3,2).



Luca 2,1-7
L’orizzonte della nascita di Giovanni è la regione montuosa della Giudea (cfr 1,5.65), mentre l’orizzonte della nascita di Gesù è la terra abitata, l’ecumène (2,1), il mondo intero.
L’imperatore romano vuole censire o “numerare” tutti gli abitanti della terra. Per questo, Giuseppe, che è della famiglia di Davide, deve “salire in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme”. Là “si compirono per Maria i giorni del parto”.
I gesti e gli eventi legati alla nascita del bimbo Gesù mostrano l’ordinarietà e nello stesso tempo la straordinarietà di questo bimbo. Il testo, visto nella luce della profezia, sembra suggerire questo. Gesù è “il primogenito”, presentato/offerto poi al tempio, primogenito tra molti fratelli: tema della chiesa. “È avvolto in fasce e adagiato”, uomo come tutti: tema della morte. “Non c’era posto per loro nell’alloggio”: tema del rifiuto/accoglienza.



Luca 2,8-20
L’angelo del Signore e la gloria del Signore vogliono adombrare la presenza stessa di Dio.
Dio “annuncia una grande gioia, che sarà di tutto il popolo”. Per tutto il popolo e non più soltanto dei “vicini e parenti” come avvenne per Giovanni (1,38). I destinatari dell’annuncio sono i pastori, che rappresentano l’umanità bisognosa di salvezza.
Ecco l’annuncio: “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”. La salvezza, promessa e attesa, è giunta… “oggi” (allora, adesso e sempre!).
Ma chi è il Salvatore, il Cristo, il Signore? Occorre piegare gli occhi e scorgere “il segno” sulla terra: un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia.
I pastori vanno a Betlemme, dicendo: “Andiamo fino a Betlemme e vediamo questa parola che è accaduta”. C’è un cambio di “economia”. Occorre passare dal vedere una figura al “vedere la parola che è accaduta”. La parola che è accaduta è “Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato in una mangiatoia”.
I presenti stupiscono all’udire le cose dette dai pastori; Maria “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”; i pastori poi ritornano “lodando Dio”.
La Chiesa “oggi” deve ricuperare stupore, lode, ma soprattutto custodia delle parole di Dio, come ha fatto Maria.



Luca 2,21-32
C’è un primo compimento: la circoncisione e il nome. Per l’imposizione del nome non c’è “dibattito”, come era avvenuto per Giovanni (1,58s). Prima ancora di essere concepito, il nome di questo bambino doveva essere Gesù, cioè “Dio salva”, Salvatore.
C’è un secondo compimento: il bimbo viene “presentato al Signore”, “portato in alto a Gerusalemme”, per significare che appartiene a Dio, è “santo del Signore”.
Coloro che aspettano “la consolazione d’Israele”, la salvezza, accolgono il bimbo come “Cristo del Signore”, il Messia mandato da Dio.
Simeone riconosce che il Signore ha compiuto la promessa e accoglie la morte “nella pace”. Per chi ha visto il Messia, la morte non è più perdizione di sé.
Questo è vero per Israele e per tutti i popoli. Il Messia infatti è “luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo Israele”.



Luca 2,23-40
Che la presentazione di Gesù nel tempio sia una “rivelazione” lo mostra la reazione del padre e della madre di lui: È scritto che “erano stupiti delle cose che si dicevano di lui”.
Simeone, poi, approfondisce la rivelazione sul bimbo, dicendo: “È qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione”. Vuol dire che Israele non sarà salvato (caduta) se rifiuterà Gesù, sarà invece salvato (risurrezione) se lo accoglierà. La “primizia” che accoglie Gesù è Maria, figura dei credenti in lui. Ma anche Anna, profetessa, accoglie Gesù e, “parlando del bambino”, ne diventa testimone.
La famiglia di Gesù è presentata in perfetta obbedienza a quanto prescriveva la Legge. E proprio perché vive nell’obbedienza, Luca può concludere: “Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui”. Due sono gli elementi che lo distinguono da Giovanni (vedi 1,80): la pienezza di sapienza e la grazia di Dio su di lui.



Luca 2,41-52
La crescita di Gesù in sapienza (2,40.52) prepara l’episodio avvenuto nel tempio di Gerusalemme, dove Gesù “è trovato, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte”.
Il tempio è il luogo dove Gesù insegna (2,47), sia al principio che alla fine della sua missione (19,47).
Il primo gesto o scelta di Gesù e la sua prima parola sono “rivelazione” o manifestazione della sua vera natura e missione.
“Gesù, il fanciullo/servo, rimase a Gerusalemme”: è l’eco della sua morte. “Dopo tre giorni lo trovarono”: è l’eco della risurrezione. “Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?”: è l’eco della sua natura/missione di Figlio Unigenito.
È scritto che “i suoi genitori non compresero”. Anche di questa affermazione c’è l’eco nella reazione stupita delle donne che hanno avuto l’annuncio della risurrezione (24,11).
Luca, a conclusione del racconto dell’infanzia di Gesù, richiama il lettore/cristiano all’atteggiamento di Maria, figura della chiesa. Essa “custodiva tutte queste cose nel suo cuore”.



Luca 3,1-9
Siamo come ad un nuovo inizio (cfr 2,1ss). Dentro ad un preciso contesto storico, geografico e istituzionale, si snoda la storia di Dio con gli uomini, a partire dalla “parola di Dio che venne su Giovanni nel deserto” (3,2).
La proclamazione del “battesimo di conversione per la remissione dei peccati” realizza la parola della Scrittura (Is 40) che dice: Dio sta per intervenire con la sua potenza (“ira”), e ogni uomo vedrà la salvezza di Dio.
Occorre convertirsi. Convertirsi significa innanzitutto riconoscersi peccatori e cambiare vita (“fare frutti degni della conversione”). Il rischio, per coloro che si fanno battezzare, è di pensare che il rito di Giovanni sia come un “certificato di idoneità” alla salvezza, in quanto si appartiene al popolo ebraico. No, il battesimo è il segno che tutti debbono cambiare vita, se vogliono essere salvati.



Luca 3,10-20
Le folle chiedono a Giovanni: “Che cosa dobbiamo fare?”. Nella risposta troviamo alcuni esempi di “frutti degni di conversione”.
Dividete quello che avete (vestito e pane); non corrompete e non lasciatevi corrompere (pubblicani); non approfittate del vostro ruolo pubblico per arricchire (polizia).
Ma chi è Giovanni? È forse il Cristo/Messia? No, non è il Cristo/Messia: non è lui “il più forte”; non è lui quello che darà lo Spirito e il fuoco; non è lui il Giudice degli ultimi tempi…
Giovanni è soltanto un “evangelizzatore”. Egli annuncia il Cristo/Messia. Lo fa con le parole, ma anche con la vita. Infatti sarà rinchiuso in prigione da Erode.



Luca 3,21-38
“Ed ecco…”. Si tratta dell’inizio di un nuovo tempo, quello che chiamiamo il ministero di Gesù.
Il popolo è stato battezzato, Gesù pure. Mentre egli è in preghiera, Dio apre i cieli e fa scendere su di lui, in modo visibile, lo Spirito Santo. Una voce, quella di Dio, indica in modo inequivocabile chi è quell’uomo che è stato battezzato e che ha ricevuto “corporalmente” lo Spirito: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”. Solenne dichiarazione di Dio, che dà inizio ufficiale al ministero di Gesù.
Egli, dunque, è Figlio di Dio. Nello stesso tempo “è creduto” figlio di Giuseppe. Le due cose vanno d’accordo, come mostra la lunga lista di nomi (genealogia). La lista parte da Giuseppe, ma arriva ad Adamo, a… figlio di Dio (3,38).
Le generazioni sono 11x7, cioè 77, ad indicare che Gesù ha con sé non solo Israele, ma tutta l’umanità.



Luca 4,1-13
A Nazaret Gesù proclamerà che in lui è inaugurato “l’anno di grazia del Signore”, ovvero il regno di Dio. Ma il regno conosce un “avversario/satana”. Ebbene, come primo atto del suo ministero, Gesù si mostra vittorioso sul diavolo, colui che seduce e allontana gli uomini dal regno di Dio.
Al Giordano Gesù aveva ricevuto “corporalmente” lo Spirito ed era stato proclamato Figlio di Dio. Ora, pieno di Spirito, è tentato dal diavolo. Cosa farà e come si comporterà questo “Figlio di Dio”?
Vivrà un’esistenza tutta per sé, usando la sua forza di Figlio a proprio vantaggio (pietra in pane)? Pur di regnare sul mondo, sarà disposto a prostrarsi davanti al diavolo (prostrazione)? Chiederà a Dio di essere sottratto alla morte (Gerusalemme)?
“Sta scritto ed è stato detto”. Gesù si appella alla Scrittura in cui “è detta” la volontà di Dio Padre. Ad essa egli si attiene, proprio perché… è Figlio di Dio!
Satana è vinto, ma opererà un ultimo attacco al momento della passione di Gesù.



Luca 4,14-30
Gesù “pieno di Spirito” andò nel deserto (4,1). Poi, “con la potenza dello Spirito ritornò in Galilea e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode”. È la sintesi della vita e del ministero di Gesù.
Ma cosa porta Gesù? Ma chi è Gesù? E chi è che lo accoglie, e chi è che lo rifiuta?
Gesù porta e inaugura “oggi” (ieri, oggi e sempre) l’anno di grazia del Signore, cioè la salvezza. Gesù, sul quale sta lo Spirito, è il Messia/Profeta che dona la guarigione al mondo intero.
Infine, da chi è rifiutato Gesù? Proprio dai “suoi”. Essi lo “cacciano fuori della città” per ucciderlo.
Ma nessuno, al momento, può fermare “il cammino” di Gesù, cammino che porta a Gerusalemme, luogo della salvezza di tutti gli uomini.
È scritto: “Passando in mezzo a loro, si mise in cammino”.



Luca 4,31-37
“Il cammino” di Gesù procede con un… “discendere”. È scritto che egli “scese a Cafarnao, città della Galilea, e in giorno di sabato insegnava alla gente”. L’attività preminente di Gesù è l’insegnamento alla gente. Di quale insegnamento?
Si tratta di “parola che ha autorità”, e non di mera spiegazione o elaborata applicazione di essa ai contesti concreti della vita. Lo mostra il primo miracolo. Gesù “comanda” agli spiriti impuri ed essi… “se ne vanno!”.
Diversamente dagli abitanti di Nazaret che dicono “non è costui il figlio di Giuseppe?” (4,22), il demonio riconosce che Gesù Nazareno è il Santo di Dio. Cioè che, in lui, Dio sta operando in mezzo agli uomini.
[Gesù aveva già vinto “in se stesso” il demonio nel deserto, ora lo vince “negli uomini”]